La crisi di Torino

di Sinistra Anticapitalista Torino

I fatti avvenuti a Torino nella scorsa settimana non sono casuali e/o contingenti; comportano un’analisi e un’interpretazione a diversi livelli di carattere socioeconomico e politico che andrà verificata nel susseguirsi dello scontro di classe.

I fatti

Tutto è cominciato il 7 febbraio, quando all’alba è partita l’operazione di sgombero dell’Asilo occupato, uno dei centri sociali della città.

Cinque occupanti sono riusciti a salire sul tetto, dove sono rimasti per oltre 30 ore in segno di protesta.

L’Asilo era stato occupato 24 anni fa e da allora era stato uno dei punti di riferimento del variegato mondo anarchico. Negli ultimi anni si era contraddistinto per le sue mobilitazioni contro gli sfratti e contro il CPR di Corso Brunelleschi, vera e propria galera che accoglie gli immigrati in attesa di rimpatrio.

Lo sgombero è scattato subito dopo l’avvio dell’Operazione “scintilla, aperta della Procura torinese contro una trentina di attivisti anarchici accusati di essere la regia della rivolta dei CIE.

Secondo il Questore di Torino l’Asilo occupato era la “base di una cellula sovversiva“ alla testa di questa rivolta. Non solo, sempre secondo il Questore gli occupanti avrebbero “esercitato per anni un controllo militare sul quartiere Aurora”. In questo contesto, il Pubblico ministero ha chiesto ed ottenuto la detenzione in carcere per sei anarchici, arrestati con l’accusa spropositata di associazione sovversiva.

La reazione degli occupanti non si è fatta attendere. Nella serata del 7 febbraio un corteo è stato caricato in corso Palermo per impedire che si avvicinasse a via Alessandria, sede dell’Asilo occupato.

Sabato 9 febbraio si è svolto invece un corteo partecipato che è partito dal centro della città. In testa lo striscione con la scritta “Fanno la guerra ai poveri e la chiamano riqualificazione. Resistiamo contro i padroni della città”. Dopo aver manifestato per le vie del centro, il corteo si è diretto a Porta Palazzo, per imboccare corso Giulio Cesare, dove un imponente apparato poliziesco chiudeva il Ponte Mosca sulla Dora e impediva l’accesso alla zona dell’Asilo. Durante gli scontri, 11 persone sono state arrestate con l’imputazione di devastazione saccheggio, poi rilasciate nei giorni seguenti davanti sia all’evidente casualità degli arresti e sia tanto più all’assurdità delle accuse.

Significative le dichiarazioni del questore che ha sottolineato come le reazioni di solidarietà della manifestazione del sabato siano stati superiori alle loro previsioni o speranze rispetto al tentativo di fare una operazione “dividi ed impera”, tenuto conto del carattere assai chiuso in sé stesso del centro sociale colpito.

L’operazione di Salvini.

Il Ministro dell’interno ha detto chiaro che, dopo aver bloccato gli sbarchi dei migranti, è pronto all’affondo decisivo contro i “delinquenti” dei centri sociali. Con simili operazioni il Ministro punta ancora più in alto. Vuole presentarsi al suo elettorato e ai settori della piccola borghesia che hanno votato il M5S, come l’uomo che “agisce e non parla”. Si rivolge quindi agli aspetti emotivi peggiori di questo elettorato. Con questo “fare” Salvini vuole accreditarsi agli occhi della borghesia come l’uomo d’ordine, quello capace di sedare qualsiasi opposizione sociale alle politiche iperliberiste e filopadronali.

L’operazione passa per Torino e per il Piemonte, dove la Lega punta a sfidare alle regionali prossime, la giunta Chiamparino sul suo stesso terreno, proponendosi forza capace di procedere con le grandi opere, a partire dal Tav, ma ha una evidente dimensione nazionale socioeconomica complessiva ed è parte del duro scontro che è in corso tra i due partners di governo. Tutto ciò infatti mette in difficoltà non solo la sindaca Appendino, ma tutto il M5S il quale copre e legittima a livello governativo l’azione razzista e repressiva dei dirigenti della Lega.

Chiamparino spera di poter rappresentare al meglio il blocco confindustriale e produttivo ed intorno ad esso cementare nuovamente vasti settori popolari in nome della Tav e del sostegno alla repressione contro i “settori devianti”, ma a trarne vantaggio da tutto questo, come già si vede sul piano nazionale, è solo la Lega di Salvini.

Questo spiega forse anche il fatto che dopo alcuni giorni di grande accelerazione propagandistica ed enfasi dei giornali sia subentrata una fase di relativa calma, quasi una fase di riflessione per verificare gli effetti che si sono prodotti e chi maggiormente ne è uscito rafforzato dal conformismo reazionario. Ma si è evidenziato soprattutto la “dialettica” tra la polizia con le ripetute e sempre più inquietanti dichiarazioni di esponenti dei sindacati di polizia (“noi rimarchiamo la necessità di introdurre il reato di terrorismo in piazza”) e la magistratura (il procurato vicario di Torino e l’Associazione nazionali magistrati) che ha difeso l’operato del GIP che non ha convalidato gli 11 arresti della manifestazione del sabato proprio per mancanza “di  gravi indizi di colpevolezza”. È chiaro che esponenti della polizia vogliono procedere per le spicce mentre la magistratura deve pur sempre tenere conto dei diritti e delle procedure giudiziarie che tutelano le persone. Inoltre in questo confronto è possibile intravedere anche diversi riferimenti politici.

Dichiarazioni e intenti della giunta comunale

La sindaca di Torino, la pentastellata Chiara Appendino, completamente messa sulla difensiva, che si è congratulata con la polizia per lo sgombero, dopo il corteo ha guidato il coro dei politici cittadini di tutte le formazioni nella condanna dei “violenti”. Si è allineato anche il vicesindaco Montanari, copertura “a sinistra” dell’amministrazione pentastellata, che ha dichiarato: “Lo sgombero dell’Asilo non è stato chiesto né voluto dalla Città ma siamo ben contenti che sia avvenuto: quel luogo non aveva alcun contenuto sociale, era un rifugio per alcuni delinquenti ed era odiato dai cittadini. Ma ci sono realtà che sarebbe scorretto sotto ogni punto di vista associare a via Alessandria, niente a che vedere con Cavallerizza, Gabrio e Askatasuna”.

Sono chiari l’intento e il messaggio del vicesindaco che ha cercato di delimitare l’ambito della operazione poliziesca (forse con qualche parziale successo finora), proprio per richiedere a governo e polizia di non andare oltre.

Le politiche amministrative di fondo del M5S, d’altro canto, sono in perfetta continuità con quelle del Partito democratico e perseguono nell’obiettivo di fare di Torino, la città del terziario avanzato, dei servizi, del turismo e dei grandi eventi. Tutta l’attenzione e la spesa pubblica si riversano sul centro della città, il salotto buono delle “madamin”, della media e alta borghesia, degli intellettuali sofisticati, mentre i quartieri periferici diventano luoghi di crescente marginalità sociale.

Borgata aurora: è uno dei vecchi borghi operai di Torino. Un tempo ospitava la manifattura Tabacchi, l’Officina grandi motori. Nel corso degli ultimi anni il borgo ha cambiato fisionomia. Tuttavia, vicino a Parta Palazzo, l’area è attraversata da un processo di trasformazione da quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni, che rende necessaria la normalizzazione violenta del quartiere. Rovina in fatti il decoro perbenista torinese la presenza di un quartiere di poveri e di immigrati vicinissimo al salotto buono della città. Non è un caso che Appendino abbia deciso di spostare allontanare il “mercato” della roba usata che i poveri raccolgono e vendono, in uno spiazzo lontano e desolato alle spalle del cimitero.

Un’ operazione e un test sociale e repressivo: prove generali di autoritarismo

L’operazione del Ministro degli interni, con il sostegno delle forze borghesi e dei loro media guarda avanti e punta a bersagli che sono assai più grossi degli stessi centri sociali minacciati e sotto richiesta di sgombero. È una risposta più o meno indiretta alla grande mobilitazione No Tav dell’8 dicembre e di sostegno al blocco politico e sociale borghese che viene costruito intorno al tema del grande traforo come elemento di presunto sviluppo economico. L’obiettivo quindi è di creare le condizioni sia politiche, ma anche repressive per sconfiggere definitivamente un grande movimento che ha retto di fronte a tante difficoltà e che resta un punto di riferimento per tutti i movimenti sociali del paese. Il territorio della Val Susa è già stato ampiamente militarizzato, ma Salvini e soci vogliono poter fare ancor di più per chiudere la partita.

Anche perché come risulta evidente dalle norme del cosiddetto Decreto sicurezza, padroni e governo sono ben consapevoli che le loro politiche sociali ed economiche potranno produrre prima o poi resistenze e lotte sociali anche di grande ampiezza (vedi gilets jaunes in Francia) che dovranno essere affrontate e possibilmente stroncate utilizzando tutto l’armamentario repressivo di cui si sono dotati.

Le modalità di gestione dello sgombero del centro sociale torinese e soprattutto la militarizzazione del quartiere che è andato avanti per giorni e giorni, è una prova per verificare le reazioni sociali che si producono ed abituare le persone ad accettare una realtà che potrebbe essere sempre più frequente.

In ballo c’è dunque una questione democratica di grande spessore che non può e non deve essere in alcun modo sottovalutata perché corrisponde alle crescenti dinamiche autoritarie della borghesia di fronte alle contraddizioni del capitalismo attuale, di cui il governo reazionario giallo verde si propone interprete ed apripista.

Naturalmente e per fortuna nulla è ancora giocato definitivamente, come sembra mostrare la relativa calma subentrata negli ultimi giorni; una prova è una prova e i margini di resistenza e di lotta sono ancora potenzialmente grandi; ma la segnalazione del pericolo deve permettere proprio la loro attivazione.

Torino e il Piemonte in crisi

Ma veniamo agli elementi di fondo e strutturali che caratterizzano la crisi di Torino e del Piemonte e che permettono di comprendere meglio quello che sta avvenendo. Stiamo parlando della crisi  economica e produttiva del Piemonte e del suo capoluogo e di conseguenza della crisi sociale ed occupazionale enorme che attraversa la regione e che pone grandi punti interrogativi sul suo futuro. La disoccupazione degli under 35 in dieci anni è passata a Torino dal 18,3% al 35,9%.; in regione dal 14,5% al 36%. I poveri sfiorano le 300 mila unità. Sono dati questi forniti da uno studio della Diocesi di Torino nello scorso anno.

In tutta la narrazione dei media c’è sempre un non detto; la fuga da Torino della più grande azienda del paese; la Fiat naturalmente continua ad esistere ancora in parte segnando pur sempre il quadro produttivo della regione, ma nello stesso tempo gran parte di essa è fuggita altrove. Soprattutto nessuno sa che cosa sarà la FCA nel prossimo futuro in questa regione. La sua direzione ormai esterofila guarda alla dura concorrenza internazionale, non più dal Lingotto, ma da altri lidi lontani.

Non è un caso che alle sorti del settore automotive guardi con preoccupazione anche il Centro Studi Confindustria che sottolinea come questo comparto resti centrale nell’industria italiana fornendo il 7% del prodotto manufatturiero, impiegando 253 mila addetti ed avendo un fatturato di quasi 100 miliardi annui. Il Centro Studi teme la concorrenza internazionale, il calo delle vendite, la frenata della Germania verso la quale va il 22% dell’export nazionale della componentistica, nonché il nuovo mercato delle auto elettriche.

Se poi si aggiunge che da Torino sono fuggite o sono state chiuse altre imprese o si sono ridotti di importanza soggetti economici tra cui la Banca Sanpaolo fusa con Intesa il cui centro sta a Milano, si può capire l’incertezza che regna tra le file della borghesia sul futuro del nostro territorio e su quali possano essere le alternative.

Alcuni dati rendono l’idea delle difficoltà della piccola borghesia: secondo Unioncamere Torino è la maglia nera in Italia nel rapporto tra nuove imprese e cessazioni di attività. Nei primi tre mesi del 2018 dell’anno 5.589 imprese hanno abbassato le saracinesche. Una strage «silenziosa» di negozi, piccoli artigiani, ditte individuali e anche aziende più strutturate che supera di gran lunga l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali. Il risultato è il saldo negativo più consistente della Penisola

Per ora questa è stata trovata, almeno così dice la propaganda, nel Tav. La Confindustria che ha riunito a Torino tutte le cosiddette categorie produttive (cioè piccola e media borghesia), per tenerle sotto controllo ed egemonizzarle ha indicato questa come soluzione a tutti i loro problemi; il Tav che miracolosamente (soprattutto un miracolo ideologico) dovrebbe offrire di per se stesso gli sbocchi produttivi necessari, non solo ai grandi costruttori, ma a tutta la pletora delle committenze e delle sotto committenze, fino  alle categorie piccole borghesi in fondo alla gerarchia economica: naturalmente finanziato con i soldi pubblici.

Di fronte alla crisi occupazionale, all’incerto futuro per migliaia di altri lavoratori e lavoratrici, è la Chiesa che si presenta sempre più come la soccorritrice dei diseredati, in assenza del ruolo dello stato nel creare posti di lavoro. E’ di questo che c’è bisogno: non di elemosine siano quelle della chiesa o di quelle statali furbescamente chiamate “reddito di cittadinanza”. Sembra ne sia convinto anche il vescovo Nosiglia quando afferma. “Se c’è una cosa che dobbiamo superare è il welfare dell’assistenza, che fa sentire le persone succubi, mentre ognuno deve avere la sua autonomia”.

Manca un attore. Quello indispensabile

In questo dramma della crisi sociale sembra mancare un attore che per più di 100 anni  è stato centrale nella vita politica ed economica della nostra città e regione: quella classe operaia torinese che anche nei periodi più bui ha saputo, con le sue lotte, indicare la via per una alternativa democratica e sociale.

Il suo silenzio in quanto soggetto politico è assordante e costituisce il principale elemento di impasse in cui ci troviamo.

Le sconfitte pesano, non solo quella ormai antica dell’80 alla Fiat, ma anche quella più recente del 2011 sempre alla Fiat e  poi le tante ristrutturazioni aziendali gestite dai sindacati maggioritari una per una senza mai costruire una vertenza complessiva sull’occupazione, alla ricerca solo di qualche compratore (inevitabilmente rapace) o di qualche ammortizzatore sociale per evitare il peggio.

Alcune di queste direzioni sindacali sono da tempo del tutto subalterne alle direzioni padronali; la Fiom ha lottato  a lungo, ma dopo essere finita isolata non ha trovato di meglio, negli ultimi anni, che piegarsi allo spirito del tempo.

Oggi sembra essere consapevole della drammaticità della situazione sociale ed occupazionale, della mancanza di prospettive produttive e del silenzio della sua classe e convoca, con la presenza della Segretaria nazionale il 21 febbraio davanti alla porta storica 2 di Mirafiori un presidio per lanciare Una vertenza Torino” a difesa dell’occupazione e delle produzioni automotive di FCA – CNHI e dell’indotto nell’area torinese.

Non è ancora chiaro come intenda muoversi la direzione Fiom, ma è di certo dalla classe operaia che si deve ripartire, da quelle porte delle fabbriche.

Sinistra Anticapitalista sarà a fianco delle lavoratrici e lavoratori.

P.S.:

Piccolo, ma significativo episodio sabato scorso al mercato rionale del popoloso e popolare quartiere di San Donato a Torino. Due coppie di nostre/i compagne/i con i loro bimbi davanti al gazebo della Lega iniziano una vivace discussione con gli esponenti salviniani criticandoli aspramente per le politiche antimigranti e razziste del loro partito e governo. I militanti della Lega sono in evidente difficoltà anche perché queste critiche sono condivise da alcuni giovani e da altre persone presenti. Ma come per incanto da dietro al gazebo si materializzano due carabinieri che si precipitano a sostegno e a difesa “politica” dei salviniani non trovando di meglio che chiedere i documenti ai nostri compagni, procedendo al loro riconoscimento e poi successivamente rimanendo a confabulare con gli esponenti della Lega.

Domanda legittima. Ma i due militari passavano di lì per caso proprio in quell’istante oppure erano in servizio d’ordine ufficiale al gazebo leghista? In questo secondo caso sorgerebbe spontanea una considerazione: forse i militanti leghisti non sono poi così sicuri della loro autorevolezza politica e, al di là dei sondaggi elettorali a loro favorevoli, si rendono conto che una parte della società comincia a reagire alle loro politiche reazionarie; meglio avere, quando si va in piazza e in mancanza di argomenti validi, gli uomini in divisa a sostegno della loro propaganda avvelenata.