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In ricordo del massacro di Sabra e Shatila, per il diritto al ritorno dei palestinesi in Palestina

di RDB e Deliria Eruption (Salerno Anticapitalista)

In occasione del 35° anniversario del massacro di Sabra e Shatila, avvenuto tra il 16 e il 18 settembre del 1982 in Libano, abbiamo ricordato anche a Salerno quel barbaro eccidio di civili palestinesi (ma anche di libanesi sciiti) grazie alla testimonianza dei compagni e le compagne recati(e)si in quei luoghi con la delegazione italiana che ogni anno vi fa visita al fine di dare giustizia e dignità ai circa 3.500 rifugiati brutalmente massacrati dalle milizie cristiano-falangiste libanesi, sotto la supervisione e con il sostegno logistico dell’esercito israeliano.

Una strage per cui nessuno ha mai pagato!

Il massacro di Sabra e Shatila fu qualcosa di atroce! “Per tre giorni non venne mai la notte” si usa dire in quei luoghi, a significare innanzitutto il rastrellamento continuo subito dai civili palestinesi in quelle giornate ma anche il fatto che la notte era costantemente illuminata (come fosse giorno) dalle luci dei mezzi dei falangisti, da razzi dell’esercito israeliano, perfino dai riflettori dell’ambasciata del Kuwait (che per l’occasione ospitava il sicuramente eccitatissimo criminale di guerra Ariel Sharon, eroe politico e militare per Israele) puntati sul campo. Stato ed esercito sionisti, falangi libanesi, ambasciata del Kuwait, soldati statunitensi, francesi e italiani (le tre forze militari che avevano l’incarico di garantire la sicurezza dei rifugiati palestinesi e vigliaccamente ritiratesi alla vigilia della strage), Stati arabi completamente immobili (quelli occidentali neanche a parlarne), tanti carnefici contro una sola vittima: i palestinesi.

Quest’ultimi vennero massacrati per 72 ore consecutive, fossero essi uomini o donne, anziani o bambini. Alcuni di quelli non giustiziati sul posto vennero caricati su camion che poi sparivano nel nulla (o meglio ne sparivano i passeggeri). I cadaveri o lasciati per le strade o gettati in fosse comuni.

Oggigiorno la memoria di quanto accaduto è viva in chi è ancora (da Israele) costretto ad essere lì e in quei luoghi stessi. Sabra non esiste più, Shatila raccoglie ora 20.000 profughi (di cui più della metà palestinesi, anche molti siriani), Beirut conta diversi altri campi profughi nelle sue periferie (in cui si arriva anche ad agglomerati con 40.000 rifugiati).Oggi vivono in Libano circa 500.000 profughi palestinesi, anche lì cittadini di serie B: senza alcuni diritti fondamentali, senza la possibilità di accedere a circa 72 categorie professionali, senza il diritto di poter acquisire proprietà e poterle trasmettere ai familiari, senza alcun futuro. In totale, si diceva, sono presenti in Libano circa 500.000 palestinesi, i quali sono divisi in 12 campi. In questi ultimi la corrente elettrica è spesso presente per non più di tre ore al giorno, l’acqua arriva non di rado salata, la sorveglianza esterna è affidata a check-point militari, le strade (vicoli in realtà) sono talmente strette che la luce del giorno passa a malapena, i rifiuti sono per strada e i cavi elettrici costruiscono pericolosissimi reticoli sopra le teste degli “abitanti”.

Ma sono gli stessi “ospiti” di questi campi a ritenere che tali luoghi rappresentino comunque anch’essi la storia del popolo palestinese, anzi ne costituiscano una parte viva, e vanno quindi preservati, perché, ricordano, cancellare quei campi profughi significherebbe anche cancellare il “diritto al ritorno”!

Luoghi tra l’altro dove, nonostante le terribili condizioni di vita, a prevalere è il senso di solidarietà, tra palestinesi del Libano, palestinesi di Siria (accorsi in maniera crescente dopo il deflagrare della guerra civile siriana e l’avvento dell’ISIS), siriani (idem) e libanesi solidali. Luoghi in cui resiste quello che è il sogno di ogni palestinese: tornare a mettere un giorno nuovamente piede in Palestina, sulla propria terra, da settant’anni occupata (molti conservano ancora la chiave dell’abitazione da cui loro, i loro padri o i loro nonni sono stati cacciati via dal colonialismo sionista).

Il popolo palestinese, quindi, continua a resistere, nei campi libanesi come in tutti gli altri sparsi per il Medioriente, a Gaza come nei “territori occupati”. Sebbene né il governo corrotto dell’ANP a guida Fatahin Cisgiordania né quello confessionale di Hamas a Gaza possono realmente fare e rappresentare gli interessi della popolazione palestinese,la recente possibilità di una seria riconciliazione tra i due è una buona notizia, salutata infatti con gioia in tutti i territori abitati dai palestinesi. Nel frattempo che la sinistra palestinese torni a svolgere un ruolo da protagonista nelle vicende politiche mediorientali, l’unità di questo popolo martoriato è infatti condizione necessaria (di certo neanche lontanamente sufficiente) per portare avanti la lotta contro l’opprimente regime di segregazione che si vive in Palestina. Dal canto nostro, è fondamentale che la solidarietà internazionale attiva non spenga mai i riflettori sulla vicenda del popolo palestinese e moltiplichi il più possibile le proprie iniziative in sostegno di tale causa.