Eros e inciviltà. La decadenza del capitalismo

di Diego Giachetti

L’amore è quell’impulso che consente l’instaurarsi di una relazione con l’Altro rispetto al sé superando la distanza tra due soggetti distinti. Le relazioni sociali e tra queste quelle personali e intime sono, secondo il sociologo Georg Simmel, vita che scorre condensandosi in forme specifiche, per cui l’amore è l’elaborazione del nostro rapporto con il mondo, che coinvolge la psiche e la libertà “illimitata” di cui vuol godere l’io, limitandola nella scelta di una o più relazioni sociali, costringendola a riconoscere il limite rappresentato dell’Altro. Il rapporto d’amore non è riducibile al fatto individuale, ha conseguenze sociali e s’intreccia con gli elementi costitutivi della personalità. L’amore, scriveva la rivoluzionaria bolscevica Aleksandra Kollontaj è un sentimento sociale, è tutto fuorché una questione privata fra due innamorati, rappresenta un valore per la collettività.

Per Sigmund Freud il rapporto tra eros e civiltà, tra libido e società è conflittuale poiché la civiltà sorge dalla sublimazione delle energie erotiche. L’elevato grado di civiltà, tipico della società moderna, si basa sul controllo e la repressione dell’Amore attraverso apposite istituzioni e sistemi culturali. A differenza di Freud, Herbert Marcuse ritiene che non sia la civiltà in quanto tale ad essere repressiva, lo è invece quella autoritaria e classista, pertanto l’asservimento degli istinti, il controllo dei freni repressivi, non è un dato imposto dalla persona ma dalla società. La repressione dell’eros non avviene perché il principio del piacere confligge col progresso civile, ma perché si oppone a una civiltà «il cui progresso perpetua la dominazione e la fatica del lavoro».

 

L’agonia dell’eros

Il capitalismo “selvaggio”, privo di lacci e di lacciuoli, deregolamentato e globalizzata ha spezzato e riformulato il rapporto società individuo ponendo quest’ultimo in una posizione di soggettivismo esasperato, per cui ogni interesse è accentrato su di sé e tutto il resto, mondo esterno e relazioni sociali, se non rientra nella propria sfera d’interessi, viene ignorato o praticato a fini strumentali. Nel nuovo contesto liberal capitalista, il legame tra sublimazione dell’istinto sessuale e repressione si è riformulato in una società frammentata, dove le relazioni sociali sono brevi e poco durature nel tempo, come i vari lavori e lavoretti offerti alle nuove generazioni di oppressi. Anche i sentimenti sono precari o, per dirla con col titolo del libro di Zygmunt Bauman, l’amore diventa liquido e i legami affettivi fragili. La fragilità affettiva consente lo sfruttamento dell’eros mercificando gli oggetti del desiderio sessuale: non è più necessario quindi ricorrere al controllo e alla repressione.

L’Amore “sta male” secondo Byung-Chul Han che, nel libro Eros in agonia(Nottetempo 2019) descrive la cattiva salute dell’eros all’interno della società neoliberista, dedita alla sterilizzazione delle pulsioni in un contesto sociale caratterizzato da un individualismo «diserotizzante» e da una concezione mercificante di ogni ambito della vita. La diserotizzazione è un prodotto della società della prestazione neoliberale e ha come derivato la costruzione di una personalità rinchiusa in un narcisismo che risolve ogni realtà nel sé medesimo, incapace o timoroso di riconoscere l’Altro, di pensare assieme.

Per le migliaia di singole partite iva o di altre forme di autoimprenditorialità individuale, la vecchia e cara dialettica servo-padrone si rovescia da rapporto tra due entità distinte in autosfruttamento, cioè nella relazione del servo con se stesso, tipica del lavoratore precario odierno. Similmente, l’amore al tempo della società della prestazione diventa oggetto di consumo, merce regolata dalle leggi del capitale. L’amore commerciale fa dell’Altro un corpo da consumare, non da amare; una voglia da soddisfare subito con un atto di prestazione, senza impegni a breve e lungo termine perché l’io non vuole compromettersi con l’Altro, mettersi in giuoco e rischiare, preferisce ripiegare su se stesso. La relazione diventa strumentale e il valore dell’azione è misurato dall’utilità ricavata dal soggetto che la pratica, a scapito di ogni altra dimensione dell’agire: solidarietà, altruismo, giustizia.

La fine dell’amore è da imputare all’illimitata libertà di scelta, dovuta alla molteplicità della disponibilità dei partner (gli Altri) potenziali offerti dal “mercato”? No, scrive Byung-Chul Han, la crisi dell’eros ha ragioni più profonde e attiene all’inconsistenza leggera delle relazioni sociali, al venir meno dell’Altro che accompagna la trasformazione narcisistica del sé. L’agonia dell’eros è la paura dell’Altro, timore di uscire da sé, di rompere i confini autarchici dell’io per passare dall’individuale al condiviso, dal personale al collettivo.

Contro la depressione…

Più di cinquant’anni fa Herbert Marcuse sosteneva che l’«eros incatenato e logoro» è sintomo di una «civiltà ammalata». Reprimerlo, controllarlo, oppure mercificarlo indebolisce gli istinti di vita e produce forze depressive e distruttive. La depressione è una patologia narcisistica, causata da eccesso di autoreferenzialità che consuma e logora il soggetto. Definiva quel tipo di società come il tempo della psicosi in cui gli individui, pur non soffrendo della repressione del desiderio, sono incapaci di essere soggetti sociali che riconoscono la realtà e agiscono per trasformarla.

La società e la personalità degli individui sono attraversate da una contraddizione angosciosa. Le persone si sentono abbandonate a se stesse, aspirano alla sicurezza e alla solidarietà del collettivo, tendono ad instaurare relazioni ma, contemporaneamente, temono di essere catturati da relazioni stabili o, peggio ancora, a tempo indeterminato. Vedono in esse limiti alla loro “infinità” libertà potenziale di instaurare relazioni. Legarsi troppo a una persona o a un gruppo specifico significa precludersi altre potenziali e possibili scelte prospettate dalla produzione consumistica. Legarsi significa assumere responsabilità e ciò limita l’autonomia delle proprie scelte. Si ha paura di scegliere per non precludersi altre scelte, così non si sceglie mai, non si fanno mai scelte di medio lungo periodo, non si assumono mai impegni a tempo indeterminato.

D’altronde, la cultura consumistica odierna induce a scegliere prodotti atti a soddisfare immediatamente una voglia e, in questo senso, anche amare diventa una merce da consumare per soddisfare un desiderio, senza che tale azione lasci conseguenze durevoli. Nella fiera consumistica mercificata, il sesso si presenta come aspirazione alla felicità senza legami, libera da effetti collaterali, una felicità garantita dal «soddisfatti o rimborsati», per dirla con Bauman, ma in questo modo, esso diventa paradossalmente sempre più insoddisfacente: non regge all’esame delle alte aspettative ed è esso stesso fonte di frustrazione e ansia.

L’Eros, vivo e forte, è incompatibile con la depressione perché costringe il soggetto a uscire da se stesso e a volgersi alla relazione con gli altri. Al contrario, la depressione precipita il soggetto nel vortice nero di se stesso. Tutto teso al risultato, alla soddisfazione veloce dei desideri, secondo i ritmi di vita accelerata imposta dalla circolazione sempre più frenetica delle merci per realizzare il valore-profitto, l’io narcisistico è travolto e sviluppa una depressione da risultato, che non è mai all’altezza delle aspettative d’amore. La depressione si presenta o come impossibilità dell’amore, oppure come amore impossibile.

ridurre la durata della giornata lavorativa

La forza dell’eros costringe a collegarsi con gli altri e attraverso loro con la realtà, l’eros spinge alla realizzazione di una vita piena e libera dalla repressione e dalla mercificazione del corpo dell’Altro. La libertà dell’eros cozza contro il potere e il dominio del capitale che in precedenza lo ha imprigionato e ora lo ha “liberalizzato” mercificandolo. Occorre affiancare l’eros nella sua lotta trasformativa contro il potere perché della potenza dell’Amore necessita anche il pensiero per essere ardito, creativo, per osare pensare e progettare ciò che sembra impossibile. Oggi, la scienza e la tecnica applicata alle forze produttive, se strappate al dominio e all’oppressione del capitalismo, possono aprire la possibilità di una dimensione nuova ed esaltante della libertà umana a patto di ridurre la durata della giornata lavorativa, perché essa costituisce uno dei principali fattori repressivi imposti dal principio della realtà al principio del piacere, scriveva Marcuse: «la riduzione di questa durata fino al limite in cui il puro tempo lavorativo non blocchi più lo sviluppo umano, è la prima delle condizioni preliminari della libertà». Una nuova libertà che si costruisce in una società svincolata dall’assioma che la libertà proceda parallelamente alla crescita quantitativa del livello di vita. E’ un ragionamento, proseguiva il filoso tedesco, «che serve con troppa facilità a giustificare la perpetuazione della repressione», poiché misurare il livello di vita in termini di automobili, apparecchi televisivi, aeroplani, smartphone, ecc., è tipico del principio di prestazione stesso: «al di là del dominio di questo principio, il livello di vita verrebbe misurato con altri criteri: la soddisfazione universale dei bisogni umani fondamentali, e la libertà dalla colpa e dalla paura – da quella interiorizzata come da quella esterna, da quella istintuale come da quella “razionale”»[1].

 

Bibliografia

Aleksandra Kollontaj, Vivere la rivoluzione, Garzanti, 1979

Byung-Chul Han, Eros in agonia,Nottetempo, 2019

Georg Simmel, Filosofia dell’amore, Donzelli, 2001

Herbert Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, 1974

Zygmunt Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Laterza, 2003

[1]Tutte le citazioni sono tratte da Herbert Marcuse, Ersos e civiltà, Torino, Einaudi, 1974, p. 164