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Della potenza del mito: i chierici del finanz-capitalismo e noi

di Antonello Zecca

Le giaculatorie su Marchionne ci riportano al costante ritorno di un rimosso che, illusoriamente, pensiamo ormai da tempo sepolto sotto la fitta coltre di feticismo della tecnologia di cui è saturo il nostro mondo.
Positivismo scientista, elogio del tempo meccanico e lineare, eterno presente, sono le caratteristiche ideologiche e di percezione della realtà che si sono progressivamente imposte durante l’ascesa della borghesia a classe dominante mondiale.

Queste caratteristiche, però, non hanno offuscato la dimensione del mito, cioè di una visione del mondo che si esprime attraverso le sue epopee fondative e i suoi eroi, ma anzi ne sono parte integrante e ne hanno al contrario esaltato la funzione e la potenza.

La rimozione, ad opera delle rivoluzioni borghesi nei paesi occidentali, del dominio della Chiesa in quanto centro istituzionale legittimamente e universalmente riconosciuto della gestione della dimensione del sacro, ne ha aumentato paradossalmente la pervasività derubricandolo a “fatto privato” dei singoli individui, spostandone però la legittimità della produzione nello Stato e nei suoi apparati, incarnazione fittizia dell’ “individuo collettivo” e dell’ “interesse generale”.

Lo Stato, in quanto garante della riproduzione dei rapporti sociali capitalistici, celebra i suoi eroi, i suoi santi, i suoi venerabili, e lo fa esaltandone i tratti esemplari, suscitando il desiderio di identificazione e di emulazione, con la stessa funzione che le agiografie svolgevano nel Medioevo.

Ogni epoca ha il proprio modo di celebrare il culto degli uomini illustri, e lo stesso capitalismo ne cambia costantemente le modalità.
La celebrazione di Marchionne è coerente con il canone morale (borghese) richiesto dall’attuale fase del modo di produzione capitalistico, cioè dalla fase in cui si assiste a un’elevatissima fusione tra capitale industriale e capitale finanziario. Il manager, insieme al CFO, assume una funzione rilevantissima, di moderno depositario dei segreti occulti del padroneggiamento, dell’imbrigliamento e nel giusto indirizzamento delle “forze della natura”: i mercati e la competizione globale. E se, per farlo, occorre passare sulle vite di decine di migliaia di uomini e donne che sia!
Ne consegue che tratti che, nella precedente fase del capitalismo, quella dal secondo dopguerra fino alla metà degli anni Settanta, avrebbero suscitato riprovazione, seppure forse ipocrita, anche nella “pubblica opinione”, cioè negli apparati di produzione ideologica del Capitale, perché non funzionali a quelle modalità di estrazione del plusvalore, oggi sono esaltati e assunti a modello e fonte di ispirazione.

In tal senso, Marchionne rappresenta oggi l’eroe borghese par excellence, di una classe che, pur interrogandosi su criticità, problemi e difficoltà di gestione dell’attuale fase del Capitale, conserva tuttavia una granitica coscienza di sé in quanto soggetto politico collettivo.

In controluce, la beatificazione di Marchionne rappresenta la tragica constatazione che la classe operaia oggi esiste solo in sé, come aggregato di singoli individui che condividono una posizione nella produzione, ma che non esiste di per sé, cioè come soggetto (auto)cosciente che, attraverso la lotta collettiva, la discussione, la condivisione consapevole di uno spazio fisico e sociale, si costruisce e si determina, in un processo permanente, come soggetto politico, al pari del suo antagonista storico, costruendo al tempo stesso i suoi strumenti di lotta politica e ideologica, i suoi strumenti per la contesa controegemonica.

Ecco ciò che oggi manca al nostro campo e che dovremo fare tutto il possibile per aiutare a far rinascere.

Il resto è un dettaglio.