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La donna, il cavalier, l’arma (giuridica) e l’amor (finito)…

Spunti di riflessione a partire dalla sentenza della Corte di Appello di Milano che ha revocato l’assegno di mantenimento a Veronica Lario, ex moglie di Silvio Berlusconi.

di Chiara Carratù

Il 16 novembre la Corte di Appello di Milano ha accolto l’istanza dei legali di Silvio Berlusconi di applicare la recente sentenza della Cassazione 11504 dell’11 maggio 2017 in base alla quale, per l’assegnazione dell’assegno divorzile, conta il criterio dell’autosufficienza economica e non il tenore di vita goduto durante le nozze.

Questo criterio per Veronica Lario ha significato, da un mero punto di vista economico, la revoca dell’assegno mensile di 1,4 milioni di euro che l’ex marito doveva versarle e la restituzione di quanto percepito dal divorzio ad oggi, ossia circa 60 milioni di euro. Il fatto che la signora Lario sia in possesso di un cospicuo patrimonio tale consentirle un tenore di vita molto elevato è condizione sufficiente del venir meno del diritto di percepire un assegno di divorzio.

Questa sentenza rafforza le convinzioni di quanti, non solo maschi, pensano che le “donne che divorziano siano in molti casi delle mantenute cui fa comodo non cercarsi un lavoro”. Infatti è stata accolta con simpatia e sta contribuendo ad aumentare nell’opinione pubblica la platea di coloro che pensano che si tratti di una sentenza giusta che rappresenterebbe anche un aggiornamento in linea con lo status sociale attuale della donna. Già! Ma qual è lo status sociale attuale della donna? E poi, se mettiamo per un attimo tra parentesi il fatto che Veronica Lario appartiene ad una classe sociale alta, cosa significa questa sentenza per le tante donne che non godono di una condizione economica paragonabile alla sua?

Gender gap, chi è costui?

Con Gender Gap si intende la disuguaglianza tra uomini e donne in merito ad aspetti della vita economica, lavorativa e sociale. Ogni anno viene stilato un report che fotografa la situazione dei diversi paesi; in quello redatto per il 2017, l’Italia si posiziona al 50° posto su 144 Paesi analizzati, colmando solo al 72% circa il divario di genere e peggiorando il 41° posto registrato lo scorso anno. Siamo al 127° posto per quanto riguarda l’aspetto della differenza di retribuzione a parità di ruolo: in Italia oggi la popolazione lavorativa femminile è tuttora in percentuale più ristretta di quella maschile; i tassi di occupazione sono rispettivamente del 47,2% e del 65,5% mentre il tasso di disoccupazione è solo lievemente superiore per le donne (12,7% vs 11,3%). Anche se nel mercato del lavoro italiano il numero di donne occupate sta crescendo (+6,5%), le retribuzioni medie a livello nazionale sono pari a 30.676€ per gli uomini e 27.228€ per le donne, con un divario del 12,7 % a favore dei primi. Le donne guadagnano l’ 11,2% in meno dei colleghi maschi. Il 40% delle posizioni manageriali (dirigenti e quadri) è occupato da donne, ma queste ultime continuano ad essere inquadrate in maggioranza come impiegate (57%).

Il divario retributivo più ampio si osserva proprio dove maggiore è la concentrazione maschile: il gap nello stipendio dei dirigenti è del 12,2%, per gli operai è del 12,9%, per gli impiegati è dell’11,7% mentre è più contenuto e in diminuzione nel caso dei quadri dove passa da 5% a 4,4%. Se poi si prende in considerazione il titolo di studio, si nota che a livello complessivo nazionale gli uomini che hanno fatto l’università guadagnano il 33% in più delle donne con lo stesso grado di istruzione. Questo capita perché le donne hanno di fatto minori possibilità di portare avanti una carriera professionale continuativa.[1]

Un’indagine Istat del luglio 2017 sulle casalinghe italiane ci consegna un’altra serie di dati molto interessanti. Nel 2016 le donne che si dichiaravano casalinghe erano 7milioni 338mila, poco più della metà di loro non ha mai svolto attività lavorativa retribuita nel corso della vita e il motivo principale per cui, ad esempio, le casalinghe di 15-34 anni non cercano un lavoro retribuito è, nel 73% dei casi, di tipo familiare. Tra esse 600 mila hanno dichiarato di essere scoraggiate e pensano di non poter trovare un lavoro. A questo bisogna aggiungere che, secondo altri dati ISTAT, nel 2014 sono state effettuate in Italia 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito per attività domestiche, cura di bambini, adulti e anziani della famiglia, volontariato, aiuti informali tra famiglie e spostamenti legati allo svolgimento di tali attività. Le donne hanno effettuato il 71% delle ore di produzione familiare per un totale di 50 miliardi e 694 milioni. Le casalinghe, con 20 miliardi e 349 milioni di ore, sono quelle che contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione. Il numero medio di ore di lavoro non retribuito svolte in un anno è pari a 2.539 (circa 317 giornate di lavoro[2]) per le casalinghe, 1.507 (circa 188 giornate di lavoro) per le occupate e 826 (circa 103 giornate di lavoro) per gli uomini, considerando sia quelli che hanno un’occupazione che i disoccupati.

Fin qui i dati, che ci aiutano a tratteggiare una descrizione plastica della realtà materiale che la maggior parte delle donne affronta tutti i giorni ma … bastano da soli a spiegare a fondo la portata della sentenza della Cassazione 11504?

Sii libera e autoresponsabile!

Questa sentenza è stata definita dal “Sole24Ore” «innovativa» «perché stravolge l’assetto attuale. Finora, i giudici indicavano il tenore di vita matrimoniale come parametro per riconoscere l’assegno di divorzio. Accadeva, quindi, che un divorziato benestante potesse godere di un cospicuo assegno, così da poter mantenere lo stile di vita precedente. Ora non più. Si chiude l’era del matrimonio come “sistemazione definitiva”».

L’assetto attuale è la legge 898 del 1970 meglio conosciuta come legge sul divorzio; insieme alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza fu una delle conquiste più faticose del movimento femminista. Ci si dovette scontrare con quell’Italia cattolica, profondamente antidivorzista che per tre anni lavorò per indire un referendum che poi si tenne nel maggio del 1974. Al Referendum partecipò l’87,7 % degli italiani aventi diritto di voto; il 60% si pronunciò contro l’abolizione della legge e l’attacco conservatore fu rispedito al mittente.

La legge 898 prima di questa sentenza, nella parte che riguardava l’assegno divorzile, si basava sul principio di solidarietà partendo dal presupposto che il matrimonio non fosse fondato semplicemente sull’unione di due singoli, ciascuno con il suo lavoro e i suoi redditi ma da una coppia in cui le scelte compiute in ambito familiare ne costruiscono la storia, a volte anche a scapito dei desideri dei singoli che se non avessero deciso di impegnarsi in una vita comune, magari avrebbero fatto altre scelte o preso altre strade.

È innegabile che nella stragrande maggioranza dei casi a compiere scelte penalizzanti, soprattutto per la carriera lavorativa, sono le donne a cui viene richiesto di farsi carico del lavoro di cura e di favorire la stabilità del nucleo familiare. Così spesso lasciano il lavoro per crescere i figli, chiedono più di frequente il part-time per conciliare lavoro e famiglia, rinunciano a fare carriera. Queste scelte nella realtà materiale si traducono in salari e pensioni più bassi che marginalizzano il lavoro femminile trasformandolo, nel contesto familiare, in un accessorio al quale è più facile poi rinunciare.

Il venir meno del principio di solidarietà dunque ha un’immediata implicazione materiale che scatta nel momento in cui si sancisce che “chi chiede l’assegno di mantenimento deve dimostrare di non avere i mezzi sufficienti per mantenersi”, mettendo in difficoltà principalmente le donne, le quali di fatto hanno una posizione subalterna in famiglia ma anche nella società, come i dati del gender gap dimostrano.

Così l’assegno divorzile da «dovere inderogabile per solidarietà economica» viene trasformato per sentenza in assistenza al coniuge bisognoso che dovrà dimostrare e motivare la sua «impossibilità di avere i mezzi sufficienti per vivere e che non possa procurarseli per ragioni oggettive»; «ciò per evitare rendite parassitarie a favore di chi, forte del diritto a conservare lo stile di vita coniugale, non si attivi per rendersi indipendente», spiega ancora una volta il Sole24Ore.

Da diritto a elemosina … perché, surrettiziamente ci dicono, che le donne oggi lavorano, sono autonome, si sono emancipate e evidentemente non c’è ragione di tenere in piedi uno statuto giuridico nato in tempi ormai lontani. La sentenza fornisce anche gli indici per “accertare” la sussistenza e tra questi sono indicate «la capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro indipendente o autonomo» che però «formeranno oggetto di prova che può essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l’onere del richiedente l’assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete iniziative assunte per il raggiungimento dell’indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le eventuali esperienze lavorative»; in parole povere l’altro coniuge può sempre presumere che non si è fatto abbastanza per trovare lavoro e contestare l’assegno, chiedendone anche il ritiro. Sta al coniuge che fa richiesta di ottenere l’assegno divorzile (anche se la legge non esprime generi, ricordiamo che si tratta quasi sempre di donne!) dimostrare che si è fatto tutto il possibile. È chiaro che la posizione nella quale questa sentenza confina molte donne è ancora più subalterna, ancora più di dipendenza nei confronti dell’altro genere, specie se non si appartiene alla classe sociale di Veronica Lario.

Così un’emancipazione apparente e una parità mai raggiunta nella materialità delle vite delle donne (vedi sempre dati gender gap!) sono oggi la copertura ideologica di un’operazione giuridica che mira a distruggere un altro pezzo di solidarietà del nostro ordinamento giuridico. Proprio come è accaduto per il sistema previdenziale … quando diverse riforme (da ultima la famigerata Fornero) hanno sancito il passaggio dal retributivo al contributivo distruggendo il principio di solidarietà tra le giovani e le vecchie generazioni. Ancora una volta il nostro assetto giuridico viene adeguato ai canoni di una società sempre più individualista e competitiva, puntando a distruggere tutti quei meccanismi di solidarietà e di collaborazione che le lotte della classe lavoratrice e del movimento femminista avevano con fatica ottenuto e affermato anche nel sentire comune.

C’è ancora un altro aspetto da prendere in considerazione: la costruzione di un’ideologia funzionale a questo momento storico, attraversato da una grave crisi economia il cui prezzo più alto lo stanno pagando la classe lavoratrice e le classi popolari. Il divorzio e le conseguenze economiche che da esso derivano vanno letti anche partendo da questo contesto.

Corpi di distrazione di massa e un vecchio sodalizio alla ribalta

Sempre più quotidiani si soffermano sul dramma dei padri separati: secondo i dati dell’Eurispes, su 4 milioni di papà separati circa 800 mila vivono sotto la soglia di povertà, mentre un milione e mezzo vive in condizione di indigenza. Molti di questi, finiscono per strada, senza una casa o un posto in cui dormire e se non ci fossero le reti Caritas e degli altri enti assistenziali per soddisfare, almeno in parte, i bisogni più immediati la situazione sarebbe più drammatica. Molti di questi padri separati hanno un lavoro, spesso anche stabile che però, a causa della compressione salariale di questi anni e della conseguente impossibilità di soddisfare adeguatamente i bisogni e le necessità del vivere quotidiano, non permette loro di affrontare le conseguenze economiche derivanti dalla separazione. È innegabile che il divorzio possa, in certe condizioni e per certe fasce sociali, diventare l’anticamera della precarietà o di una povertà autentica. Così, se divorziare non è un problema per chi, come Berlusconi, appartiene alla borghesia, può esserlo invece per chi non ha il suo status sociale.

La sentenza della Cassazione, in questa situazione, è percepita da chi vive questo dramma come una forma di giustizia perché è vista come una forma di rispristino dell’ eguaglianza. Prova ne è che, sull’onda della sentenza della Corte d’appello di Milano, sono aumentate le richieste di revisione o annullamento dell’assegno divorzile al punto che Alessandro Sartori, presidente Aiaf (associazione degli avvocati per la famiglia e i minori) ha affermato dalle colonne del Sole24Ore del 20 novembre 2017 che «Siamo di fronte a un assalto alla diligenza» e rivolge un appello ai colleghi «serve equilibrio[…]. Dobbiamo evitare di penalizzare l’ex coniuge, spesso la moglie, che dedica la vita alla famiglia ed esce dal matrimonio con una situazione economica più debole rispetto a quella del marito […]». È evidente che siamo di fronte ad un’ ”eguaglianza” a ribasso in cui sparisce l’oppressione di genere.

Un meccanismo ben oleato in cui alle risposte politiche si sostituiscono risposte ideologiche tese alla costruzione di nemici contro cui riversare le proprie frustrazioni e la propria rabbia e il rapporto strutturale tra patriarcato e capitalismo influiscono sulle risposte che le masse danno al peggioramento della propria condizione personale. Non è casuale che il sessismo e la misoginia, accanto al razzismo e alla xenofobia, siano in netto aumento e che l’odio di genere sia una delle cifre più evidenti di quanto, in questa situazione, anche le donne e i corpi delle donne fungano da distrazione rispetto ad una situazione sociale ed economica esplosiva la cui gravità può essere affrontata solo con misure radicali che affrontino il nodo dell’occupazione, del salario e dei diritti. L’oppressione di classe è in stretta relazione con l’oppressione di genere; il capitalismo ha assunto il patriarcato, ne ha mutato le dinamiche e nel tempo ha usato anche i rapporti di genere per raggiungere i suoi scopi: trarre il massimo profitto dallo sfruttamento della classe lavoratrice.

In definitiva, la complessità della situazione data può essere affrontata oggi solo da una sinistra che sia allo stesso tempo coerentemente anticapitalista e femminista, ossia che si ponga come orizzonte strategico l’abbattimento del capitalismo, vera causa dell’impoverimento di tanti padri separati, ma anche il superamento del patriarcato per una piena emancipazione della donna.

1 A questo link è possibile trovare una sintesi del Gender Gap Report 2017.
2 Il calcolo è fatto su una giornata lavorativa media di 8 ore.