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Riflessioni sulla crescita delle manifestazioni contro il regime in Iran

Pubblichiamo in traduzione una prima breve, ma importante, rilessione della rivoluzionaria socialista iraniana Frieda Afary (originariamente su: https://www.allianceofmesocialists.org/reflections-growing-anti-regime-protests-iran/), che fornisce alcune linee guida per orientarsi nella complessa situazione che si sta sviluppando a seguito delle proteste popolari attualmente in corso nel Paese.

Nate inizialmente contro il carovita e la disoccupazione, le manifestazioni stanno assumendo anche un carattere più chiaramente politico, con la richiesta di fine del regime degli Ayatollah in Iran e con le rivendicazioni di libertà democratiche e diritti sociali.

In queste ultime ore, continuano a giungere notizie di morti a causa della dura repressione esercitata dal governo e dagli apparati statali dell’Iran (il conto sarebbe arrivato a dieci) contro una mobilitazione dall’indubbio carattere di massa che sta scuotendo il Paese.

Naturalmente, come in ogni simile circostanza, la matassa non è affatto semplice da dipanare, perché gli attori coinvolti sono molteplici, ciascuno con la sua propria agenda e i suoi obiettivi: l’azione dei settori colpiti dalla profonda crisi economica e sociale, gli scontri interni al regime, il ruolo dei settori monarchici, le ingerenze imperialiste.

In ultima istanza, l’esito di queste vicende dipenderà dal risultato della lotta politica nel movimento di massa, da quali alleanze sociali, quale egemonia e quale direzione politica del processo.

Per questo è così centrale la solidarietà internazionalista, non solo con gli obiettivi delle mobilitazioni popolari, ma anche con quelle forze politiche e sociali che lavorano per costruire uno sbocco progressista, rivoluzionario, a queste mobilitazioni.

Questa solidarietà è tanto più necessaria anche alla lotta che conduciamo in Italia e in tutta Europa, quanto più, nell’epoca del “capitalismo globalizzato”, una vittoria importante del movimento di classe in una qualunque parte del mondo, si riflette in modo significativo sullo spostamento dei rapporti di forza mondiali tra classi capitaliste e classi lavoratrici.

 

In questo scontro sappiamo quindi con chi schierarci, e sappiamo anche contro chi schiararci: lo Stato capitalista iraniano e il suo oppressivo regime politico, le forze politiche reazionarie nel Paese e ogni ingerenza imperialista all’esterno, a cominciare dalle trame dei nostri governi, invischiati nella guerra, nel gioco delle sanzioni e nei tentativi di controllo del Medio Oriente.

 

Antonello Zecca

RIFLESSIONI SULLA CRESCITA DELLE MANIFESTAZIONI CONTRO IL REGIME IN IRAN

 

Le manifestazioni, partite dalla città di Mashhad giovedì 28 Dicembre, si sono rapidamente estese a più di quaranta città, comprese Tehran, Kermanshah, Rasht,  Isfahan, Shiraz, Hamedan, Kerman,  Zanjan,  Ahvaz, Bandar Abbas (importante città portuale con una forte presenza di classe operaia, n.d.t.), e addirittura la città di Qum, capitale religiosa del Paese.

I manifestanti sono in prevalenza composti da giovani sotto i trent’anni, ma in qualche caso anche genitori con figli al seguito. Almeno cinque persono risultano finora uccise nel Lorestano, e oltre cinquanta tratte in arresto dalle forze di sicurezza, la cui presenza era imponente.

I manifestanti hanno appiccatto il fuoco ad alcune banche e palazzi governativi, oltre a bruciare immagini di Khamenei and Khomeini.

Diversamente dalle proteste di massa del 2009 a seguito di elezioni presidenziali fraudolente, le manifestazioni di questi giorni presentano alcune importanti differenze: 1) sono contro la povertà e la corruzione sistemica 2) vedono una larga partecipazione della classe lavoratrice (uomini e donne), di cui molti disoccupati e molte disoccupate 3) le rivendicazioni comprendono la fine della Repubblica Islamica, morte al leader supremo Khamenei, morte al presidente Rouhani, morte alle “Guardie Rivoluzionarie”, e la fine degli interventi militari in Iran, Siria e Libano 4) in qualche caso, alcune donne hanno coraggiosamente tolto il velo in luoghi pubblici e incoraggiato altre a fare lo stesso.

 

È innegabile che le proteste sono esplose dopo almeno un anno di conflitti e scioperi quasi quotidiani sui luoghi di lavoro contro il mancato pagamento dei salari e le terribili condizioni di lavoro, accompagnati dalle proteste di pensionati poveri, insegnanti, infermiere e chi aveva perso i magri risparmi a causa del fallimento di alcune banche. Le parole d’ordine chiedono anche libertà per tutti i prigionieri politici e la fine della dittatura.

Al tempo stesso, non c’è dubbio che ci sia una forte venatura nazionalista in qualche slogan come: “Né Gaza, né Libano, sacrifico la mia vita per l’Iran” o una certa influenza monarchica espressa in slogan che sostengono l’eredità di Reza Shah Pahlavi.

Qualche iraniano crede che le proteste possano avere avuto inizio su impulso del corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica per consolidare il proprio potere, considerati gli scontri interni al regime e la minaccia di una guerra diretta tra Iran e Arabia Saudita. Altri credono che i monarchici e il Mujahedin Khalq, con il sostegno dell’amministrazione Trump, abbiano avuto un ruolo importante nell’incoraggiamento delle proteste.

Per tutti gli iraniani e tutte le iraniane che si oppongono a tutti questi soggetti e nutrono una speranza genuina in un movimento di liberazione, è cruciale apprendere dalle lezioni della rivoluzione siriana. Se il movimento di massa contro la povertà e la dittatura limita il proprio raggio semplicemente al rovesciamento del regime senza una visione positiva e progressista, si troverà ad affrontare il rischio di essere surclassato dai populisti di destra o dai monarchici, e di diventare una pedina nelle rivalità imperialiste.

 

Questo è il tempo in cui quei marxisti e rivoluzionari iraniani che non sostengono una versione autoritaria del socialismo, possono fare la differenza organizzandosi all’interno di questo movimento sulla base dell’opposizione allo Stato capitalista iraniano, aiutando lo sviluppo di consigli di lavoratori e lavoratrici, difendendo e promuovendo le lotte delle donne contro il patriarcato e la misoginia, e denunciando le discriminazioni sofferte dalle minoranze etniche e religiose, come i Curdi e i Bahai.

Approfondire i contenuti dell’attuale movimento di protesta è il modo migliore di sfidare e di opporsi alle spinte alla guerra imperialista da parte di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Russia, Cina, Iran e Turchia, ed esprimere solidarietà con altri movimenti progressisti che, nella regione e in tutto il mondo, chiedono giustizia sociale.

 

Frieda Afary

31 Dicembre 2017