Il gioco delle parti e dei partiti

di Franco Turigliatto

Comincia il secondo giro di consultazione del Presidente della Repubblica per la formazione di un nuovo governo, ma nel gioco delle parti dei soggetti in campo una soluzione sembra possibile solo attraverso una lunga e complicata fase di posizionamenti. Né si può escludere del tutto, anche se ci pare difficile, che si torni a votare in tempi abbastanza rapidi.

Avevamo scritto che tre forze o raggruppamenti politici concorrevano nelle elezioni del 4 marzo alla gestione del capitalismo italiano per indicare che esisteva tra loro una convergenza su alcuni temi economici e sociali di fondo. Nessuno di loro dispone però della maggioranza in parlamento per cui la ricerca delle alleanze è diventa obbligatoria, realizzabile però solo attraverso un processo che permetta ai diversi gruppi dirigenti di giustificare le scelte “unitarie” dinanzi al proprio elettorato dopo le vibranti polemiche dei mesi scorsi.

Penso che i lavoratori non debbano aver fretta a che si componga il nuovo governo perché è fin troppo evidente quale sarà la sua natura (capitalista) qualsiasi partiti lo comporranno e tenuto conto che in questo parlamento la sinistra (quella vera nei suoi orientamenti di fondo) è inesistente. Sappiamo che le scelte del governo saranno conseguenti con le politiche liberiste degli ultimi venti anni e con le richieste o “precisazioni” delle istituzioni di Bruxelles al di là dei distinguo e delle mistificazioni che saranno inventate. Volendo fare un po’ di sano “estremismo” degli anni ’70 si potrebbe dire che “Il governo qualunque esso sia è sempre un servo della borghesia”, oppure per giocare amaro sul futuro riprendere una vignetta di Altan in cui il suo personaggio esclama“ Non vedo l’ora che si sblocchi lo stallo, così precipitiamo da qualche parte”.

Le coalizioni e i programmi

Continuo a pensare che nessun elemento di fondo di programma impedisca qualche forma di coalizione, anche estremamente ampia. Per altro è lo stesso Di Maio ad avere questo giudizio quando propone indifferentemente l’alleanza alla Lega e al PD. Ed anche il veto verso Berlusconi è più una questione di credibilità politica che non una differenza programmatica sostanziale.

Il direttore dell’Espresso Damilano, se pure informe diverse, arriva a conclusioni analoghe quando afferma che “Il centro è più forte che mai, soltanto che è rappresentato da forze inedite” … Lega e M5S non sono partiti estremisti, ma neocentristi. Il terremoto politico e sociale è lì, nel corpaccione che reclama il cambiamento ma desidera protezione”… Tutti parleranno con tutti in quella voragine che si è aperta al centro. E che si rinchiuderà soltanto ricorrendo al modello più antico che l’Italia ha esportato nel mondo. Il trasformismo che è apparenza di cambiamento e sostanza di potere.”

Ci solo però due elementi, tra di loro correlati, che il direttore dell’Espresso rischia di sottovalutare: Salvini e soci sui temi dei migranti e del razzismo hanno varcato molti Rubiconi, suscitando delle Erinni che potrebbero non essere tenute sotto controllo, specie se si producesse una altro evento, una crisi economica verticale del capitalismo, forse remota, ma non escludibile date le profonde contraddizioni del sistema.

Naturalmente il prodursi di un accordo non è facile: ciascun partito ha le proprie esigenze di sopravvivenza e di affermazione, di ruolo dei suoi dirigenti, propri interessi di bottega collegati ai settori sociali che rappresentata e/o in cui è radicato: la Lega con i suoi vasti strati di piccola e media borghesia, di artigiani e commercianti del nord; Il M5S con il sostegno di settori di piccola e media borghesia imprenditoriale, ma anche di lavoratori e di grandi masse popolari del Sud prive di una posizione sociale stabile con il ricatto della disoccupazione e della povertà. Poi c’è il PD che forse potrebbe più facilmente raggiungere un accordo con il M5S, ma che non ha ancora deciso quale sia la via per evitare il baratro in cui rischia di precipitare.

Le coalizioni sono difficili da realizzare, ma se si guarda ai contenuti, non impossibili.

Nessuna delle forze presenti mette in discussione le finalità, le norme e i trattati liberisti dell’Unione Europea; polemizzano, fanno le sparate propagandiste del momento, (al governo cercheranno di tirare l’acqua al loro mulino, di chiedere flessibilità, come per altro hanno fatto i governi precedenti), ma accettano il solco tracciato. Né il M5S, né la destra a trazione Salvini, tanto meno il Pd, hanno intenzione di rimetterlo seriamente in discussione.

L’autorevole Centro studi della Cgia di Mestre (l’Associazione artigiani e piccole imprese) ha già calcolato che la finanziaria del prossimo governo dovrà partire da 18,5 miliardi di ero (12,4 miliardi per evitare l’aumento dell’IVA, 3,5 miliardi per stare dentro alle norme europee del “six pack”, 2,6 miliardi per spese non differibili).

Per quanto riguarda le imposizioni fiscali, al di là delle polemiche sulla flat tax, nessuna dei tre soggetti in campo per il governo ha intenzione di rimettere in discussione i regali fatti alle imprese (dal governo Berlusconi e da quelli a conduzione PD), tanto meno di ridisegnare la curva dell’IRPEF o di introdurre una patrimoniale seria.

Anche per quanto riguarda la delicata questione del reddito di cittadinanza i punti di vista sono meno distanti di quello che può sembrare.

Una precisazione va fatta da parte nostra. Siamo favorevoli ovviamente a garantire un reddito a tutte le persone e quindi a una forma di salario sociale per chi si trova senza lavoro, ma questo deve essere interno a un vasto progetto, a un piano di intervento pubblico che crei milioni di posti di lavoro adeguatamente retribuiti, cioè all’interno di una dinamica economica e sociale che permetta un rafforzamento della posizione individuale e collettiva (l’organizzazione sindacale) di milioni di lavoratori e disoccupati.

Le forze politiche maggiori sono i difensori del sistema capitalista e delle politiche liberiste, considerando la disoccupazione e la povertà elementi inevitabili su cui si deve intervenire solo per alleviare qualche sofferenza e contenere le contraddizioni che esse producono nella società. Per questo tutti i governi mentre continuano le politiche dell’austerità discutono di qualche forma di sostegno ai poveri, cioè di come e quante elemosine fare. In Italia il passaggio dalla articolata struttura della cassa integrazione alla sua semplificazione attuale e alla Naspi (Nuova assicurazione sociale per l’impiego) indica questo percorso. E il Pd si vanta di aver fatto un primo passo di contrasto alla povertà con l’introduzione del REI (Reddito di inclusione), un intervento minimale nell’immenso mare della povertà.

Certo la discussione potrà essere anche dura all’interno di un’eventuale coalizione perché si tratta di definire la platea interessata, l’entità del sussidio e i vincoli che si pongono per il suo ottenimento che potrebbero favorire ancor più l’asservimento della forza lavoro allo sfruttamento del capitale. Quando Di Maio e Salvini dicono, mettiamoci intorno a un tavolo e discutiamo, pensano a problemi del genere.

Sulla “Buona scuola”, tutti tacciono, perché condividono quanto hanno fatto i governi precedenti, i processi di privatizzazione della scuola pubblica e la subordinazione agli interessi dell’impresa con l’alternanza scuola lavoro.

Dubitiamo poi che qualcuno voglia seriamente rimettere mano alla controriforma Fornero sulle pensioni. Anzi bisogna stare molto attenti a qualche operazione fraudolenta, cioè a qualche ritocco secondario che apra invece la strada al ricalcolo di tutte le pensioni sulla base del sistema contributivo che determinerebbe una vera e propria falcidie del reddito di milioni di pensionati.

La scomparsa della sinistra?

Di fronte a queste negative prospettive che fare dunque? Che fare di fronte alla scomparsa della sinistra? Su questo tema il dibattito dei media è del tutto fasullo ed interessato a mantenere l’ordine capitalista esistente tutto centrato sul fatto presunto che le forze della sinistra non avrebbero compreso il “nuovo” e di come gestirlo.

La realtà è un poco diversa: la maggioranza dei gruppi dirigenti delle forze della sinistra e così quelli delle organizzazioni sindacali hanno capito assai bene quali erano le dinamiche del capitalismo attuale, il rilancio dell’accumulazione e dei profitti e si sono pienamente subordinati. Tutte queste organizzazioni sono evolute verso destra, socialdemocratizzate (per quanto riguarda i partiti) appieno prima, trasformate infine in forze social-liberiste del tutto interne al quadro capitalista assumendone la gestione dei suoi interessi. Per una fase hanno potuto farlo con una certa efficacia sociale per i loro legami e la loro credibilità storica in vasti settori della classe lavoratrice. Solo che queste politiche hanno prodotto la sconfitta e la frammentazione del mondo del lavoro che si è tradotta infine anche nelle sconfitte elettorali di di queste forze. Nessuno degli editorialisti borghesi parla mai seriamente del fatto fondamentale, le sconfitte del movimento dei lavoratori, che sin dalla sua formazione è un elemento essenziale della stessa democrazia e delle battaglie per una società di reale progresso e di eguaglianza sociale.

Che fare dunque?

Un auspicio e un percorso

Esprimo un auspicio audace. Servirebbero gli Stati generali delle classi lavoratrici, del movimento operaio, cioè un processo di ricostruzione della classe per ricementarne l’unità e ridare una prospettiva di insieme. Parlo di un incontro, cioè una serie di momenti di discussione ed anche di mobilitazione tra forze sindacali, sociali e politiche, tra tutti coloro che non accettano l’ordine e l’ingiustizia esistenti e che si pongono in alternativa. Parlo della necessità di ridiscutere dei contenuti di questa alternatività delle sue varie componenti, quelli immediati di lotta, quelli da costruire in prospettiva, che sappiano unire e mobilitare. Parlo di un’attività di sensibilizzazione molto vasto, che sappia favorire e coordinare le resistenze sociali e sindacali.

Dobbiamo insieme saper dire: noi ci siamo anche se non ci vedete in parlamento, siamo attivi ogni giorno nella società, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, in ogni mobilitazione per l’occupazione, il salario, i diritti.

Questo auspicio non si produrrà domani. Ma è comunque la direzione di marcia, l’indicazione di un percorso. E’ quanto deve provare a fare una coalizione come Potere al Popolo, capace di essere aperta, plurale, integrando forze e soggetti sempre più ampi.

E’ il lavoro che proponiamo alle/ai militanti sindacali sia quelle/i che sono attive/i nei sindacati di base sia quelle/i che si battono da opposizione dentro la CGIL, la ricostruzione dell’unità degli sfruttati nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, il rilancio del sindacalismo di classe.

Se saremo capaci di fare qualche passo avanti in questa direzione anche i processi di ricomposizione politica verso un più forte soggetto politico, verso una più efficace forma di partito anticapitalista, potranno avere una base materiale più solida.