NO AL GOVERNO GIALLO-VERDE SENZA SE E SENZA MA!

di Franco Turigliatto

All’interno delle forze della sinistra radicale ci sono ancora molte incomprensioni sulla natura del governo Salvini-Di Maio e qualche ambiguità su come affrontarlo. Non sempre viene percepita la gravità della situazione e del pericolo che l’azione politica ed ideologica di questo governo rappresenta per l’insieme delle classi lavoratrici, per il movimento operaio in quanto forza politica e sociale, per la praticabilità delle lotte e quindi per gli assetti democratici della società. I disastri compiuti dalle forze del precedente governo e la serrata critica che facciamo alle loro posizioni liberiste e alla loro fasulla opposizione non possono certo frenarci dal combattere fino in fondo l’attuale esecutivo di Salvini-Di Maio.

Un governo reazionario

Il governo giallo verde infatti non può essere giudicato per qualche misura più o meno sociale (per altro da verificare nella sua articolazione) e parzialmente diversa da quanto fatto dai precedenti governi ([i]); deve essere giudicato per la sua natura complessiva e per il progetto di società che, se pure in forme differenziate, ma sovrapponibili, i due azionisti incarnano. E’ un governo reazionario nel senso pieno del termine, xenofobo, razzista e nazionalista; è un governo che contrasta l’azione collettiva, democratica e sindacale ed agisce per impedire che la lotta di classe delle lavoratrici e dei lavoratori torni protagonista nella vita del paese; è un governo che opera per dividere gli sfruttati promuovendo l’odio tra di loro, che difende la “sacra” proprietà privata con le unghie e coi denti; che mantiene le missioni militari all’estero, che ha sdoganato scelte e pratiche inumane, trasformando le vittime in aggressori, i soccorritori in criminali e la solidarietà umana e civile (il “buonismo”) in tradimento della nazione e del popolo, il “loro popolo”. È un governo che arricchisce ancor più i ricchi con la flat tax e i condoni fiscali intervenendo con qualche elemosina verso i più derelitti, sempre che si comportino bene e restino al loro posto.

È un governo padronale di parvenu piccoli borghesi, che al di là delle sparate propagandiste sul popolo, è strettamente interno al sistema capitalista e che mantiene saldi legami con la grande borghesia industriale e finanziaria, pur sempre e come prima il deus ex machina della società. È un governo in cui l’uomo forte, prepara le condizioni perché in tempi relativamente brevi possa guidare un esecutivo ancor più di destra.

La visione di società che Salvini difende è la totale libertà di sfruttamento del lavoro da parte dei padroni di ogni risma, della difesa a mano armata della casa e della roba di ogni piccolo o grande proprietario per la felicità dell’industria delle armi; è una società securitaria, rancorosa, che alza i muri e in cui la violenza di coloro che stanno in alto attraverso lo stato possa manifestarsi ogni volta che si ritenga necessario per difendere il loro sistema economico e di vita. È una società in cui la solidarietà e la giustizia sociale sono bandite.

Anche Di Maio non pensa a una società di liberi ed eguali, democratica e libertaria; tanto meno è favorevole a un sistema economico, slegato dai profitti e dalle rendite, a un’economia autogestita dal basso dalle strutture democratiche delle lavoratrici e die lavoratori.

La posizione di Di Maio è quella del piccolo borghese, che concepisce una società astratta di soggetti individuali ed individualizzati, resa “onesta” dall’azione demiurgica del loro movimento (un partito per altro super verticistico con capi più o meno carismatici e violente lotte di potere interno) e dalla digitalizzazione, con uno Stato disciplinatore e giustizialista. Siamo di fronte a un paternalismo autoritario che trova la sua piena e disgustevole applicazione con il “reddito di cittadinanza” dove riemerge il concetto della plebe, dei poveri da sopporre a tutela, verificandone la moralità attraverso il controllo digitale dei loro acquisti. Naturalmente dietro a tutta la propaganda si nasconde una totale ipocrisia; il piccolo borghese tribunizio giunto al governo, esprime il massimo di disinvoltura politica e di pragmatismo interessato adattando le regole alla sua bisogna, giustificandosi che così “vuole il popolo”.

Di Maio e Salvini hanno continuato e approfondito le ciniche e spietate misure di Minniti antimigranti; sono tutti responsabili per questa strage infinita nel Mediterraneo e per aver conformato la mente e il cuore di milioni di italiani a una spaventosa ingiustizia che rompe con le leggi più sacre del mare. Dobbiamo lottare perché un giorno siano chiamati alla sbarra per rispondere di questo crimine.

Le politiche del M5S e della Lega non sono nuove ma rappresentano invece un concentrato di conformismo (e già si sta affacciando anche il dl di Pillon sulla famiglia…) o, per riprendere una formula di un articolo (per altro discutibile) de La Stampa un “combinato disposto di paura e controllo”.

Il decreto sicurezza e immigrazione rappresenta questa politica violenta costruita sulla induzione della paura e sul controllo sociale. Congiunto alla vile operazione della magistratura contro il sindaco di Riace, rappresenta un salto di qualità nella oppressione dei migranti e costituisce un attacco mirato al diritto e alla possibilità di lottare per la difesa del posto di lavoro, per  avere una casa in cui abitare, per  opporsi a scelte e a leggi ingiuste.

Questo decreto viola molti principi fondamentali della carta costituzionale. Il Presidente della Repubblica, Mattarella avrebbe avuto tutti gli elementi per respingerlo; ha scelto invece di firmarlo cercando di salvarsi l’anima con un appello politico al primo ministro e al Parlamento affinché sia rispettato il diritto di asilo. Con quella firma il capo dello stato è diventato responsabile, quanto i due soci di governo, di una vera e propria ignominia democratica. Il suo rigetto avrebbe certo aperto una crisi istituzionale, ma sarebbe stata la cosa giusta da fare perché avrebbe permesso a tutta l’opinione pubblica di capire che si era in presenza di un crocevia e di una rottura democratica

Mattarella ha scelto, non a caso, di essere il garante dello stato borghese e della sua stabilità reazionaria invece di essere il difensore dei diritti democratici iscritti nella Costituzione. Le conseguenze di quel decreto saranno gravi ed imprevedibili.

La costruzione delle resistenze necessarie

In questi giorni però, a partire dalle manifestazioni contro l’arresto del sindaco di Riace, stiamo assistendo a mobilitazioni in diverse città e ad una maggiore consapevolezza in molti settori sociali della gravità della situazione politica e della necessità di costruire un fronte di resistenza e di lotta al governo giallo-verde.

La manifestazione nazionale in Calabria è stata un passo molto importante. Al tempo stesso, la Marcia Perugia-Assisi di quest’anno ha visto l’assai consistente partecipazione di decine di migliaia di persone, con una rivitalizzazione in rapporto alle precedenti edizioni che è chiaramente frutto dell’ incipiente polarizzazione prodotta dalle iniziative e dall’ideologia del governo gialloverde. Sebbene la Marcia non esca da rivendicazioni generiche, in tutta evidenza ha mostrato la disponibilità di settori più ampi della popolazione alla mobilitazione contro le politiche reazionarie di questo governo, in termini di diritti sociali e civili. Interessante, al riguardo, è la solidarietà esplicita con l’esperienza di Riace e del suo “modello”.

L’assenza di iniziativa delle organizzazioni sindacali confederali sul piano rivendicativo e delle battaglie sociali democratiche costituisce un grave vulnus ed una pesante responsabilità per i loro dirigenti da troppi anni subalterni alle forze padroni e ai governi. Lo sciopero della Cub, del Si Cobas e di altri sindacati di base del 26 ottobre (seguito da una manifestazione nazionale il giorno successivo) è un segnale positivo in controtendenza e va sostenuto. Inoltre, non è assolutamente possibile trascurare la recente due giorni di assemblea nazionale di Non Una di Meno a Bologna, che ha rilanciato una mobilitazione permanente, con diversi appuntamenti di lotta, fino al prossimo sciopero femminista transnazionale del marzo 2019. Contribuire alla costruzione e al rafforzamento di questo movimento è impegno di fondamentale importanza, perché esso è in prima linea sul piano globale contro i venti della reazione che soffiano in tutto il mondo e, con la consapevolezza dell’intreccio indissolubile di sfruttamento e oppressioni, è anche all’avanguardia nella ricostruzione di un più generale movimento anticapitalista.

Proprio per questo bisogna lavorare per dare vita a un autunno di lotte che sia in grado anche di produrre una grande e partecipata manifestazione nazionale antirazzista, democratica e sociale contro questo governo. Occorre dimostrare a tutto il paese che ci sono settori ampi sociali e di giovani che si oppongono a questo governo e che non hanno alcuna intenzione di accettare passo dopo passo, la resistibile ascesa di Salvini e soci.

Anche la manifestazione del 20 ottobre, promossa dall’USB e da Potere al Popolo non può limitarsi ai contenuti della prima convocazione. L’obiettivo delle nazionalizzazioni è certo necessario e sacrosanto, ma la manifestazione deve saper mandare un messaggio politico chiaro e forte contro questo governo. Il fatto che esso possa ancora disporre di un certo sostegno popolare può solo spingere tutta la sinistra di classe a moltiplicare gli sforzi per chiarirne la natura padronale e gli scopi che si prefigge, a combatterlo fino in fondo senza se e senza ma.

[i] Per una prima disamina delle misure finanziarie del governo si veda l’articolo https://anticapitalista.org/2018/09/28/la-realta-della-finanziaria-dei-due-soci-di-governo/