In Francia, di fronte al coronavirus: menzogne, incompetenza e reazione sociale

di Henri Wilno

L’11 maggio dovrebbe iniziare la prima fase di attenuazione di alcune delle misure prese per fronteggiare l’epidemia da coronavirus. Il governo francese prepara questa scadenza in maniera disordinata e i sondaggi mostrano una profonda diffidenza della maggioranza della popolazione.

Dinanzi al coronavirus il governo francese, indirizzato dal presidente Emmanuel Macron e direttamente guidato dal primo ministro Edouard Philippe, ha mostrato un intreccio di incompetenze, di menzogne, di esitazioni mentre è stato introdotto uno stato di eccezione sanitario che comprende allo stesso tempo misure di lotta contro la pandemia e disposizioni che attentano alle libertà e alle disposizioni del Codice del lavoro.

Tre elementi di contesto

Per comprendere la situazione sono importanti tre elementi contestuali. Innanzi tutto c’è una gestione di bilancio governata da un’austerità che perdura da lunghi anni, che siano al potere la destra o la “sinistra”. La riduzione del budget della salute ha colpito duramente gli ospedali con la chiusura o lo smantellamento dei servizi, le riduzioni di personale e la soppressione di numerosi posti letto. Da più di un anno, il governo restava sordo alle rivendicazioni degli operatori degli EHPAD (case di riposo per persone anziane non autosufficienti) e degli ospedali.

Per altro, molti mesi fa, uno striscione in una manifestazione del personale sanitario avvertiva: “Voi contate i vostri soldi, domani conterete i nostri morti”. Anche la questione delle mascherine mediche la dice lunga sulla gestione governativa. Mentre nel 2009, secondo un rapporto del Senato francese, dopo l’influenza H1N1, lo Stato possedeva 723 milioni di mascherine FFP2 (le più efficaci) e un miliardo di mascherine chirurgiche, all’inizio del 2019 questo stock era diventato 150 milioni di mascherine chirurgiche e nessuna mascherina FFP2. Dove erano finite le mascherine? Deteriorate, disperse un po’ dappertutto, perdute…Infatti, l’ipotesi dei neo-liberisti era che lo Stato non aveva bisogno di uno stock strategico: se si fosse prodotta una nuova epidemia, se ne sarebbero trovate sempre e a buon mercato in Cina.

Secondo elemento: le conseguenze della mondializzazione capitalista sulla produzione di famaci. Da anni si constatavano interruzioni di approvvigionamento di diversi farmaci, anche di base. Numerosi rapporti (dell’Académie de pharmacie nel 2003 e del Senato nel 2008) avevano lanciato l’allarme sulla dipendenza dalle importazioni di sostanze attive utilizzate nell’industria farmaceutica. Lo Stato francese, preoccupato prima di tutto di fare il gioco del mercato e di non contrariare assolutamente le imprese, aveva assistito senza intervenire al deperimento e alla chiusura di diverse unità di produzione del principio attivo del doliprane, di mascherine chirurgiche e di bombole di ossigeno medicale. Materiali e sostanze necessarie per i test non sono quasi più prodotti in Francia.

Terzo elemento: la natura del potere sotto Emmanuel Macron. Quest’ultimo aveva ottenuto al primo turno delle presidenziali del 2007 i voti del 18% degli iscritti e la sua elezione era dovuta soprattutto alla sconfitta di Marine Le Pen e alla crisi dei partiti che prima di lui si erano succeduti al governo: i Repubblicani (destra) e il PS. Macron si era diviso tra l’alta amministrazione e l’impresa bancaria prima di essere nominato ministro da Holland. Il suo ruolo è soprattutto quello di procuratore del capitale per mettere fine a ciò che esso considera un “ritardo” francese e, a tal fine, spezzare le resistenze sociali. Per fare questo, ha largamente utilizzato la polizia contro i quattro movimenti sociali maggiori della sua presidenza: il movimento contro l’”ammorbidimento” delle norme del Codice del Lavoro, i “Gilet gialli”, il movimento contro la riforma della SNCF (società ferroviaria pubblica) e quello contro la riforma delle pensioni. Per un tale personaggio e il suo staff di tecnocrati o di arrivisti (in parte usciti dal PS), la salute è un costo e i malati (come i disoccupati e i beneficiari di prestazioni sociali) un buco finanziario: sono dunque poco preparati a gestire una crisi sanitaria.

Infatti, tutto é avvenuto come in un dramma teatrale in 4 atti.

I due primi atti della tragedia

In un primo tempo, nel mese di gennaio e all’inizio di febbraio, le autorità francesi sottostimano completamente il problema: concerne i Cinesi, i paesi del sud-est asiatico, infine gli italiani. I Cinesi mangiano il pangolino, i nonni italiani si occupano spesso dei loro nipotini… In Francia “non è lo stesso”. I tre primi casi ufficialmente censiti (il 24 gennaio) non sono, dunque, considerati come forieri di una possibile estensione dell’epidemia al territorio francese, tanto più che si tratta di Francesi di origine cinese. Allo stesso tempo, degli ufficiali e numerosi medici mediatici minimizzano la gravità della malattia, paragonandola all’influenza annuale.

Il governo francese non prepara, dunque, niente o quasi per fare fronte ad un’estensione dell’epidemia in Francia. E le menzogne cominciano: la ministra della salute Agnès Buzyn dichiara il 26 gennaio: “Abbiamo decine di milioni di mascherine negli stock in caso di epidemia, sono cose fin da ora programmate. Se un giorno dovessimo proporre alla popolazione o persone a rischio di portare mascherine, le autorità sanitarie distribuirebbero queste mascherine alle persone che ne avessero bisogno”.

A febbraio, lo Stato si rende conto progressivamente del rischio di epidemia ma le misure prese restano ridicole (ordinativi di mascherine lontani dal coprire i bisogni del personale sanitario, valutato in 40 milioni per settimana). Senza dirlo esplicitamente (al contrario della Gran Bretagna), tutto avviene come se si puntasse all’immunità di gregge: lasciar propagare l’epidemia evitando che gli ospedali siano travolti. Perché c’è un problema: le riduzioni di letti ospedalieri hanno fatto sì che la Francia non disponga che di 5.000 posti letto in rianimazione contro gli oltre 25.000 in Germania. L’altro parametro è la preoccupazione di non prendere provvedimenti suscettibili di indebolire una crescita economica già incerta. Le dichiarazioni rassicuranti continuano da parte del potere mentre la penuria di mascherine e di gel idroalcolico é sempre più evidente.

In ogni modo, le principali preoccupazioni del governo francese in questo momento sono di altro ordine: spezzare il movimento sociale contro la riforma delle pensioni e limitare la prevedibile sconfitta del LREM (La Repubblica in Marcia, il partito di Emmanuel Macron) alle elezioni municipali. Il 16 febbraio 2020, la ministra della Salute lascia il suo posto ed è designata come capolista alle municipali di Parigi. Tuttavia, il governo aveva tutti i mezzi per valutare i rischi della situazione.[i]

Il 25 febbraio si registra il primo morto, francese e senza legami con il territorio cinese, e nei giorni seguenti, il numero di casi identificati aumenta. Sabato 29 febbraio, un consiglio di ministri straordinario si riunisce ufficialmente per discutere di coronavirus; in realtà, discute anche della riforma delle pensioni e dei mezzi per accelerarne l’adozione da parte della maggioranza macronista in Palamento. L’azione del governo mira a controllare i differenti focolai dell’epidemia per evitare la propagazione su tutto il territorio. Benché il numero dei casi e dei morti aumenti (e che alcune personalità si facciano discretamente sottoporre ai test mentre i test sono indisponibili finanche per il personale sanitario), il 7 marzo a Parigi, il Presidente dichiara che “non c’é alcuna ragione, tranne che per la popolazione a rischio, di modificare le nostre abitudini di uscire.” 

3° atto :  « Siamo in guerra »

In seguito, di fronte all’estendersi dell’inquietudine nella popolazione e al rischio di saturazione degli ospedali per l’aumento del numero dei casi, il 12 marzo, il discorso cambia. Il 10 marzo, si era messo l’accento sulla necessità dei “gesti barriera” (non stringere la mano o baciare ecc.) e era stato creato un “Consiglio scientifico” con funzioni consultive per il Presidente. Il 12 marzo, Emmanuel Macron annuncia una serie di misure: tutto il sistema scolastico viene chiuso, tutte le imprese potranno rinviare il pagamento dei tributi e delle imposte, è istituito un massiccio dispositivo di disoccupazione parziale (i salari sono presi in carico dallo Stato, per circa l’80%, e non dall’impresa), viene incoraggiato il telelavoro. Il ministero della salute chiede di de-programmare gli interventi chirurgici non urgenti. Gli assembramenti di più di 100 persone sono proibiti. Ma il primo turno di elezioni municipali é mantenuto il 15 marzo (ciò che comporterà un numero non trascurabile di contagi).

Il 16 marzo, in un nuovo intervento, Emmanuel Macron ripete a più riprese “La Francia è in guerra” e annuncia l’inizio del confinamento della popolazione (limitazione delle uscite, ecc.). L’obiettivo affermato è quello di rallentare la propagazione del virus. Il numero di decessi aumenta e gli ospedali scoppiano … e le informazioni parziali o menzognere continuano:

  • Il numero giornaliero di decessi annunciato ogni sera inizialmente non include che i morti negli ospedali: più tardi sono aggiunti i decessi nelle case di riposo ma la correzione delle cifre é incompleta; infine i decessi domiciliari non sono sempre censiti.
  • Di fronte alla penuria di mascherine e di tamponi, il governo ripete che non è un problema perché è inutile fare dei test di massa e che portare la mascherina, anche questo, è inutile, perfino controproducente.

Infatti, mentre dovrebbero continuare solo le attività essenziali per la vita della popolazione, il governo vorrebbe limitare il fermo delle attività al minimo: così il 19 marzo, la ministra del Lavoro parla di “disfattismo” a proposito del settore della cantieristica che ha bloccato i cantieri. Alcune grandi imprese cercano di riprendere ma lo impedisce, totalmente o parzialmente, il rifiuto dei salariati. Le imprese beneficiano di aiuti importanti.

La «guerra» annunciata da Macron coabita con la preoccupazione di non imporre niente alle imprese, nessuna delle quali viene requisita per produrre ciò che sarebbe necessario per lottare contro la pandemia. Se alcune si riconvertono, è di loro propria iniziativa o sulla base di contratti commerciali con lo Stato. L’incompetenza di quest’ultimo si manifesta nella gestione degli ordinativi di mascherine in Cina e nella commissione di 100.000 ventilatori polmonari a industriali francesi: quasi 8.500 si riveleranno inadatti alle cure di pazienti colpiti da coronavirus.

A subire la «guerra» sono innanzi tutto i ceti popolari. I salariati precari o i lavoratori autonomi esclusi sia dai provvedimenti per la disoccupazione parziale, sia dagli aiuti alle imprese. I salariati degli ospedali e delle case di riposo, i netturbini, gli addetti ai supermercati, i salariati della logistica, ecc. spesso mal pagati e a cui Macron e i suoi ministri non cessano di rendere ipocritamente omaggio per la loro dedizione senza concedere loro alcun aumento salariale, solo un premio eccezionale mentre questi salariati sono doppiamente esposti al coronavirus: durante il loro lavoro e durante il tempo di trasporto necessario per recarvisi. Tra di essi c’è una grande proporzione di donne. Secondo un documento del Consiglio scientifico del 2 aprile, tra gli operai, il 35% lavora fuori residenza, il 60% si dichiara in interruzione di lavoro, il 5% in telelavoro, contro il 10% dei quadri fuori residenza, 24% in interruzione di lavoro e 66% in telelavoro. Infine, le persone che occupano alloggi troppo piccoli e gli abitanti dei quartieri popolari che sono più sottoposti dei quartieri più borghesi ai controlli di polizia (e dunque al rischio di verbale di accertamento ed ammenda per il non rispetto del confinamento). Alle vittime più particolari del confinamento bisogna aggiungere le persone senza dimora fissa, i carcerati, i malati degli ospedali psichiatrici, i richiedenti asilo ecc.

Il 22 marzo viene adottata, da un Parlamento che siede in formazione molto ridotta e che discute ad un ritmo accelerato, una legge che instaura lo stato di emergenza sanitaria autorizzando il governo a governare per ordinanza. Il suo campo di applicazione è molto largo ed include la possibilità, in principio per una durata limitata, di restrizione delle libertà e di sospensione delle norme del Codice del lavoro (la durata del lavoro potrebbe, per esempio, essere fissata transitoriamente a 60 ore settimanali). Al di là della lotta contro l’epidemia, si tratta infatti di una limitazione delle libertà d’azione dei sindacati e dei movimenti sociali (l’abbiamo visto il 1 maggio) e si preparano le condizioni dell’auspicata ripresa dell’economia.

4° atto: verso il deconfinamento?

Il 13 aprile, Macron annuncia che il deconfinamento comincerà l’11 maggio e rinvia al governo il compito di elaborare un piano di attuazione.

A partire di là, si instaura il disordine nella comunicazione del governo e del Presidente. Niente é chiaro. Il deconfinamento si farà differentemente secondo le regioni. Vengono date indicazioni contraddittorie sulla riapertura del sistema scolastico. I sindaci non vogliono che il governo scarichi su di loro le sue responsabilità. Quanto ai trasporti urbani, usarli sarà probabilmente rischioso. Tutte le attività economiche si suppone che si rimettano in moto il 1 maggio tranne i caffè, i ristoranti e il cinema.

Sui test e le mascherine, il governo ora ha cambiato parere: bisognerà fare i test e portare le mascherine (obbligatoriamente nei trasporti). Ma di tamponi non ce n’é abbastanza a dispetto delle dichiarazioni rassicuranti. Quanto alle mascherine, il governo francese ha inventato una nuova categoria: la mascherina “grande pubblico” in tessuto, lavabile e dall’efficacia incerta.

Fondamentalmente, si tratta, per il governo e il padronato, di far ripartire l’economia senza cambiare nulla della logica che ha amplificato la catastrofe. È troppo presto per scrivere in Francia (e altrove) il necrologio del neoliberismo, come tendono a fare un certo numero di testi e di manifesti a volte interessanti ma che passano troppo spesso da un giusto “questo non può durare” ad un illusorio “questo non durerà”. Come se neoliberismo e capitalismo potessero crollare da soli. L’avvenire si giocherà sul terreno delle lotte sociali. In ogni caso, le classi dominanti si preparano a difendere il loro ordine. D’altra parte, polizia e gendarmeria hanno recentemente ordinato droni e gas lacrimogeni…

5 maggio 2020

[1] Per esempio, lo stesso 16 febbraio, Pierre Rousset pubblicava un testo che conteneva informazioni sul coronavirus e metteva in guardia contro la possibile diffusione dell’epidemia in Francia; ciò che un militante politico con mezzi ridotti poteva comprendere, era a fortiori possibile per il potere.

https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article52012

Un ricercatore, Pascal Marichalar, in un articolo pubblicato il 25 marzo ha messo a confronto l’inazione governativa con l’informazione scientifica disponibile.

https://laviedesidees.fr/Savoir-et-prevoir.html

 

 

 

 

 

 

 

[i] Per esempio, lo stesso 16 febbraio, Pierre Rousset pubblicava un testo che conteneva informazioni sul coronavirus e metteva in guardia contro la possibile diffusione dell’epidemia in Francia; ciò che un militante politico con mezzi ridotti poteva comprendere, era a fortiori possibile per il potere.

https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article52012

Un ricercatore, Pascal Marichalar, in un articolo pubblicato il 25 marzo ha messo a confronto l’inazione governativa con l’informazione scientifica disponibile.

https://laviedesidees.fr/Savoir-et-prevoir.html