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Onnivori Etici vs Hipster Vegani? Un’anti-critica ecosocialista e rivoluzionaria

di Marco Maurizi e Carolina Gregori

Da qualche tempo sui social media italiani sembra che lo sport nazionale più in voga sia il “tiro al vegano”: sono molte le pagine nate al solo scopo di deridere, offendere e denigrare pubblicamente chi, per varie ragioni, ha deciso di evitare il consumo di prodotti animali, e tanti sono gli articoli che tentano disperatamente di dimostrare, con argomentazioni più o meno scientifiche, quanto questi strani individui, che pure si aggirano attorno a noi, siano in preda ad una sorta di “follia collettiva”, un fenomeno di costume non solo strambo e nient’affatto condivisibile, ma anche estremamente dannoso. Inoltre, se vogliamo ricercare parallelismi storici interessanti, la violenza e lo zelo con cui, oggi, ci si scaglia contro i vegani ricorda, sempre meno vagamente, il modo in cui venivano trattate le prime femministe attivamente impegnate nella lotta contro il patriarcato: è come se, non consumando nulla che derivi da animali, si toccasse un “nervo scoperto”, una questione identitaria, che, smossa, genera violenza inaudita e reazioni che vanno dalla diffamazione al pubblico ludibrio, dalla chiusura totale all’attacco incondizionato, come se l’identità stessa dell’accusatore risentito si sia a fatica costruita sull’oppressione e lo sfruttamento di qualcuno che, socialmente e politicamente, è più debole, e tale deve restare. La diffamazione del vegano serve a spostare su un bersaglio di comodo l’incapacità di affrontare il nodo della violenza sistematica sull’animale.

Il veganismo oggi viene rappresentato a livello ideologico come un curioso ibrido.

Da un lato, esso rientra nella serie dei fenomeni che le classi dominanti attualmente bollano come “irrazionalismo” e che vanno dal populismo, al complottismo fino all’antivaccinismo: la stereotipata rappresentazione del freak-vegano, “urlatore” con “la bava alla bocca”, è perfettamente calibrata sulla necessità del sistema di tradurre ogni forma di contestazione agli attuali assetti di potere economico, politico e culturale in una scelta netta tra i “ragionevoli” e i “forcaioli”, tra il “buon senso” e “l’estremismo”, tra il “normale” e lo “stravagante”.

D’altra parte, incredibilmente, il veganismo viene anche letto nel senso opposto: ideologia radical-chic, borghese ed elitaria, tipico strumento di una classe media in cerca di “conferme etiche” e di rassicuranti “identità” collettive, disposta, in nome della difesa degli animali non-umani, a mettere in secondo piano, fino a cancellare con sdegnosa noncuranza, la sofferenza delle classi subalterne di tutto il mondo e, addirittura, il destino stesso del pianeta, in quanto non sarebbe in grado di discernere la distruzione ecologica di cui il suo stesso stile di vita occidentale è responsabile.

Nel primo caso il veganismo rappresenta l’Umanexit, la Brexit dall’umanità; nel secondo caso è Animal-hipsterismo.

In entrambi i casi il gioco riesce perfettamente, perché quello che dovrebbe essere oggetto del discorso – cioè l’antispecismo e, dunque, la denuncia di un’organizzazione sociale umana fondata sul dominio e lo sfruttamento (non solo animale) – viene sostituito dal veganismo come “filosofia di vita”, come “moda”, e si finisce per concentrarsi sulle caratteristiche socio-psicologiche dei “vegani”. Che il veganismo di massa, talvolta di stampo salutista, spiritualista, animalista o addirittura moralista, abbia purtroppo a sua volta contribuito a questo spostamento del discorso dal dominio e dallo sfruttamento allo “stile di vita” siamo i primi ad ammetterlo, ma ciò non significa che tale spostamento sia logicamente, eticamente e politicamente lecito.

A questa tipica modalità di critica del veganismo corrisponde, tra i tanti, un articolo comparso su The Vision che ha avuto molta eco sui social negli ultimi giorni.

Qui l’approccio critico, o meglio “acritico”, ai vegani va in direzione dell’animal-hipsterismo piuttosto che del veganismo come “populismo animalista” – che finora era la più diffusa forma di reazione alle tematiche relative alla liberazione animale – ma rappresenta, probabilmente non volendo, una posizione politicamente forse più pericolosa e che è dunque assolutamente necessario indagare e contrastare nelle forme e nei contenuti, in quanto costituisce un’operazione ideologica che produce notevole confusione sui rapporti tra capitalismo e sfruttamento animale.

Ma non è tutto; infatti questa impostazione, a causa del pregiudizio ideologico che sottende, rischia di sviare dal vero problema anche chi a sinistra, magari in buona fede, potrebbe considerarlo un contributo utile al dibattito.

Ve lo sveliamo fin da ora: non lo è affatto.

L’articolo, tronfio di sarcasmo borghese e pieno di problemi argomentativi, si propone anzitutto da un punto di vista stilistico come “voce della ragione”, addirittura di una ragione “scientificamente” avveduta, per di più “ironica” e “informata sui fatti”, nel classico stile elitario che è proprio tipico di quel mondo radical-chic che vorrebbe contestare.

I social media sono invasi di articoli che demoliscono allegramente uno stereotipo sociale dall’alto della propria superiorità intellettuale, ma più spesso trattano sbarazzinamente delle “ragazze di Roma-Nord” o amenità affini: l’articolista invece pretende di trattare di cose serie accompagnandole con un sorrisetto autocompiaciuto. E il problema è che qui lo stile, lungi dall’accompagnare il contenuto, lo costituisce e lo rovescia immediatamente in qualcosa di totalmente falso. Perché esattamente come negli articoli spiritosi che saltano di palo in frasca perché mantengono così un tono leggero e disimpegnato, l’articolista pretende di “dimostrare” la “non eticità” dei vegani attraverso le conseguenze socialmente ed ecologicamente disastrose del consumo di quinoa, anacardi, mandorle e soia.

L’argomentazione è traballante de iure e de facto: esso parte infatti da assunti del tutto arbitrari e, come diremo subito, trae delle conseguenze fattualmente inesatte e fuorvianti.

Tralasciando qui le chiacchiere filosoficamente imbarazzanti sull’etica (andrebbe peraltro ricordato all’articolista che di “consumo etico” a sinistra si parla da tempi in cui in veganismo non era ancora assurto agli onori della cronaca), e tralasciando anche la scelta di prendere Giulia Innocenzi come “rappresentate” del veganismo, veniamo al sodo.

Anzitutto, ovviamente, non si capisce perché chi rifiuta di sfruttare gli animali dovrebbe essere avido consumatore di quegli alimenti. Ma abbiamo già visto che il presupposto di questo articolo e di altri approcci analoghi alla questione animale è sostituire l’antispecismo al veganismo e, per di più, identificare il veganismo con la sua versione modaiola e consumista. Anche se queste progressive semplificazioni avessero senso da un punto di vista sociologico (e non ce l’hanno: non basta scegliersi Giulia Innocenzi come Idealtypus per sbottare: “beh però oggi gli animalisti sono quello!” e chiudere la questione di cosa rappresenti filosoficamente la critica dello specismo), sarebbe comunque da osservare che quegli alimenti vengono consumati anche da chi non segue una dieta vegana seppure un assunto non dimostrato dell’articolo – uno dei tanti – è che il consumo mondiale di tali alimenti sia stato implementato dall’affermarsi della dieta vegana, cosa che è molto difficile, se non impossibile, da dimostrare. Solo verso la fine dell’articolo veniamo informati che uno studio dimostra che è “impossibile” una dieta planetaria che rinunci allo sfruttamento animale senza conseguenze ecologiche disastrose. E qui il nostro articolista ricorda improvvisamente quei complottisti che contestano la “scienza ufficiale” perché hanno letto quel tale articolo che “dimostra” la tal cosa. Contrapporgli qui le evidenze empiriche sui disastri ecologici prodotti dall’allevamento significherebbe muoversi sul suo stesso terreno fallace, quello cioè che bagatellizza la questione della sofferenza e dello sfruttamento animale e rimuove totalmente il problema socio-economico che invece andrebbe affrontato se veramente si vuole trattare in modo serio di queste cose.

Perché è del tutto evidente che le conseguenze socialmente ed ecologicamente devastanti che l’articolista tratta in modo superficiale e faceto, dando ad intendere che sarebbero “legate” alla dieta vegana, altro non sono che conseguenze del modo di produzione capitalistico.

Come può sfuggire all’articolista, ad esempio, che la distruzione dei rapporti sociali indigeni attraverso l’imposizione di monoculture è uno dei tratti più caratteristici delle politiche coloniali imperialiste?

E se è un grave limite di molti vegani trattare il problema della sofferenza animale come questione che attiene esclusivamente alla sfera del consumo, senza considerare invece come la riduzione dell’animale a merce assuma le proporzioni apocalittiche che ha oggi in conseguenza di uno specifico modo di produzione che si è imposto su scala planetaria, ancor più colpevole è chi, volendo impostare una critica del veganismo, cade vittima della stessa forma mentis borghese, dello stesso sguardo parcellizzato e limitato, della stessa incapacità di stabilire le connessioni che permettono di vedere la dinamica complessiva della società odierna.

Per chi fa della lotta allo sfruttamento animale la necessaria conseguenza della lotta di contestazione alle altre forme di oppressione (di classe, razziali ed etero-patriarcali), nonché del rifiuto di asservire i rapporti sociali (inclusi quelli tra la società umana e le società non-umane) alla logica del profitto, queste critiche al “veganismo” non solo sono irrilevanti ma contribuiscono a spostare l’attenzione da quello che dovrebbe essere il fuoco della questione. Anzi, contribuiscono a cementare la credenza che l’attuale sistema produttivo sia l’unica forma possibile di convivenza sul pianeta: perché seppure la diffusione di ogni “consumo etico” (non importa se vegano o onnivoro) oggi è politicamente ed ecologicamente insostenibile perché si fonda di fatto su rapporti di dominio irrazionali e distruttivi, ciò non significa affatto che tali rapporti non possano e non debbano essere trascesi da un’organizzazione politica, sociale ed economica globale fondata sull’abolizione dello sfruttamento in ogni sua forma.

Ed è chiaro che nessuno, né il vegano, né tanto meno l’onnivoro, sono oggi in grado di anticipare come concretamente una società giusta potrà condividere la vita e venire incontro alle esigenze produttive di un mondo che non sia più globalizzato nel segno della miseria e dello sfruttamento generalizzati. Ma il vegano, seppure spesso non consapevolmente, ha almeno il vantaggio di anticipare una domanda di giustizia che gli anti-vegani di tutte le risme oggi non hanno ancora nemmeno iniziato a porsi: se riteniamo che la società umana sia in grado di organizzarsi in modo equo e solidale, che rapporto dovrà avere con le società non-umane con cui condivide il pianeta?

Posto che un’esigenza di liberazione possa farsi strada come un progetto di emancipazione condiviso fino a che punto potremo continuare ad agire secondo i dettami dell’antropocentrismo più bieco, eredità di una tradizione patriarcale e spiritualista che diciamo di esserci lasciati idealmente alle spalle e che invece continuiamo a perpetuare materialmente nel massacro automatizzato del vivente non-umano su scala planetaria?

Come ecosocialisti e rivoluzionari, siamo invece convinti che l’antispecismo sia parte integrante e fondamentale di un progetto di liberazione totale, che intende cioè liberare la società umana dalla logica del dominio e dello sfruttamento. Con il filosofo Slavoj Žižek diciamo: “il modo di liberarci dei nostri padroni non sta nel far diventare il genere umano stesso il padrone collettivo della natura, ma nel riconoscere l’impostura nella nozione stessa di padrone”.