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Messico. Lo tsunami «obradorista». E l’appoggio della «mafia del potere»?

 

da Alencontre, Manuel Aguilar Mora

 

«Nelle ultime elezioni [1° luglio 2018] c’è stato chiaramente un vincitore, Andrés Manuel López Obrador (AMLO-1953), che ha ottenuto una vittoria chiara, convincente e incontestabile».«Il riconoscimento della sua vittoria dà una sicurezza», sono alcune delle molte espressioni utilizzate da Enrique Peña Nieto, presidente del Messico (dal 2012 a fine novembre 2018). In tal modo ha sintetizzato ciò che la «mafia del potere» – della quale è il rappresentante più manifesto – pensa nei giorni che hanno seguito immediatamente il devastante trionfo elettorale di AMLO. Infatti, il primo colloquio che AMLO ha avuto dopo il 1° luglio è stato precisamente con Peña Nieto. Lo ha incontrato due giorni dopo, al Palazzo Nazionale, da solo, per parecchie ore, mentre tutti i media aspettavano le sue dichiarazioni alla fine della riunione.

Rapporti cordiali tra AMLO, Peña Nieto e la «mafia del potere»

È quello che le foto delle due personalità hanno offerto al pubblico: seduti e camminando per i corridoi del Palazzo, quasi come due vecchi amici, con AMLO che applaudiva il suo compare che ha lodato e sostenuto senza limiti. Davanti ai media ha definito cordiale la riunione e, riferendosi al processo elettorale, ha felicitato Peña per la sua condotta in termini che erano certamente di suo gusto: «Ho sofferto di questo intervenzionismo frazionista che non corrisponde ai sistemi politici democratici. Ora devo ammettere che il Presidente Enrique Peña Nieto ha agito con rispetto, e che le elezioni sono state in generale libere e corrette». Un’opinione che evidentemente non può essere facilmente dimostrata, e che Ricardo Anaya, il candidato della coalizione PAN, accusato senza prove dal governo Peña di essere complice di riciclaggio di denaro, non condivide per niente.

AMLO e Peña Nieto si sono impegnati ad assicurare il miglior coordinamento possibile durante i lunghi cinque mesi di transizione di governo che l’arcaica legge elettorale in vigore stipula tra il giorno dell’elezione presidenziale e l’investitura del candidato vincitore. Come si è detto, Peña si è felicitato con AMLO per il suo trionfo e gli ha offerto tutte le garanzie che il gabinetto dei segretari (ministri) già nominati da AMLO lavoreranno con i suoi per attuare dei piani relativi alle questioni che riguardano direttamente l’installazione dell’amministrazione seguente, tra le quali figura il bilancio 2019. E tutti e due hanno anche insistito su ciò che diventa sempre più evidente e che è fondamentale per loro: inviare il messaggio di serenità più forte e chiaro possibile ai mercati e agli investitori, indicando che i loro interessi sono preservati. In effetti, la fiducia e la tranquillità del mondo degli affari davanti al trionfo di López Obrador si sono espresse in un fatto: le fluttuazioni della borsa e il tasso di cambio del peso verso il dollaro erano già integrati dai «mercati» e non hanno subito alcuno choc.

L’indomani, il colloquio seguente si è effettuato precisamente con gli uomini d’affari del CCE (Consejo Coordinador Empresarial), il cui presidente, Juan Pablo Castañón – accompagnato da altri membri eminenti come il bellicoso e molto in vista Claudio X. Gonzáles – che si sono espressi nei termini migliori verso AMLO. Si sono detti pronti a collaborare al meglio con il leader del Movimento Nazionale di Rigenerazione (Morena). «Abbiamo bisogno di un governo forte e solido» ha detto Castañón, in un tono molto diverso da quello utilizzato da lui e dai suoi colleghi quando, prima delle elezioni, avevano criticato AMLO in una lettera aperta largamente pubblicizzata che criticava le dichiarazioni di AMLO contro di loro: «In questo modo, no», scrivevano, contestando le opinioni critiche di AMLO contro la «mafia del potere», privilegiata dal traffico di influenza con il governo di Peña Nieto. Allora è finita con i qualificativi apocalittici che consideravano AMLO un «pericolo per il Messico», e l’appello a non votare per lui, come hanno fatto i magnati Germán Larrea e Alberto Bailléres, due degli uomini più ricchi del paese? Alfonso Romo, il prossimo capo del gabinetto presidenziale di Obrador, amico e collega di questi magnati, lo dice chiaramente: «tra i rappresentanti del settore privato e AMLO c’è ora una luna di miele ed essi si amano tutti l’un l’altro». Non fanno più parte della «minoranza rapace», come era qualificata prima del 1°luglio.

Anche la questione della costruzione del nuovo aeroporto di Ciudad de Mexico (NAICM) resta nel quadro di un dialogo con i potenti «sulla sua praticabilità» e la sua costruzione non è più criticata, com’era, un attacco colossale contro l’ambiente nella regione dell’antico bacino del lago salato di Texcoco.

Nella marcia verso la poltrona presidenziale sulla quale si siederà il 1° dicembre, le prossime fermate sono già annunciate: Trump e AMLO si sono già parlati, e Mike Pompeo – che era direttore della CIA sotto l’amministrazione Trump ed è diventato segretario di Stato – visiterà presto il paese e incontrerà Peña ed AMLO. Il 24 luglio Enrique Peña Nieto e AMLO assisteranno insieme a Puerto Vallarta (Stato di Jalisco) alla riunione dell’Alleanza del Pacifico (Cile, Colombia, Perù e Messico); in agosto e settembre [AMLO] si dedicherà alle grandi linee del suo programma di governo e in ottobre e novembre farà una nuova visita nelle diverse regioni del paese per presentare i suoi piani di sviluppo integrale.

Nel discorso fatto allo Zócalo (Piazza della Costituzione), nella notte del 1° luglio, celebrando la sua vittoria davanti alla folla acclamante, AMLO si è affrettato, approfittando del momento, ad annunciare la sua visione del Messico democratico che vuole presiedere e a inviare un messaggio ai capitalisti che sono i padroni del Messico. In tutta franchezza, ha espresso molto chiaramente le libertà che regneranno nel suo governo, in primo luogo la libertà di riunione e di espressione, e ha poi menzionato, naturalmente, la «libertà d’impresa». Quindi, nessuno può essere indotto in errore sul luogo verso il quale si dirige «el Peje», (soprannome di AMLO [lett. “pesce”, ma vari sensi figurati]).

Gli uomini e le donne più ricch/i/e tra i/le ricch/i/e, quell/i/e che sono raggruppat/i/e nel Consejo Mexicano de Negocios, non hanno tardato a reagire e, quattro giorni dopo la vittoria di Obrador, pretendono già di essere i migliori alleati del nuovo leader nazionale. I media, in particolare le due principali reti televisive, Televisa e TV Azteca, hanno utilizzato i loro strumenti, e tutti appaiono in video rapidamente montati, mentre si dichiarano partigiani energici e insostituibili del presidente eletto. La «mafia del potere» dichiara di essere un movimento «obradorista».

La politica nelle elezioni

Il trattamento che AMLO ha ricevuto da Peña Nieto è, dopo tutto, la risposta alla strategia che AMLO ha attuato dalla metà del mandato di sei anni di Peña Nieto. Questa consisteva nel mettere sull’avviso il presidente del PRI per organizzare una transizione sul velluto, anticipando alla cricca di Los Pinos [residenza del presidente] che alle elezioni del 1° luglio egli sarebbe uscito certamente vincitore. È stato franco e senza giri di parole: ci sarà un’amnistia per Peña Nieto, che non dovrà preoccuparsi di rendere conto dei suoi numerosi crimini, perché AMLO non lo perseguirà per vendicarsi. Tuttavia, Peña e il suo gruppo hanno fatto tutto il possibile per evitare il trionfo del «Peje». Fino a qualche giorno prima del 1° luglio, le voci di una frode correvano al pari dei milioni di pesos che circolavano per l’acquisto dei voti. È stato indicato che l’acquisto di un voto poteva raggiungere 5.000 pesos (circa 250 dollari) e più. È stato anche riportato dai media che anche se migliaia di persone hanno accettato, altre, milioni, hanno rifiutato di vendere il loro voto alle offerte fatte dai partiti, con il PRI che era quello che ha dedicato più denaro per tale acquisto. Ma la tattica impiegata, ancora una volta soprattutto dal PRI – un partito che ha perso completamente l’egemonia della quale godeva da decenni nel sistema – è stata del tutto superata dall’esasperazione sociale, che ha raggiunto livelli senza precedenti precisamente nel corso del mandato di Peña.

La devastante vittoria del 1° luglio (è stata ottenuta in tutti gli Stati della Repubblica, ad eccezione di Guanajuato, lo Stato di Vicente Fox del PAN – Partito di Azione Nazionale, V. Fox è stato presidente dal 2000 al 2006) ha cambiato molte cose. Questa si spiega soprattutto con il malcontento sociale e la resistenza di milioni e milioni di Messicani e Messicane, in schiacciante maggioranza lavoratori formali e informali, vittime allo stesso modo delle politiche criminali di austerità, di privatizzazione, di violenza e di repressione, cominciate più di trent’anni fa e che hanno raggiunto il culmine sotto l’attuale governo di Peña Nieto.

L’abilità di AMLO è consistita nel comprendere tutto questo e rimanere un’opposizione leale nel sistema, puntando tutto, da buon politico del sistema, sulle elezioni. Il suo obiettivo era, accettando le regole elettorali istituzionali, di stirare questa «associazione» il più possibile. Tutto ciò per tentare di rendere impossibile una nuova frode come quelle del 1988 (contro Cuauhtémoc Cárdenas del PRD – Partito della rivoluzione democratica) e del 2006 (contro lui stesso). Bisognava collocarsi nella legalità più stretta del sistema, pure ricorrendo ai bagni di folla permanenti, da qui la critica al suo «populismo» da parte di molti suoi avversari. Per più di dieci anni, AMLO ha visitato, molte volte, centinaia di comuni del paese. È diventato l’uomo politico di gran lunga più popolare e più conosciuto del paese.

Quando Peña Nieto, all’inizio del suo mandato, ha fatto appello alla formazione del «Patto per il Messico», AMLO vi si è opposto chiaramente. L’obiettivo del Patto: coprire le politiche di privatizzazione della «terza generazione » con l’ombrello della «unità nazionale». Il «Patto per il Messico» ha riunito i tre principali partiti dell’epoca: il PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale), il PAN e il PRD. Il 1° luglio hanno subito la peggiore sconfitta della loro storia. Da parte sua, AMLO si è dedicato alla fondazione e alla direzione di Morena (Movimento di rigenerazione nazionale) che in meno di cinque anni è diventato il partito maggioritario. Secondo l’INE (Istituto nazionale elettorale), i voti espressi mostrano che più di 30 milioni di voti (53%) si sono espressi per AMLO, contro 10,2 milioni per Ricardo Anaya, candidato della coalizione diretta dal PAN e dal PRD, e 9 milioni per José Antonio Meade (15%), candidato della coalizione del PRI.

Questo risultato si traduce in una maggioranza assoluta nelle due camere del Congresso dell’Unione. Ugualmente, dei nove Stati che hanno avuto elezioni legislative, il PRI non ne ha vinto nessuna; cinque sono state vinte da Morena, (Veracruz, Morelos, Chiapas, Tabasco e Mexico, bastione tradizionale del PRD); Yucatan e Guanajuato sono andati al PAN; lo Stato di Jalisco è stato vinto dal Movimiento Ciudadano, legato alla coalizione del PAN. Nello Stato di Puebla ci sarà certamente l’intervento del Tribunale elettorale per decidere se il vincitore è il PAN o Morena.

Il collasso del sistema dei partiti tradizionali

La disfatta del PRI, del PAN e del PRD è l’altro fattore politico significativo del 1° luglio. Le sue conseguenze modificheranno il processo di trasformazione dei rapporti tra classi e gruppi sociali. Nel corso dei suoi nove decenni di esistenza, il PRI ha conosciuto il suo peggior risultato elettorale: ha vinto in una sola delle 300 circoscrizioni elettorali. Tutto è andato storto quando ha deciso di scegliere come candidato alla presidenza un alto funzionario che non era mai stato membro del PRI: José Antonio Meade, che era stato segretario di Stato sotto le amministrazioni di Felipe Calderon (PAN: dal 2006 al 2012) e di Peña Nieto.

La sua frazione parlamentare sarà le terza della Camera. Sarà composta da soli due deputati proporzionali (i deputati cosiddetti plurinominali). L’annuncio della decadenza del PRI era già evidente alla sua prima sconfitta nel 2000, ma la restaurazione del governo di Peña Nieto gli aveva infuso un sentimento di vigore. Ora è finito nello spettacolo incontrollato della corruzione devastatrice dei suoi governatori a Veracruz, Chihuahua, Quintana Roo, Coahuila, Tamaulipas e, ovviamente, tutti posti sotto la direzione dello stesso Peña Nieto. La rifondazione di un partito, compresa la possibilità di un cambio di nome, sono i problemi ai quali deve far fronte una direzione demoralizzata sull’orlo del precipizio.

La marginalità politica alla quale il PRI è stato condannato in queste elezioni è un avvenimento di importanza storica. Non è niente di meno che la disfatta del partito dominante in Messico per la maggior parte del 20° secolo. L’impero del PRI ha segnato in modo indelebile la politica messicana. Le sue conseguenze sono sempre presenti e non spariranno facilmente. AMLO, ad esempio, ha fatto i suoi primi passi in politica proprio nel PRI. Ma il dominio egemonico del PRI non ha raggiunto un livello effettivo di restaurazione con Peña. E le condizioni sociali non sono più quelle che permettono l’emergere di un nuovo PRI.

Molti che ritengono che Morena sia esattamente questo sbagliano, così come quelli che credevano, 30 anni fa, che anche il PRD fosse una versione del «neopriismo». Il corporativismo sindacale [apparati sindacali legati al PRI] e il pluriclassismo caratteristico del PRI sono scomparsi e non torneranno. Certo, ci sono molti aspetti della pratica dominante per decenni del PRI che hanno impregnato diversi settori politici e sociali. Ma è finito il ruolo egemonico storico del PRI in quanto fattore politico governativo e del controllo come del dominio corporativista delle masse popolari, inquadrate da un’ideologia nazionalista direttamente legata ai miti della Rivoluzione messicana.

Questo ruolo è stato legato, fin dall’inizio, allo stabilimento della forma di Stato bonapartista che la Rivoluzione messicana ha attribuito al governo all’inizio del 2o° secolo. Il bonapartismo era istituito dal partito ufficiale che, in pratica, costituiva di fatto un partito unico, quasi totalitario. Una borghesia ascendente, non ancora egemonica, dipendeva fortemente dal sostegno e dalla promozione sociale dello Stato. Le trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi quarant’anni , hanno completamente modificato il paesaggio. Oggi, una potente grande borghesia interviene e influenza direttamente lo Stato, e non è interessata a riprodurre i metodi e le pratiche bonapartiste. D’altra parte, settori delle masse lavoratrici cominciano a politicizzarsi e non cercano la resurrezione del PRI ma l’emergere di organizzazioni di classe.

Anche il PAN – il partito conservatore tradizionale fondato negli anni trenta, al tempo del boom presieduto da Lázaro Cárdenas [presiedente dal 1934 al 1940], con il quale il PRI ha forgiato il sistema del PRIAN che ha dominato nel corso degli ultimi trent’anni – è stato molto danneggiato da queste elezioni. Ricardo Anaya ha diviso il partito per piazzare la propria candidatura presidenziale. Ha fatto uno sforzo politico per allargare gli spazi elettorali tradizionali, cercando un’alleanza con il PRD. Il suo sforzo, che non mancava di originalità, si è urtato a due ostacoli che lo hanno bloccato completamente. Il primo, la divisione rappresentava la perdita di aderenti che sono andati con il gruppo diretto da Margarita Zavala, moglie dell’ex presidente Felipe Calderon. E l’unione con il PRD non era gradita a larghi settori conservatori tradizionali. Poi, il governo di Peña Nieto, utilizzando in modo totalmente antidemocratico l’ufficio del procuratore generale, ha accusato Anaya di essere complice di imprese fraudolente, suggerendo persino legami con il traffico di droga. Le accuse non sono mai state provate in modo conclusivo, ma l’obiettivo politico di infangare la campagna del candidato conservatore è stato più che raggiunto. Ricardo Anaya è rimasto bloccato in seconda posizione e non ha mai minacciato la posizione di leader di AMLO, cosa che risultava in tutti i sondaggi nei sei mesi di precampagna e durante la campagna stessa.

Il PRD, il «partito di sinistra» [lanciato nel 1989 da Cuauthémoc Cárdenas, figlio di Lázaro Cárdenas], che ha avuto i suoi giorni di gloria, rappresenta forse il caso più devastante nel panorama della crisi dei partiti. Con solo il 5% dei voti ha perso il gioiello della corona che ha tenuto per più di venti anni come suo bastione: la Ciudad de Mexico. Occupa un lontano quarto posto, con una rappresentanza rachitica alla Camera dei rappresentanti. La sua alleanza nella coalizione con il PAN era una specie di suicidio politico, mostrando che la direzione del partito in mano a Jésus Ortega e Jésus Zambrano, non rispondeva più a principi politici ma a bisogni strettamente elettorali, senza alcuna giustificazione ideologica o politica. Con questo comportamento, il PRD ha perso completamente la propria identità ed è stato gettato nell’anomia politica che annuncia la sua scomparsa non troppo lontana.

L’utopia «obradorista»

La rapidità con la quale si sviluppano gli avvenimenti in seguito alla valanga elettorale a favore di AMLO e del suo partito, rappresenta una sfida per l’analisi e dunque per l’orientamento politico. I milioni di elettori ed elettrici che hanno visto in AMLO l’alternativa per superare le condizioni di malessere sociale e di violenza alle quali le politiche dei governanti hanno condotto nel corso degli ultimi trent’anni, gli offrono un periodo di «luna di miele». Quale ne sarà la durata? Dipenderà da molti fattori. Tuttavia, tenendo conto del contesto attuale, si può avanzare l’ipotesi che non durerà molto a lungo. Nel corso del suo mandato di sei anni – che comincia di fatto adesso – ci saranno conflitti che non dipenderanno dal governo della pace e della tranquillità, ma dalle mobilitazioni e dal risveglio delle masse popolari.

L’impero del PRI è durato dagli anni 1920 al 2000. Certo, elementi di crisi del PRI hanno cominciato a svilupparsi negli anni 1950 e soprattutto negli anni 1960, ma sono stati controllati con massacri (Tlatelolco – massacro degli studenti, con centinaia di morti, di «scomparsi» e di arresti nell’ottobre 1968 sotto la presidenza priista di Gustavo Diaz Ordaz!) e con tentativi riformisti che disponevano ancora di un certo margine di manovra, come quelli degli anni 1970 sotto la presidenza di Luis Echeverría (1970-1976) e José Lopez Portillo (1976-1982). Nel corso degli ultimi anni del 20° secolo, è stata stabilita una prima forma di governo che puntava a rinnovare l’egemonia borghese estendendola alla partecipazione del partito di destra (PAN) al potere politico di governo. I due mandati di sei anni di Vicente Fox e Felipe Calderon sono stati un fallimento. Poi è venuta la restaurazione del PRI, con un uguale fallimento, di Peña Nieto.

La borghesia ha accettato che AMLO e la coalizione Morena fornissero la carta di ricambio necessaria per una egemonia borghese assediata da una situazione socioeconomica deteriorata, le cui conseguenze politiche possono essere minacciose. Tutto indica che lo fa in modo pragmatico, convinta della sua necessità di fronte alla minaccia che lo spettacolo deprimente della crisi dei partiti borghesi tradizionali porterà a una perdita di controllo politico e sociale.

Ma l’interpretazione della possente fiumana che ha condotto AMLO alla vittoria, e della situazione aperta il 1° luglio è molto diversa. La maggioranza degli strati popolari è alla ricerca di un’alternativa che modifichi una situazione che ha aggravato le loro condizioni di vita in modo più che intollerabile. La luna di miele con AMLO, che offre la conciliazione, l’amore e la pace, e vi fa appello in questi primi giorni dopo la sua vittoria, si rivelerà del tutto insufficiente a realizzare l’attesa alternativa. In un Messico violento, socialmente diviso e avido di giustizia, è una proposta utopica. I problemi che assillano i lavoratori e le lavoratrici, gli/le oppress/i/e in generale, non saranno risolti tramite una conciliazione con i loro carnefici e oppressori.

Il programma presentato da AMLO si può riassumere in due assi: introdurre una politica moralizzatrice, sulla scia dell’esempio dato dalla notevole onestà dello stesso AMLO e dei suoi collaboratori. Cosa che implicherebbe di reperire miliardi di pesos che sarebbero dedicati allo sviluppo del mercato interno e al finanziamento di progetti di assistenza sociale: borse per i giovani studenti e i milioni di «nini» (né allo studio né al lavoro), un sistema di sanità pubblica universale e un aiuto diretto alle persone anziane. Come e quali saranno i metodi e le procedure di finanziamento di tali programmi? In tutte le interviste e nei dibattiti, AMLO non ha mai risposto con precisione, lasciando nel vago quanto era legato alla politica fiscale e limitandosi ad affermare a più riprese che non ci sarà aumento delle imposte, né maggiore indebitamento e, ovviamente, niente riforma del bilancio e delle imposte.

Il secondo asse è legato alla questione che, con la corruzione, era un punto all’ordine del giorno della campagna di tutti i candidati, vale a dire la violenza, la sicurezza e la realizzazione della pace. AMLO non è andato molto più in là di proporre di promuovere un’amnistia per tutti quelli che erano in grado di reinserirsi nella vita sociale e abbandonare le attività criminali. Come? Concentrandosi sulle cause sociali ed economiche che producono il contesto favorevole alla delinquenza, in modo che gli obiettivi della criminalità tendano a scomparire? Secondo le sue dichiarazioni, nelle riunioni del mattino con i suoi collaboratori, questi assicureranno la continuazione della campagna di pacificazione nella quale le Forze armate resteranno fondamentali fino a quando altri organi (una guardia nazionale, ad esempio), emergano per sostituirle in futuro.

In tutti gli altri ambiti, la strategia economica di AMLO non rappresenta una variante della linea neoliberista dominante da tre decenni. Non rivendica già più l’inversione della privatizzazione dell’energia, e propone semplicemente di ridurre la dipendenza dall’estero, ad esempio costruendo raffinerie. In effetti, propone la creazione di «zone franche» alla frontiera nord, come quelle che già esistono in molti paesi dell’America centrale e dell’America del Sud, e che sono un eccellente esempio del supersfruttamento della forza lavoro e della costituzione di enclave straniere nel corpo sociale del paese dove vengono realizzate.

Due elementi saranno determinanti per definire il suo rapporto con le masse popolari che lo sostengono e lo considerano il loro leader. Il primo, l’aeroporto internazionale del Nuovo Messico (NAICM) e la riforma dell’istruzione. Nel caso del NAICM la sua posizione è arretrata dall’opposizione alla costruzione del NAICM. Le popolazioni che difendono le loro terre e che sono minacciate dalla costruzione del NAICM sono pronte a proseguire la loro lotta e faranno sicuramente pressione. Sul breve termine sarà una questione decisiva, che definirà la sua posizione verso i settori popolari. La seconda sta nella riforma dell’istruzione. Migliaia di insegnanti del sindacato ufficiale, ma anche del coordinamento nazionale dei lavoratori dell’istruzione hanno votato per lui e sperano che farà cadere la controriforma di Peña Nieto. Ha promesso di farlo, e anche questa questione definirà il suo atteggiamento verso i milioni di elettori ed elettrici che gli hanno dato la vittoria.

In conclusione

AMLO e Morena sono di fronte a una sfida politica colossale. Le contraddizioni derivanti dalla loro schiacciante vittoria sono enormi. Il leader è l’elemento centrale del binomio poiché Morena e i suoi alleati sono un blocco composto da correnti ideologicamente e politicamente molto diverse. Ci sono ex membri eminenti del PRI e del PAN, ci sono membri di correnti di origine stalinista e maoista, così come evangelici ed estremisti cattolici di destra. Potenti come Carlos Slim, Azcarraga (Televisa) et Salinas Pliego (TV Azteca) hanno piazzato delle pedine nei ranghi di Morena, e lo sostengono anche dirigenti sindacali corrotti come Napoleón Gómez Urrutia (che sarà senatore) e Elba Esther Gordillo [ex-segretaria generale del PRI, legata al Sindacato nazionale dell’istruzione e considerata come una figura della corruzione]. E sulle loro liste plurinominali al Senato si trova Nestora Salgado, un personalità controversa, che ha promosso una «polizia comunitaria » nello Stato di Guerrero.

Questo assemblaggio politico dovrà essere arbitrato dal capofila. Cinque giorni dopo la schiacciante vittoria di AMLO, un fatto decisivo che implica un brusco cambiamento nei circoli governativi dopo più di cinquant’anni, tutto indica che gli scontri politici nel Messico sono entrati in una nuova fase. Poiché, nello stesso tempo, milioni di Messicani hanno portato un colpo terribile a una delle classi dirigenti più potenti del capitalismo latinoamericano. In un certo modo, un nuovo capitolo della lotta di classe si è aperto nel Messico. (Messico, 6 luglio 2018. Articolo inviato dall’autore, traduzione A l’Encontre)

Manuel Aguilar Mora è l’autore di molte opere sul regime politico del Messico, tra le quali El escándalo del Estado: Una teoría del poder político en México, Fontamara, 2000.