Un manifesto femminista per il XXI secolo

Proponiamo la recensione del libro Femminismo per il 99% – Un Manifesto, pubblicato in Italia da Laterza per la collana Tempi Nuovi  e già tradotto in numerose lingue in tutto il mondo


di Cristina Tuteri

Il testo proposto da Cinzia Arruzza Tithi Bhattachaya e Nancy Fraser è un vero manifesto femminista.

La forma del manifesto è apertamente dichiarata ad integrazione del titolo.

Ispirato al Manifesto di Marx ed Engels individua nel capitalismo il sistema generatore dell’oppressione nella società moderna.

Ma l’ispirazione non rinuncia ad aggiornare i grandi temi e ad inserirli nel quadro generale che assume tutti i connotati disastrosi che questo sistema ha prodotto e cerca gli strumenti per rovesciare il tavolo.

Testo efficace e chiaro, molto semplice nella comprensione e nello stesso tempo oone la complessità dell’intreccio sistemico delle molteplici contraddizioni e ingiustizie sociali generate dal capitalismo.

Abbiamo di fronte una lettura femminista del mondo  che punta il dito contro il capitalismo anche e soprattutto per quel che riguarda l’oppressione di genere.

E’ un femminismo di classe quello che viene disegnato e si inserisce a pieno titolo e con grande autorevolezza dentro la classe lavoratrice, la scelta di campo è netta e non ammette tentennamenti incertezze o mediazioni. Il genere è dentro la classe anzi di più. Allo sfruttamento produttivo viene coniugato quello riproduttivo sociale che il capitalismo ha saldamente legato per trarre profitti sfruttando entrambi i terreni a piene mani, mettendo a rischio la sua stessa fonte di esistenza.

Lo sciopero transfemminista dell’8 marzo colloca il femminismo dentro questo ambito, ma produce un salto di qualità, rinnova questo strumento costruendolo con l’astensione non solo dal lavoro produttivo ma anche da quello riproduttivo sociale, senza il quale, il lavoro produttivo non potrebbe sopravvivere.

Illumina come un fascio di luce su un palco il ruolo del lavoro riproduttivo ed insieme ad esso il suo sfruttamento e la sua gratuità.

E’ uno sciopero che si autoconvoca e unisce il lavoro salariato con quello precario non contrattualizzato, con quello senza diritti e quello non pagato.

E’ uno sciopero che scommette sul genere e sul genere migrante razzializzato.

Si tratta di un femminismo che individua come controparte anche il femminismo liberale  non solo compatibile con il capitalismo ma complice nello sfruttamento, che toglie la maschera ad un emancipazionismo di sistema, che se apparentemente libera poche donne privilegiate, il famoso 1%, contemporaneamente lo fa sfruttando il 99% di donne, soprattutto migranti o razzializzate caricate del lavoro di cura malpagato ed oscurato.

E’ un femminismo che guarda questo mondo e decide di esserci da protagonista per ribaltarlo.

Individua le contraddizioni e le sofferenze sociali di cui fa parte e tesse con esse alleanze e strategie comuni, che si universalizza e che ha come obiettivo la liberazione della classe.

Per fare questo non omogeneizza la classe di riferimento ma ne coglie le differenze e le valorizza per cercare obiettivi comuni in stereofonia.

Ma fa ancora di più. Lo sfruttamento del capitalismo delle risorse naturali senza preoccuparsi di rigenerarle è giunto a livelli non più compatibili con la sopravvivenza del pianeta e i cambiamenti climatici ne sono il risultato più evidente. Le donne sono state nel mondo, le maggiori protagoniste dei movimenti ecologisti a difesa dei territori delle risorse, proprio perché non separano i temi ecologici da quelli della riproduzione sociale, il loro ruolo è visibilissimo anche nel nuovo movimento ambientale in corso insieme alle giovanissime generazioni.

Rientra quindi in questo manifesto anche il discorso ecosocialista di grande respiro, non compatibile con il capitalismo ma in contrapposizione ad esso traccia un altro mondo possibile.

E’ un femminismo antirazzista contro le guerre imperialiste ed ecosocialista che prova a riconnettere un corpo sociale mondiale per sollevare il mondo dalla barbarie.