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Un giudizio politico sull’amministrazione De Magistris

di Sinistra Anticapitalista Napoli

Premessa necessaria per stabilire il comportamento rispetto alle istituzioni locali, è capire come esse articolano il loro ruolo nel sistema complessivo. In particolare, non bisogna assolutamente lasciarsi trascinare nelle tifoserie pro o contro la persona che governa l’istituzione, nella fattispecie il sindaco di Napoli, nonché della città metropolitana, Luigi De Magistris. Questa modalità, largamente praticata, è complessivamente indice di immaturità politica, di fideismo acritico di chi applaude, di opinione preconcetta di chi denigra. Il giudizio deve invece riferirsi alle singole scelte politiche dell’amministrazione e deve essere legittimato da una analisi approfondita dei fatti.

 

Prima però di formulare un giudizio complessivo bisogna capire come si configura la politica locale nell’ambito nazionale. Il progetto oggi necessario è certamente un progetto totalmente alternativo al sistema socioeconomico esistente e, di conseguenza, ha una valenza universale di opposizione alla borghesia ed alle sue istituzioni. Questo è vero sia in campo nazionale che in campo locale.

 

Non ci può essere una politica locale disgiunta da quella nazionale. Questo è un errore commesso da molti a sinistra, che tuonano contro il sistema globale e poi nei confronti del sistema locale indirizzano una metodologia gradualistica che accetta una pratica tutta interna alle istituzioni. Questo naturalmente non significa rinunciare alla presenza nelle istituzioni locali, ma usare le istituzioni solo per sorreggere lo scontro sociale, che deve essere la priorità dell’agire politico.

 

Le cose sopraddette hanno una validità generale, ma sono ancora più vere nella fase attuale del neoliberismo dominante e della crisi economica, che è lungi dall’essere superata, specialmente al sud. In Italia la scena politica delega gli indirizzi economici complessivi al governo centrale, materie fondamentali come sanità, rifiuti, sviluppo economico e trasporti alle regioni e compiti essenzialmente amministrativi ed esecutivi ai comuni. Gli spazi di autonomia dei comuni sono ridotti e vanno ulteriormente restringendosi con le direttive liberiste imposte dalla borghesia nazionale ed europea. Il comune diviene il terminale operativo delle scelte nazionali. L’effettiva cancellazione delle provincie ha, inoltre, ulteriormente limitato le capacità decisionali a livello locale. Le specifiche competenze comunali sono limitatissime e riguardano il commercio, servizi sociali, edilizia popolare e scolastica, viabilità, anagrafe, polizia locale.

 

Ma l’effettiva praticabilità dell’azione nelle specifiche competenze comunali è praticamente inibita dalla restrizioni finanziarie imposte ai comuni, a vario titolo, dallo stato centrale. Ogni finanziaria taglia quote di finanziamento ai comuni. Oggi la quota ricevuta è meno della metà di quella ricevuta venti anni fa. La questione del bilancio diviene primaria preoccupazione degli amministratori al punto che, in caso di inadempienze contabili, la stessa legittimità democratica viene cancellata, con la destituzione degli eletti e nomina di un commissario. Questo perché cancellare nei fatti l’autogoverno cittadino è una esigenza dell’attuale fase liberista. Togliere spazio agli enti locali, soprattutto ai comuni che sono meno controllabili, significa poter spezzare resistenze dei territori ed imporre gli interessi del profitto dei grandi gruppi imprenditoriali, come si è visto con lo Sblocca-Italia. La vicenda CONSIP rivela come gli affari connessi agli acquisti nella pubblica amministrazione dovevano essere tolti ai potentati locali per essere trasferiti alle lobby nazionali. La legge Madia (2015) ha poi riorganizzato la pubblica amministrazione, dettando leggi perentorie alle amministrazioni locali. Successivamente, il decreto legislativo 175 (2016) ha fornito una nuova disciplina delle società partecipate delle pubbliche amministrazioni, accelerando verso la privatizzazione dei servizi erogati dai comuni. È in atto una vera guerra per centralizzare il potere economico anche se la sinistra sembra non accorgersene: è la caduta del muro di Berlino del pubblico, è la corsa all’oro dei beni comuni e dei servizi pubblici da parte del capitale globalizzato, è l’ultima spiaggia per fare profitti.
Da sottolineare che la difesa del pubblico non è una scelta ideologica, ma la comprovata evidenza che il privato non può funzionare nei servizi non esigibili quali l’assistenza alle fasce povere, ai disabili, ai migranti, dove non ci devono essere margini di profitto. Anzi danni evidenti sono stati apportati dai principi e dalle pratiche aziendaliste importate nelle società partecipate; gli attuali evidenti disservizi in settori quali i trasporti o i rifiuti sono conseguenti a questi processi che hanno salvaguardato interessi di una pletore parassitaria di amministratori, consiglieri d’amministrazione e consulenti vari (tutti nominati) interessati a dividersi prebende a scapito dell’efficienza del servizio.

 

Naturalmente i potentati locali si adeguano, gli alti gradi della burocrazia si candidano a gestire le dismissioni. I vari capogabinetto, caposezione, eccetera, detentori tradizionali di un potere gestionale che badava più alla clientela (principalmente PD) che all’efficienza, si ergono a protagonisti della fase. Sono loro che, con l’arma della lentezza e dell’intralcio dei cavilli, si oppongono a chi tenta di arginare la deriva. Del tutto assenti sulla scena i sindacati confederali, mentre il sindacalismo di base, pur conscio dei problemi e disponibile alla mobilitazione, non riesce ad ottenere risultati concreti.

 

Bisogna tenere presente questo scenario per formulare un giudizio sulla azione della giunta De Magistris. Il nostro giudizio è evidentemente privo di interessi di parte, è un giudizio obbiettivo. È la risposta ad una domanda netta e specifica:

 

Il sindaco e la sua giunta si sono contrapposti o no alla deriva liberista che condiziona tanto negativamente le vite dei cittadini? In questo scontro a Napoli si sono fatti passi avanti o passi indietro?

 

Prima di tentare di rispondere a questa domanda, bisogna tornare indietro per ricordare quali erano le aspettative della gente comune e dei tanti militanti, attivisti sociali, politici e sindacali che pure sono un grande valore per la città. Il popolo napoletano nella sua storia è stato spesso protagonista di richieste forti ai suoi governanti, spesso ha ottenuto il cambiamento istituzionale, ma mai è stato in grado di gestire in suo favore questo cambiamento. Per limitarci al periodo più recente almeno tre volte la pressione popolare ha portato a nuovi equilibri politici: nel 1975 la marea montante del movimento dei disoccupati organizzati, degli operai in lotta, delle nuove generazioni, portò al potere Maurizio Valenzi, che ebbe il merito di bloccare il sacco della città, ma fu incapace di rendere la sua base elettorale protagonista di una scena politica, tutta chiusa in una logica di partito. Alla sua sconfitta, frutto di accordi politici trasversali, successe un decennio di palude amministrativa, finché una nuova spinta di innovazione istituzionale, sorretta da una mobilitazione di massa antisistema, egemonizzata da “mani pulite”, aprì la porta all’era Bassolino, durata poco meno di un ventennio; ancora una volta la spinta dal basso fu messa da parte ed un rinnovamento complessivo fu prodotto esautorando i vecchi poteri e tessendo una rete di interessi partitici-imprenditoriali che copriva ogni settore della vita locale.

 

Fu l’idea dell’estraneità ai giochi di potere, dell’onestà del candidato che portarono nel 2011 Luigi de Magistris a palazzo San Giacomo. Questa volta la reale base sociale che ha sostenuto de Magistris è stata la piccola borghesia, marginalizzata dal liberismo, desiderosa di una sana gestione della città, per riportarla ad un florido passato, più idealizzato che verificato storicamente. Il sottoproletariato, pur non partecipe al sostegno, non si è contrapposto al sindaco, anche perché orfano delle clientele tradizionali che nell’epoca del liberismo non trovano spazio adeguato. Non subito, ma dopo poco si è incontrata con il sindaco la marea dell’antagonismo sociale, cresciuta con occupazioni di spazi abbandonati, con mobilitazioni antiliberiste, con pratiche solidaristiche. Da questo incontro è nata un’aspettativa di cambiamento radicale, di protagonismo dal basso, di assemblee popolari, di rinnovamento delle istituzioni, di orgoglio napoletano. Dove è approdata nei fatti concreti questa aspettativa? Nella ultima fase preelettorale e nei primi mesi della seconda consiliatura, lo scontro tra De Magistris ed il governo nazionale, sorretto dal suo emissario locale, il governatore della Regione Campania De Luca, è stato acceso e alle parole roboanti sono seguiti anche alcuni atti di disobbedienza.

 

Successivamente, però, si sono evidenziati cedimenti al sistema liberista, all’inizio in maniera più limitata e, via via, in maniera più estesa. I casi coinvolgono vari settori dall’acqua ai trasporti, all’assistenza sociale, alla questione dei rom, alla questione Gesac. Non è qui il caso di scendere nei dettagli tecnici anche se in varie occasioni scendere nei dettagli tecnici per dimostrare che le critiche non sono pregiudiziali.

 

Piuttosto è da porsi un altro problema: come è possibile per una amministrazione che vuole difendere realmente gli interessi dei cittadini opporsi alle leggi dello stato che vanno in senso contrario? E ancora: come praticare un minimo di difesa degli strati più deboli senza risorse economiche? È evidente che non è possibile costruire un modello sociale alternativo in un comune solo; è evidente che la battaglia va fatta quantomeno a livello nazionale se non europeo. L’idea di una “città ribelle” in un contesto nazionale ultraliberista è una astrazione illogica quanto quella dell’autonomia finanziaria, specialmente in una realtà che comunque riceve più finanziamenti di quanto paga mediante la tassazione nazionale. È chiaro che gli sportelli bancari per avere prestiti restano chiusi per le amministrazioni che disobbediscono al pareggio di bilancio. Allora cosa può e deve fare un’amministrazione “ribelle”? Prima di tutto deve espletare tutti gli accorgimenti tecnici per sfuggire i vincoli dettati dall’alto, poi deve essere protagonista di una battaglia nazionale contro la politica economica del governo insieme alla variegata galassia dell’antagonismo sociale, poi deve farsi riferimento presso gli strati sociali più danneggiati dalla logica liberista per chiamarli a sostenere la sua resistenza.

 

È facile constatare che l’opzione scelta da De Magistris non è stata questa. Il sindaco ha invece scelto la mediazione con le altre parti politiche e le altre istituzioni, sacrificando gli spazi di resistenza che pure erano praticabili. Il suo obiettivo prioritario è consolidare a livello comunale e soprattutto metropolitano, la sua presenza politica. Questa constatazione è dolorosa perché oltre a deludere tanti settori politici e sindacali che lo hanno sostenuto apre la strada alla destra che può coagulare un blocco sociale tra piccola imprenditoria insofferente della globalizzazione, immobiliaristi avidi di cementificare (Bagnoli e Area est deindustrializzata), sottoproletariato con infiltrazioni camorristiche, estrema destra anti-migranti. A coagulare questo fronte è mancata finora un riferimento unificante e la figura di Lettieri non ne aveva, certamente, le capacità.

 

Che fare allora?
Prima di tutto non bisogna tacere. Non bisogna avere remore nel dire che l’azione del sindaco è sbagliata su tutta una serie di questioni. Non si deve incorrere, come fanno altri, in schematismi settari per cui il sindaco sbaglia per definizione, perché espressione della borghesia. Anzi, qualora il sindaco cambi direzione, bisogna sostenerlo. Ma, soprattutto bisogna sforzarsi di essere presenti nelle contraddizioni politiche aperte, in città, dalla sua ambiguità: dobbiamo sostenere i lavoratori ANM che combattono contro il fallimento e la privatizzazione dell’azienda, i lavoratori dell’aeroporto che si oppongono alla dismissione delle quote comunali Gesac, i lavoratori del gas che difendono la pubblicità delle reti; bisogna schierarci con chi non accetta le limitazioni aziendaliste portate avanti dall’ABC e così di seguito. Bisogna cercare, nei limiti possibili, di collegare le vertenze dei servizi a quelle della produzione che pure se minori, frammentate ed essenzialmente difensive, permangono sul territorio e, soprattutto dobbiamo cercare interlocutori nelle piazze tra il disagio per i disservizi pubblici, nella tragedia della disoccupazione, nella emarginazione dei migranti e dei rom, nella fatica del lavoro precario e mal-retribuito. Bisogna cioè, nella fattispecie a Napoli, non farsi distogliere dalle sterili diatribe istituzionali, ma usare la critica ai governanti locali per supportare lo scontro sociale complessivo.