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La Francia si mobilita contro il “colpo di stato sociale” di Macron

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Decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori sono scesi in piazza contro l’attacco senza precedenti di Macron

da Parigi, Robert Pelletier

Tra le aspettative, più o meno benevoli, il giorno della mobilitazione del 12 settembre è stato un successo, che richiede un seguito.

Infatti ci siamo trovati in decine di migliaia per le strade di Parigi e in più di 150 città, tra cui oltre 5mila a Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Le Havre, Nantes, Lione – feudo del ministro degli Inteerni in carica, Gérard Collomb – dove la polizia ha moltiplicato le provocazioni e ha fatto degli arresti. A Parigi, la manifestazione è stata sorprendentemente aperta da uno spezzone di venditori di strada mobilitati contro un’ordinanza che modificherebbe i bandi di gara in città. Ovunque c’è una determinazione che augura piuttosto bene per l’indispensabile, gli indispensabili follow-up.

Va detto che Macron ha contribuito in gran parte a convincere i meno convinti. In un tono che ricorda, in peggio, quello di Juppé del 1995 o di Sarkozy 2012, dall'”alto” del suo 18% di consensi tra gli iscritti alle liste elettorali e del 37% di gradimento nei sondaggi, Macron ha espresso tutto il suo disprezzo da “valletto” del padronato, e il suo disinteresse di classe. Con il vocabolario di un padroncino reazionario, Macron ha dichiarato: “Sarò assolutamente determinato, non farò niente per i pigri, i cinici o gli estremisti”. E, per coloro che avrebbero potuto pensare che fosse una discrepanza nel linguaggio, e nonostante il balbettare della comunicazione del governo, Macron ha mantenuto le sue dichiarazioni annunciando nuovi attacchi ai piani pensionistici e ai diritti dei lavoratori ferroviari, probabilmente i primi nella sua personale classifica di “pigrizia”. Così Macron e il suo governo completano la proliferazione degli attacchi ai nostri diritti e mezzi di sussistenza con una minaccia chiara a coloro che cercheranno di opporsi.

Un’offensiva senza precedenti

L’attacco del governo va in tutte le direzioni, al di là delle ordinanze del Codice del Lavoro: APL (Aide Personnalisé au Logement, aiuto all’affitto) inferiore, aumento del CSG (contribuzione sociale generalizzata), blocco dei salari e degli organizi nel pubblico, l’abolizione di 150.000 posti di lavoro sovvenzionati, privatizzazioni multiple, danni al servizio di trasporto pubblico, nazionalizzazione dell’assicurazione contro la disoccupazione, rinvio dell’età pensionabile e soppressione di tre quarti della tassa patrimoniale. Attacchi che, va sottolineato, colpiranno le donne in primo luogo. Già i datori di lavoro pensano che sia tutto permesso e moltiplicnoa gli attacchi contro i militanti e tutti coloro che resistono. Come alla GM&S, con il supporto attivo dei poliziotti dell’ex “socialista” Collomb.

Le richieste dei datori di lavoro sono illimitate e sulla via del ritorno all’inizio del XX secolo. Una terra purtroppo arata da diversi cosiddetti “governi di sinistra”. Che, come bonus, hanno offerto alla borghesia e ai suoi rappresentanti più zelanti un arsenale repressivo senza precedenti, che oggi serve a reprimere i militanti, gli abitanti dei quartieri popolari e per cacciare gli immigrati (l’etat d’urgence, ndr).

Ce n’est qu’un début

Anche se l’aria è conosciuta, le parole devono essere sempre riscritte. Nessuna lavoratrice, nessun lavoratore, pensa che questa regolare regolamentazione del diritto del lavoro permetterà la significativa riduzione della disoccupazione che ci è stata promessa per decenni. Nient’altro che una sconfitta per i lavoratori e un guadagn per i datori di lavoro. Il dialogo sociale, anche se approvato da una grande maggioranza dei leader sindacali, si dimostra solo quello che è: un fumo ruvido.

L’ampiezza del fronte degli attacchi costituisce la base per una vasta ricomposizione contro tutti questi arretramenti. Tuttavia, a quasi un anno dal giorno dell’ultima dimostrazione contro la loi Holland-El Khomri, il fronte della mobilitazione sta solo iniziando a essere costruito. Il successo di questo primo giorno di dimostrazioni dovrebbe essere solo l’inizio della necessaria amplificazione della mobilitazione. Ciò comporta la costruzione di scioperi nelle aziende, il blocco dell’attività economica e le mobilizzazioni unitarie che riuniscono sindacati, partiti e associazioni che si oppongono alla regressione sociale in corso.

Una riunione unitaria, il 9 settembre promossa dalla Copernic Foundation mostra che è possibile sedersi intorno ad un tavolo per decidere le modalità di mobilitazione. Già la data fissata dalla CGT del 21 settembre dovrà servire da “relè”, punto di appoggio per il radicamento del movimento. L’impegno di molte strutture di Force Ouvriere il 12 settembre, le posizioni meno conciliatorie di CFE-CGC e persino Laurent Berger della Cfdt rivelano l’opportunità di allargare il movimento. E spetta alla direzione di France Insoumise (il partito di Melanchon, ndr) che anche la marcia contro il “colpo di stato sociale”, indetta dalla Bastiglia il 23 settembre, permetta l’espansione del movimento. L’unità è faticosa, è una lotta, ma anche un bene considerevole per mobilitare … e per vincere.

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