Alcune considerazioni sull’accordo dell’ILVA

di Francesco Maresca

Alla fine, nei giorni scorsi e dopo una lunga trattativa, sul caso ILVA si è giunti ad un accordo.

Di tutta la vicenda, la prima cosa che balza agli occhi è l’attuale inconsistenza dei capitalisti nostrani: in nessun momento qualcuno di loro ha ritenuto ritenuto di poter acquisire il gruppo ILVA né è stata avanzata, se non da alcune forze della sinistra la proposta della nazionalizzazione. Era la soluzione necessaria, migliore e praticabile sia perché lo stabilimento siderurgico di Taranto, non a caso, era stato dichiarato “stabilimento di interesse strategico nazionale” dallo stesso decreto legge n. 207 del 3 dicembre 2012 sia perché l’ILVA è uno dei pochi grandi gruppi industriali italiani con un ruolo di grande rilievo nell’economia del paese.

E ora che cosa può succedere con lo stabilimento diventato proprietà di Arcelor Mittal?

Non basta solo rammaricarsi, come fanno alcune organizzazioni sindacali e politiche, la verità è che si è abbandonato un punto fondamentale, il nodo strategico della messa in discussione della proprietà privata: Il grande complesso dell’Ilva è ora nelle mani di una multinazionale ben presente in tante parti del mondo, che non solo inquina a piene mani, ma licenzia in modo cospicuo. Ad esempio all’acciaieria di Kryvyi, in Ucraina, lo stabilimento Arcelor – Mittal, dopo una cura da cavallo è passato da 65.000 a 23.000 dipendenti aumentando in modo spropositato i profitti.

Sarà necessaria una disamina più approfondita dell’accordo, alla luce della lettura di tutta la documentazione pubblicata.

Per ora, ci limitiamo a porre alcune domande ai firmatari e a sottolineare alcune criticità.

Ecco allora il primo dubbio: la paventata assunzione di tutto l’attuale organico del gruppo si realizzerà veramente?

A pagina 3 dell’ipotesi d’accordo si sostiene che vanno ricercate “nel rispetto del principio di discontinuità che governa l’Operazione idonee soluzioni per l’intero personale della società ILVA che siano, al contempo, sostenibili e compatibili con il Piano Industriale di AM InvestCo”.

Ci chiediamo: «Allora, le assunzioni sono subordinate al Piano Industriale?»

A pag. 5, al punto 5 si prefigura uno spostamento da città a città anche se limitatamente di 3 mesi anche se pensiamo che il dubbio più forte risieda al punto 6 che riportiamo integralmente: “I lavoratori che avendo ricevuto una proposta di assunzione presso le affiliate decidano di non accettarla, non saranno destinatari di ulteriore proposte di assunzione da parte di AM InvestCO e delle affiliate”. Cosa vuol dire questo? Che il lavoratore che dovesse rifiutare di essere spostato e assunto, per es. da Taranto a Milano, si troverà licenziato, rimanendo a carico della Società ILVA oppure sarà completamente fuori?

Uno degli elementi più importanti dell’accordo è “la valutazione preventiva del danno sanitario”, che è stata completamente trascurata e che andremo a verificare nel cosiddetto Addendum, riguardante tutte le questioni ambientali e sanitarie.

C’è infine la contestata “immunità penale” che, con questo accordo, passa dai Commissari nominati all’epoca dell’esproprio ai Riva, a AM InvestCo. Per quale parte degli impianti vale l’immunità, quelle che furono messi sotto sequestro dai Pubblici Ministeri di Taranto o per tutto lo stabilimento? Se sì, cosa centrano i tubifici, i laminatoi, la zincatura ecc…

È un bel problema da affrontare insieme ad altre questioni importanti come il salario e le sue varie forme tra cui il PdR (Premio di Risultato) e come le questioni ambientali inerenti alle Cokerie, all’Agglomerato, e agli altiforni pure vanno analizzate e approfondite.

Sinistra Anticapitalista ha sempre sostenuto che la soluzione migliore fosse la nazionalizzazione, ma questo accordo pone qualche problema in più sul piano della proposta politica che va rivista alla luce della nuova situazione. Ora è importante vigilare su ogni passo che Arcelor – Mittal farà e, qualora fosse necessario, mobilitare i/le lavoratoritrici e i/le cittadini/e, soprattutto sulle questioni ambientali e sanitarie, che, data la natura non risolutiva dell’accodo, inevitabilmente si ripresenteranno.

Il Nostro non è un rifiuto né un’accettazione dell’accordo, compito quest’ultimo che spetterà ai/alle lavoratori/trici ma rimaniamo fortemente critici su come questo accordo ha chiuso il primo tempo di una vicenda complicata ma non impossibile da affrontare.

Ad esempio, non è mai stata presa l’iniziativa di mobilitare i/le lavoratori/trici neanche quando l’attuale governo, con il ministro Di Maio ha trascinato il parere dell’Avvocatura dello Stato su una sua falsa interpretazione.

Quando avevamo letto il parere espresso dall’Avvocatura avevamo capito chiaramente che non c’erano le condizioni di un annullamento della gara. Il Ministro Di Maio però doveva ancora illudere i suoi elettori sulla possibilità che si potessero chiudere le fonti inquinanti.

Ricordiamoci che la responsabilità di tutto il dossier ILVA non è solo in capo a Di Maio ma all’intero Governo e soprattutto a quelli che lo hanno preceduto. Il “coraggioso” Salvini, mentre ubriacava i suoi elettori e simpatizzanti con la guerra ai migranti e ai Pubblici ministeri, faceva lo gnorri sulla vicenda Ilva, sapendo che da questo problema non solo non prenderebbe voti ma che probabilmente li perderebbe, così come potrebbe capitare al M5S.

Agli operai, ai sindacati di classe, alle cittadine e ai cittadini rinnoviamo l’invito a controllare quello che accadrà nei prossimi giorni/mesi perché sarà un periodo molto duro.