La fase 2: i capitalisti vogliono tutto

di Franco Turigliatto

Dopo una sette giorni di fase 2 la dinamica dell’epidemia resta ancora quanto mai incerta in Italia; se da una parte sembra esserci una sua moderata flessione su scala nazionale (ma i morti sono ormai più di 30 mila e le persone malate ancora più di 80 mila), alcune regioni restano in controtendenza, tra cui la Lombardia, dove si registra la grande maggioranza dei contagi.

Le verifiche degli effetti della riapertura di tutte le attività produttive, avvenuta il 4 maggio, si avranno alla fine di questa settimana. Solo allora sarà possibile capire se sarà necessario un nuovo blocco totale – lo stesso responsabile della Protezione civile non lo esclude – o se si potrà riaprire anche i bar, i ristoranti, e varie altre strutture sociali, tra cui le attività sportive. Le scuole resteranno chiuse fino in autunno.

Una situazione critica su diversi terreni

A di là degli annunci e delle promesse dei vari organismi pubblici, continuano ad essere largamente insufficienti gli strumenti materiali che, nella fase 2, dovrebbero bloccare eventuali nuovi focolai e garantire il controllo dell’epidemia. Mancano ancora milioni di mascherine, i guanti, i test sierologici mentre i tamponi restano pochi perché mancano i reagenti chimici per le verifiche, ecc. A tre mesi dall’inizio dell’epidemia il capitalismo italiano e il suo Stato non sono stati in grado di fare quello che hanno proclamato a gran voce, “ripartire in sicurezza”.

La situazione nei luoghi di lavoro non è in “sicurezza”. L’Istituto Nazionale Infortuni sul Lavoro (INAIL) ha denunciato che al 4 maggio erano più di 37 mila le persone contagiate sul posto di lavoro con un aumento dei decessi del 10% nelle due ultime settimane. Ogni giorno 300 lavoratrici/lavoratori si ammalano e dieci di loro muoiono, le/i più colpite/i sono le/i lavoratrici/tori della sanità e dell’assistenza sociale.

Ma anche sul terreno del salario le cose non vanno bene, perché un numero cospicuo dei lavoratori in cassa integrazione (erano quasi 7 milioni) in particolare del commercio e delle piccole aziende, non hanno visto ancora un solo euro.

Questa situazione determina forti tensioni tra il governo centrale e quello di alcune regioni che vogliono procedere subito ad aperture più ampie, ma anche nello stesso governo, tanto che il decreto economico da 55 miliardi annunciato da giorni continua a slittare. Le divergenze sono molteplici: il PD e Italia Viva di Renzi sono per richiedere l’intervento del MES a cui è contrario il M5S, quest’ultimo vuole estendere una forma di reddito di base ai settori più deboli, mentre gli altri accettano solo una misura di sostegno minima e temporanea (2 o 3 mesi); PD e IV si sono convinti della necessità di regolarizzare migranti, mentre il M5S si oppone mantenendo una posizione reazionaria.

Il “vogliamo tutto” della Confindustria”

Chi invece tira dritto è la classe padronale che proprio per scrollarsi di dosso le critiche rivolte alle sue scelte e al suo sistema economico ha deciso che la miglior difesa sia l’attacco. La piattaforma programmatica della Confindustria esposta dal suo nuovo Presidente Bonomi è molto chiara: propone di far coincidere totalmente la politica del governo con le esigenze delle imprese, unico soggetto che dovrebbe avere voce in capitolo nelle scelte del paese.

Cassa integrazione, indennità di disoccupazione, sostegno ai settori più deboli, intervento pubblico, tutto denaro sprecato secondo Bonomi, tutto denaro che deve andare invece in “liquidità immediata” per le imprese, in “sblocco di tutte le opere pubbliche” in deroga ad ogni strumento di controllo sull’utilizzo dei subappalti e sull’impatto ambientale di quelle opere.

Ecco gli obbiettivi dei padroni:

  • deregolamentare al massimo l’utilizzo della forza lavoro per conseguire l’obiettivo da sempre sognato dal padronato, l’abolizione dei contratti nazionali;
  • ottenere tanti soldi nella forma di lauti finanziamenti a fondo perduto alle aziende, senza condizionamenti e senza controlli da parte dello stato;
  • sospensione delle tasse sulle imprese, compresa l’abolizione dell’IRAP, la tassa sulle attività produttive nata per finanziare la sanità pubblica;
  • abbattimento di tutte quelle norme di controllo che intralciano il dispiegamento della loro attività e volontà imprenditoriale,
  • deroga o, magari anche, revisione definitiva dell’art. 2087 del codice civile che attribuisce alle aziende la responsabilità per gli infortuni avvenuti o per le malattie contratte nell’ambito del luogo di lavoro.

Una risposta da costruire

E’ un’aperta dichiarazione di guerra alla classe lavoratrice a cui i sindacati dovrebbero contrapporre una piattaforma in difesa della salute, dei diritti, del lavoro, della riduzione di orario, di una tassazione che faccia pagare i costi della crisi ai capitalisti, chiamando l’insieme della classe lavoratrice a mobilitarsi per affrontare il duro scontro che si preannuncia.

Invece costoro, neppure denunciano l’attacco della Confindustria continuando a vagheggiare un nuovo patto sociale generico, accontentandosi delle briciole che il governo concede alla classi popolari per evitare (per ora) tensioni sociali troppo forti, e non mettendo i discussione i nuovi enormi regali per i padroni.

Vedremo nei prossimi giorni quali saranno le misure del decreto governativo, ma soprattutto quali saranno le reazioni dei settori sindacali e sociali più combattivi, per difendere salute, lavoro e reddito per tutti gli sfruttati ed oppressi, riconquistando anche la piena agibilità politica e sindacale e la presenza nelle piazze, pur nel contesto delle misure di sicurezza che l’epidemia impone.

11 maggio 2020