Porti chiusi e braccianti fucilati….

 

di Chiara Carratù

La vicenda della nave Aquarius con 629 profughi a bordo e la barbara uccisione del sindacalista maliano dell’ USB Soumaila Sacko nella tendopoli di san Ferdinando in Calabria non sono avvenimenti casuali ma sono il frutto avvelenato dell’odio e della disumanità che avanza nel nostro bel paese. In questo senso sono il triste biglietto da visita del governo giallo verde che si è da poco insediato alla guida del nostro paese grazie all’inedito sodalizio tra la Lega e il Movimento 5 Stelle.

I precedenti governi , anche di centro sinistra, hanno contribuito attivamente alla costruzione di questo clima e portano sulle loro spalle enormi responsabilità. Leggi come la Turco -Napolitano e la Minniti – Orlando hanno contribuito enormemente alle divisioni tra chi è sfruttato e alla crescita della ricerca di risposte individuali volte al superamento della difficile condizione che ogni lavoratore/trice vive ma hanno anche fertilizzato il terreno in cui il razzismo trova il suo humus. Le responsabilità del governo Gentiloni  vanno anche oltre se non si dimentica il patto criminale stretto con Fayez Al Sarraj e alcune tribù della Libia del Sud per intrappolare migliaia di migranti nei campi di detenzione in Libia al fine di ottenere una riduzione drastica degli sbarchi sulle nostre coste.

Ora l’approdo al governo nazionale di una forza politica (la Lega) palesemente xenofoba e di un personaggio come Matteo Salvini alla guida del Ministero dell’Interno sono la rappresentazione plastica della deriva a cui si  può si può giungere dopo anni di massacro sociale; anni in cui si è soffiato violentemente sul fuoco della paura additando a chi si è trovato schiacciato dalla crisi capitalistica lo straniero come unico nemico. Il M5S è completamente subalterno: la sua natura interclassista, il suo essere né di destra né di sinistra si sono tradotti in un’alleanza con il partito che più ha fatto proprie le politiche antimigranti e con l’accettazione e infine la giustificazione di atti apertamente xenofobi, come il respingimento della nave Aquarius. Le dichiarazioni del neo ministro alle infrastrutture Toninelli hanno il sapore amaro della banalità del male.

È chiaro che ci troviamo di fronte ad un governo di destra, antioperaio e antimigranti la cui propaganda contro gli sbarchi e contro le ONG servirà a costruire il diversivo per tutti coloro non avranno risposte sul piano politico e sociale ma che in esso hanno riposto la speranza di  veder risolte le loro difficoltà. È molto probabile che a questa mancanza di soluzioni e alle tensioni che verranno dalle contraddizioni che la crisi del capitalismo pone si supplirà con risposte forti sul piano della repressione.

Il governo giallo verde è perciò un ulteriore salto di qualità nel peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice in generale e in particolare di chi all’interno di questa occupa posizioni più deboli e ricattabili, come i migranti. Nel prossimo periodo, le discriminazioni e le oppressioni che si sono prodotte a causa delle politiche attuate verso i migranti acquisiranno una centralità sempre più importante nel conflitto capitale – lavoro. Per chi si pone l’obiettivo della costruzione di un blocco politico e sociale che contrasti questo governo e le politiche che esso proporrà sul piano sociale (come la flat tax), diventerà sempre più ineludibile il nodo della costruzione di strumenti di sostegno che individuino un quadro comune entro cui far vivere e crescere le resistenze che giorno per giorno nascono nei luoghi di lavoro. Diventerà sempre più dirimente e necessario lavorare per la costruzione di un sindacalismo di classe, ovunque collocato, che punti alla ricostruzione del protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, che si adoperi per l’unità degli sfruttati, a prescindere dal colore della pelle che questi hanno, e che sia capace di generare una convergenza delle lotte.

Troppo spesso si considera il razzismo come una sorta di patologia, anziché come un determinato tratto del nostro ordinamento sociale. Per combatterlo, dunque, è indispensabile rimettere in discussione un preciso modello di civiltà, non una sua deformazione o distorsione. Infatti contro la canea qualunquista e xenofoba dilagante non basta la semplice denuncia: svelarne i meccanismi e denunciarne le menzogne è di certo necessario ma bisogna tener presente che  il successo del razzismo e della xenofobia non dipendono dalla loro veridicità o dalla loro capacità di descrivere oggettivamente la realtà, ma dalla loro efficacia e dalla loro capacità operativa. Razzismo e xenofobia costituiscono un processo di costruzione simbolica e la loro influenza non si basa né su qualità cognitive né su argomenti razionali – anche se si presentano come un discorso obiettivo – ma sulla ricerca di un capro espiatorio. È per questo motivo che a fronte di un’incidenza del 7% di immigrati che viene percepita come una presenza del 30% non basta snocciolare i dati del Ministero dell’Interno che mostrano un significativo calo degli sbarchi rispetto agli anni scorsi ( -73,57% rispetto al 2016 e  -77,86% rispetto al 2017) ma che è necessario ripartire dai luoghi di lavoro e dalle piazze. Abbiamo di fronte una strada lunga e tortuosa ma l’unica possibile affinché i più deboli e sfruttati non continuino a pagare a caro prezzo  il mantenimento di rendite e profitti per pochi.