In evidenza

Catalogna, anticapitalistas e referendum: andare oltre il “regime del ’78”

 

COMUNICATO DI ANTICAPITALISTAS DOPO IL REFERENDUM DEL PRIMO OTTOBRE

1507038172104

  • Il referendum che si è tenuto il primo ottobre in Catalogna è un avvenimento che mette all’ordine del giorno una serie di questioni fondamentali. La repressione violenta del governo del Partito Popolare (PP) e degli apparati dello Stato è la dimostrazione di un progetto autoritario incapace di rispondere in modo civile alle rivendicazioni democratiche delle persone. L’immagine che diffonde di sé il governo Rajoy, ripresa dai media del mondo intero, ci rimanda ai tempi oscuri del tardo franchismo. Ogni sincero democratico proverà vergogna e dissenso davanti alle immagini della polizia che colpisce delle persone che cercano di esercitare il loro diritto al voto o quelle del sequestro delle urne. Condanniamo le azioni del governo e degli apparati dello stato e siamo solidali con le centinaia di feriti, tra i quali dei/delle militanti di Anticapitalistas.
  • Il popolo catalano ha dimostrato, sia nel corso della giornata del primo ottobre che nelle settimane precedenti, una volontà collettiva e una capacità di auto – organizzazione enorme. Questo gli ha permesso di articolare un movimento di disobbedienza civile pacifico di massa: occupazioni comunitarie di scuole e collegi, la calma di fronte alle provocazioni della polizia, dei comitati di base in difesa del referendum, una mobilitazione larga che ha incluso settori di classe lavoratrice e popolare, che supera così il quadro della politica ufficiale. Il fatto che il referendum abbia potuto svolgersi con successo dimostra che non siamo di fronte ad un semplice gioco di operazioni di una élite politica. Ci troviamo di fronte ad un movimento largo, in seno al quale delle persone comuni hanno espresso la loro determinazione a decidere della relazione che essi intendono tenere con lo Stato centrale.

Il movimento sovranista in Catalogna ha messo all’ordine del giorno due elementi che divengono sempre più difficili da negare. Da una parte, l’impossibilità di riformare la Costituzione e il regime del 1978 in direzione di una federazione (vale a dire che accetta la libera volontà e la sovranità delle differenti parti). Dall’altro, la dimostrazione che solo una pratica di massa di disobbedienza civile può costituire lo strumento con il quale gli strati popolari sono in grado di superare i limiti istituzionali.

  • Il regime tripartito PP-PSOE-Ciudadanos ( partito di origine catalana diretto da Albert Rivera) ha rifiutato sistematicamente di proporre uno sbocco democratico e pacifico alle rivendicazioni del popolo della Catalogna. La loro strategia è stata un fallimento pietoso. Il referendum si è tenuto con successo in uno scenario in cui l’autoritarismo del governo del PP ha rotto i ponti del dialogo, con il risultato che oggi un numero sempre più elevato di persone in Catalogna comprende che non esiste la possibilità di una “sovrapposizione” (uno stato catalano incastrato in uno Stato federale) in questo Stato spagnolo. Il PSOE, con il suo sostegno subalterno a Mariano Rajoy, non è stato capace di proporre una via differente. Il presunto rinnovamento proposto da Pedro Sanchez (dirigente del PSOE) non è nient’altro che un cambiamento di facciata che non si traduce in una proposta politica alternativa a quella del PP.
  • Questo martedì 3 ottobre, i sindacati hanno convocato uno sciopero generale in Catalogna contro la repressione dello Stato e in difesa del diritto di decidere del popolo catalano. L’azione di tutti/e quelli/e che si muovono dal basso è fondamentale affinché il processo costituente in Catalogna metta in discussione un modello economico che non beneficia che una minoranza. È dentro questa lotta contro coloro che stanno in alto che le classi lavoratrici e popolari si ritroveranno. E noi saremo al loro fianco.
  • Le classi dominanti spagnole hanno fallito nel tentativo di risolvere “la questione catalana”. Esse non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, provocando odio, indebolendo la democrazia e utilizzando la forza bruta contro persone comuni. In seno alle classi dirigenti, il peso del PP e del governo di Mariano Rajoy è stato decisivo, optando per bloccare ogni soluzione della questione catalana in maniera democratica e con il dialogo[1]. Questa posizione del blocco reazionario gli è utile nel resto dello Stato spagnolo al fine di consolidare l’arretramento dei diritti sociali, del lavoro e dell’ambiente che conosciamo dall’inizio della crisi.

Che nessuno si lasci fuorviare: il rafforzamento di Mariano Rajoy intorno alla questione catalana costituisce un indebolimento dei nostri diritti nel resto del paese. Ecco la posta in gioco fuori dalla Catalogna.

Un paese diverso può essere costruito solo col PP fuori dal governo. Bisogna dunque lavorare, fin da subito, per cacciare Rajoy dalla Moncloa (sede del governo spagnolo). Di fronte a questo problema, la reazione di Sanchez è stata una difesa tiepida del governo Rajoy, che dimostra i limiti reali di una politica che conta su di lui per far nascere un blocco costituente operante per un’alternativa in favore della maggioranza sociale. Questo può solo deludere coloro che vedevano in lui un’opzione capace di “riconvertire” il PSOE e di affrontare il PP[2]. In questa situazione, appare sempre più evidente che un nuovo progetto per le classi popolari non sarà possibile che promuovendo dei processi costituenti che vadano oltre il regime del 1978.

In questo momento, è quindi urgente dare impulso ad un movimento democratico che difenda la legittimità delle decisioni del popolo catalano e che, allo stesso tempo faccia fronte all’offensiva reazionaria del PP. È solamente così che potremo costruire una maggioranza sociale per fare proprio quello che il regime non fa: dialogare tra pari, senza repressione né chiusure, per lottare per costruire una coabitazione democratica, libera e solidale dove coloro che sono in basso siano gli attori e dove la volontà delle parti costituisca gli elementi delle relazioni reciproche.

road-blockade-barcelona

__

[1] Nel discorso televisivo di sei minuti e mezzo, la sera del grandissimo sciopero e in cui tutta Catalogna era “ferma”, il 3 ottobre, il re Filippo VI di Borbone – che è succeduto a suo padre Juan Carlos I, nominato da Franco, che ha regnato da novembre 1975 a giugno 2014, da capo delle forze armate come suo figlio – ha dato carta bianca agli atti e alle dichiarazioni di Rajoy, e ha confermato le minacce di fronte a quello che è stato, implicitamente, definito come un colpo di Stato anticostituzionale da parte della Generalitat. Inoltre, la giustizia spagnola ha “convocato in previsione della sua imputazione” il capo della polizia catalana (Mossos), Josep Lluis Trapero, nel quadro di “inchiesta per sedizione”. Le manifestazioni contro la polizia nazionale e la Guardia Civile hanno portato in strada, secondo il quotidiano La Vanguardia del 3 ottobre 2017, più di 700.000 persone. (ndr)

[2] Questa frase si riferisce all’orientamento adottato in particolare da Pablo Iglesias, dirigente di Podemos, all’inizio dell’estate, cioè di appellarsi al PSOE in previsione della costituzione di un governo PSOE-Podemos, soluzione che è stata proposta dopo il congresso di Vistalegre II del febbraio 2017 da Inigo Errejon e combattuta allora da Pablo Iglesias. Questo ha permesso a quest’ultimo di mettere daparte Errajon e i suoi sostenitori, per riprendere successivamente il loro orientamento. L’ingresso di Podemos al governo della regione Castiglia – Mancia è volto a costituire il “laboratorio” di questo orientamento. (ndr)

(da Alencontre.org)

1507054055184