Il contributo di Raffaello Renzacci alla battaglia del tempo di lavoro

di Diego Giachetti

Quindici anni fa, il 18 novembre 2003, moriva Raffaello Renzacci, operaio Fiat, militante del PRC, e già prima di Democrazia proletaria e della Lega comunista rivoluzionaria (avendo aderito giovanissimo, nel 1973 alla Quarta Internazionale), dirigente della Cgil di Torino e della sinistra sindacale. Quella morte, tanto improvvisa quanto lancinante e dolorosa, costituì non solo la perdita di un amico e di un compagno ma anche la privazione di un punto di riferimento etico prima ancora che politico.

raffaello

Raffaello lo abbiamo rincontrato nel corso dei lavori preparatori dell’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori sulla battaglia del tempo di lavoro che si tiene a Torino il 25 novembre presso la sala di Corso Brescia 14/c. Raffaello scrisse diversi articoli sull’argomento che abbiamo ripreso per produrre il libretto intitolato Riduzione del tempo di lavoro. Attualità di una rivendicazione storica del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori. Nuovamente abbiamo ritrovato la mano sua nello scrivere testi di carattere politico e sindacale, poiché sapeva aggiungerci quel tocco di vivace e a volte ironica narrazione che teneva viva l’attenzione del lettore.

I temi principali col quale dovette confrontarsi negli anni Ottanta e Novanta riguardavano il lavoro e l’organizzazione sindacale a cominciare dalle prime avvisaglie di quella che divenne negli anni successivi la trattativa complessiva sul costo del lavoro. Individuava nelle trattative in corso il disegno della borghesia e del padronato per imporre un rovesciamento, a suo vantaggio, nelle relazioni sociali, una sorta di Seconda repubblica delle condizioni di lavoro e dello stato sociale, fondata sulla riduzione complessiva degli strumenti di tutela solidaristica, sulla mercificazione di tutte le funzioni sociali: in tal senso andavano la privatizzazione delle imprese e dei servizi pubblici. Il mercato, osservava, entrava come elemento determinante nella linea contrattuale dei sindacati.

Precarizzazione e controriforma della cassa integrazione

Le forme di lavoro precario si stavano diffondendo tra le nuove generazioni, ciò comportava il rischio evidente e serio di una frattura insanabile tra diverse generazioni di lavoratori; inoltre, la condizione di precarietà rischiava «di avere un’influenza disastrosa sulla coscienza e sui valori culturali delle giovani generazioni, diventa un modello di esistenza e una visione del mondo. E tutto ciò avveniva, commentava amaramente, ai tempi del primo governo Prodi «un governo che si è definito di centro sinistra».

Nel gennaio 1987 fu approvata la legge che riformava la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione. La novità consisteva nell’introduzione della mobilità, cioè quei meccanismi volti ad agevolare l’allontanamento dalle aziende di personale eccedente e nel contempo a consentire il reimpiego in altre attività. Presentata come una novità importante e utile, esaltata nella sua pretesa efficacia, i commentatori si guardavano bene, scriveva Raffaello, dal citare i risultati dell’unica esperienza di mobilità fatta fino ad allora a Torino, dove nel 1982 furono posti in mobilità ben settemila cassintegrati Fiat, ma dopo due anni di tentativi portarono alla ricollocazione di appena una sessantina di lavoratori. La finalità della legge quindi era in primo luogo quella di liberalizzare i meccanismi di espulsione dal mondo del lavoro e dare il via ai licenziamenti nelle aziende. Oltre a questo aspetto strutturale, c’era un elemento in più che la legge innescava e che egli coglieva riferendosi a quello che è l’aspetto primario della costituzione di una classe, della sua coscienza: l’essere ancorati a una comunità di produttori. Non era più solo l’espulsione dalle fabbriche, era la scissione del legame tramite l’espulsione morbida attraverso la cassa integrazione e poi il licenziamento vero e proprio mascherato con la mobilità.

Riduzione dell’orario di lavoro

La battaglia di Raffaello contro la frantumazione del mondo del lavoro e dei diritti, volta a ricostruire un movimento dei lavoratori e un sindacato conflittuale e non concertativo, si intrecciava con analisi di più ampio respiro di carattere storico e teorico circa il rapporto esistente tra lavoro, tempo di lavoro, capitalismo e disoccupazione. In un’Europa, scriveva, sempre più unificata dalla mancanza di lavoro, andava posto l’obiettivo della settimana lavorativa di 35 ore a parità di salario.

Nel 1997, sulla spinta di Rifondazione comunista, il governo di centro sinistra, presentò un disegno di legge per la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore. Proposta da sostenere certo, consci però di una debolezza di fondo: «lo scontro che si è aperto sulla legge per le 35 ore non si profila tra i più favorevoli», perché «è difficile che la riduzione d’orario possa conquistarsi un posto tra le leggi dello Stato senza contemporaneamente acquisire uno spazio rilevante nelle coscienze e nelle azioni delle persone», senza «un movimento di massa che prema in tale direzione».

Vi era poi una parte della legge che poteva essere interpretata a favore dei padroni, permettendo loro un uso spregiudicato della flessibilità e del lavoro straordinario tali da rendere le 35 ore un riferimento puramente aleatorio. Tutto questo dibattere mentre, velocemente e inarrestabilmente proseguiva la deregolamentazione del lavoro: «è perfino difficile mantenere un quadro aggiornato delle dinamiche in atto e di tutti gli interventi contrattuali e legislativi che si pongono l’obiettivo di una totale frammentazione delle condizioni di lavoro e riduzione delle sue forme di tutela».

In uno dei suoi ultimi scritti analizzava il decreto attuativo della legge 30, varato allora dal consiglio dei ministri del governo Berlusconi. Lo definì un provvedimento che modificava “geneticamente” il lavoro con l’introduzione di 44 tipologie possibili di contratti i quali, assieme ad altre possibilità neo liberiste offerte alle imprese, rompevano l’unità contrattuale, toglievano i diritti ai lavoratori, scindevano la prestazione lavorativa dal rapporto di lavoro. Nel suo insieme, disse intervenendo al Cpn di Rifondazione comunista del luglio 2003, «il decreto si presenta come un tentativo di radicalizzare l’attacco ai diritti. Esso concretizza gli obiettivi di frantumare il mondo del lavoro, di privatizzare la gestione del mercato del lavoro, di cancellare la rappresentanza collettiva dei lavoratori. Siamo di fronte a un tentativo di controriforma del complesso delle relazioni sociali del nostro paese». Bisogna reagire alla normativa, concludeva, altrimenti «fra qualche anno ci troveremmo fra le mani una società sempre più feroce e individualizzata, un mondo del lavoro disperso nella sua identità collettiva e geneticamente modificato».