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L’autunno che verrà

di Eliana Como (da La Città Futura)

L’estate è stata torrida. Ma ci aspetta un lungo e faticoso autunno, che è bene sperare che sia anche più caldo dell’estate appena passata. Almeno dal punto di vista sindacale e sociale.

Le ragioni ci sono tutte: l’attacco al diritto di sciopero; la Legge Madia e la vertenza per il rinnovo del contratto dei settori pubblici; le tante crisi aziendali e la totale inadeguatezza degli ammortizzatori sociali; il precipitare degli effetti della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-lavoro.

Come se non bastasse, si annuncia un’altra Legge di Stabilità con poche risorse e mal distribuite: nuovi sgravi contributivi per le aziende che assumono i giovani, da un lato; aumento automatico dell’età pensionabile, dall’altro.

Dopo aver bruciato miliardi di euro per salvare le banche, non si trovano, infatti, le risorse per bloccare il meccanismo perverso ereditato dalla legge Fornero, quello che farà aumentare ancora l’età pensionabile di almeno altri 4 mesi, a causa dell’adeguamento automatico alla speranza di vita, che, dopo l’inaspettata flessione del 2015, ha ricominciato a salire. Secondo questo sistema, le pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti raggiungerebbero i 66 anni e 11 mesi o addirittura i 67 pieni. Quelle di anzianità arriverebbero a 43 anni e 2-3 mesi, dagli attuali 42 e 10 (stesso scatto ma 1 anno in meno per le lavoratrici).

Cosa accadrà esattamente sarà confermato soltanto a fine dell’anno, quando saranno noti i dati definitivi dell’Istat. Ma il punto è già chiaro oggi. Negli ultimi 20 anni, le riforme sulle pensioni hanno reso l’intero sistema previdenziale italiano un disastro, sia dal punto di vista dell’età pensionabile sia rispetto al sistema di calcolo, ormai tutto contributivo. Negli anni ’80 si andava in pensione con il sistema retributivo con 35 anni di contributi o a 60 anni di età (55 le donne). Negli anni ’90, dopo la Riforma Dini, tutti a 40 anni (più le finestre via via più lunghe) e 65 anni di età (60 le donne). I più vecchi con il sistema retributivo, i più giovani, in tutto o in parte, con il contributivo. Con l’ultima Riforma Fornero, di fatto le pensioni di anzianità sono state cancellate e a tutti viene applicato il contributivo. Già dal 2018, si potrebbe arrivare oltre i 43 anni di lavoro e quasi 67 di età. Neanche l’ergastolo dura tanto!

Questo sistema è profondamente ingiusto ed è impensabile che possa reggere. Per questo dovrebbe essere fuori discussione un ulteriore inasprimento, peraltro automatico, senza nemmeno bisogno di un decreto o di una legge. Il governo, invece, ha già messo le mani avanti, escludendo che possa esserci anche soltanto una sospensione dell’adeguamento, il cui rinvio costerebbe poco più di 1 miliardo. Niente, rispetto ai miliardi destinati ai salvataggi delle banche.

Il tema, però, non è se l’adeguamento alla speranza di vita scatterà nel 2018 o nel 2019. Anche una sua sospensione non cambierebbe il quadro. Né i soliti palliativi per i lavori usuranti o i meccanismi ulteriormente discriminanti per le donne o peggio ancora le nuove agevolazioni promesse per le pensioni integrative. Tanto meno i nuovi incentivi alle aziende che assumono. L’incentivo più efficace per aumentare l’occupazione dei giovani non è far risparmiare le aziende, tagliando ancora i contributi, ma mandare finalmente in pensione gli anziani. Redistribuire il lavoro per abbattere la disoccupazione e migliorare la qualità della vita di chi lavora. Semplice. Persino più semplice che trovare 5 miliardi di euro in una notte per salvare due banche!

L’età pensionabile, allora, non può essere ulteriormente alzata. Va soltanto abbassata. Punto. È semplicemente inaccettabile ogni ulteriore discussione su un tavolo del Governo, che non abbia questo come obiettivo, con una larga mobilitazione nel paese che la sostenga. Tanto più dopo le minacce sul diritto di sciopero lanciate prima dell’estate.

La Cgil è già in vistoso ritardo e il dubbio che assista di nuovo immobile a quanto accadrà è più che legittimo. Non c’è lavoratore, che non accusi il sindacato confederale di non aver fatto abbastanza per fermare questo disastro. D’altra parte, lo sciopero già indetto solo da alcune sigle di base in ottobre rischia di ripercorrere la storia degli ultimi anni, con il moltiplicarsi di date, fuori da un percorso comune di lotta e mobilitazione.

Per quanto difficile nel quadro attuale, l’unica speranza è che la spinta arrivi dal basso, con mobilitazioni, iniziative e scioperi nei posti di lavoro, tanto sulle pensioni e per la difesa del diritto di sciopero, quanto sulla vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici del settore pubblico. Solo una conflittualità diffusa, nei posti di lavoro, nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università può determinare un cambio di passo e una spinta alla radicalità e all’unità anche da parte dei sindacati.

Il caldo torrido dell’estate lo abbiamo subìto. Quello dell’autunno, dobbiamo fortemente volerlo!