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La sesta estinzione di massa è arrivata

L’uomo sarà sostituito da Dinoglagellati e i Tardigradi, minuscoli elementi di vita di massimo 2 cm, ma quando e come?

 

Estinzionedi Umberto Oreste

Dies irae, dies illa, solvet saeclum in favilla

Tutti i popoli hanno elaborato miti sulla genesi della specie umana e l’idea che essa non sia eterna è da secoli opinione comune. In Europa le scene della creazione dell’uomo e della donna hanno rivestito le pareti dei luoghi della fede; analogamente le tragiche rappresentazioni dell’Apocalisse, con gli spaventevoli mostri, i terribili quattro cavalieri, trombe e sigilli hanno intimorito generazioni di credenti.

In Occidente per secoli si è pensato all’inizio della presenza umana sulla terra come prodotto di un unico atto creativo, avvenuto 6000 anni fa circa. Nel 1859 Darwin con l’”Origine della specie” ha sconvolto questo quadro, elaborando la teoria della selezione naturale che individua le specie attualmente presenti come originatesi da specie ancestrali collegate tra di loro da linee evolutive. Dai suoi studi, corredati da prove schiaccianti, ha dimostrato che l’uomo e la scimmia condividono un ancestore comune. Naturalmente i “creazionisti” hanno condotto una lotta terribile nei confronti di Darwin accusandolo di blasfemia, di ateismo, di perversione. La parentela evolutiva tra le scimmie e l’uomo offese filosofi ed intellettuali. E’ passata molta acqua sotto i ponti, ma, difficile a crederci, in USA esistono ancora difensori della tesi che Dio 5777 anni fa creò l’uomo dal fango.

Una volta rimosso l’oscurantismo, gli studi sulla evoluzione della specie Homo sapiens, hanno fatti passi da gigante. La precisa datazione dei primi resti identificabili come Homo sapiens è stata collocata intorno a 130000 anni fa; attualmente i paleontologhi tendono a retrodatare questo evento di alcune decine di migliaia di anni. Tuttavia, ricordando che l’età della terra è stimata 4,5 miliardi di anni, la permanenza della nostra specie è limitatissima, solo il 0.00029% della storia terrestre.

La domanda successiva è: quando terminerà la specie umana? Gli antichi rispondevano a questa domanda definendo il tempo diviso in tre parti equivalenti: l’età del padre fino al sacrificio di Cristo, l’età del figlio, quella attuale, e, per finire, l’età dello spirito. Gioacchino da Fiore fece dei calcoli precisi, per cui l’età dello spirito doveva iniziare intorno al 1260 e terminare con un diluvio di fuoco che avrebbe distrutto l’umanità.

Ma ora, nell’epoca della scienza, ci sono risposte alla domanda: quando finirà il genere umano? La risposta facile è: sicuramente finirà. Tutte le specie nascono (processo di speciazione) e muoiono (processo di estinzione). Si calcola che il 99,9% delle specie esistite sono attualmente scomparse.

La domanda successiva dovrebbe essere: qual è il tempo medio di vita delle specie? Non è semplice rispondere perché phyla diversi hanno mostrato tempi di sopravvivenza diversi: per esempio le specie di Dinoglagellati, che sono alghe microscopiche, sopravvivono in media 13 milioni di anni, mentre le specie dei mammiferi, sempre in media, dopo 1 milione di anni si estinguono (Lawton and May, The extinction rates, 2005, Oxford University Press). Quindi la specie umana teoricamente avrebbe ancora 870000 anni di vita. C’è quindi da stare tranquilli, sempre, però, sapendo che la statistica fa brutti scherzi. Ciascuna specie si estingue per una specifica ragione (sopraffatta da un’altra specie, limitatezza di cibo, condizioni ambientali modificate etc.), ma sono esistiti nella storia della terra alcuni momenti di contemporanea scomparsa di moltissime specie.

Infatti, dati riportati da diversi autori dicono che il numero delle specie è variato molto nelle varie ere geologiche. Si definisce tasso di estinzione il numero di specie estinte in un determinato tempo; esiste un tasso di estinzione di base, detto background. Generalmente c’è stato un equilibrio tra speciazione ed estinzione; ma non è stato sempre così. Ci sono stati tassi di estinzione molto maggiori di quella di background. In alcuni periodi, come già detto, c’è stata una improvvisa diminuzione delle specie presenti sulla terra: le cosiddette estinzioni di massa. Finora ce ne sono state almeno cinque. C’è anche chi sostiene che questi fenomeni prevedono una periodicità di cicli. Nelle 5 estinzioni (l’ultima circa 66 milioni di anni fa) si sono estinte ogni volta circa il 70-75% delle specie. Tra le cause presunte di questi fenomeni si parla di massive eruzioni basaltiche con emissioni di CO2, impatti di asteroidi, anossia oceanica, modifiche della circolazione termoalina degli oceani, piogge di raggi g per collasso di supernove.

Qual è la situazione attuale? Il numero di specie eucariote stimato è di 8,7 milioni. Più della metà sono insetti (5 milioni). Da notare che si parla di specie stimate perché, difficile da credersi, la maggior parte delle specie biologiche del pianeta non sono state ancora identificate. La distribuzione delle specie non è omogenea sul pianeta: ci sono zone povere di biodiversità e zone di altissima biodiversità: i così detti Hotspot di biodiversità. Il 44% di tutte le specie delle piante superiori e il 35% di tutte le specie di vertebrati terrestri sono confinate in 25 hotspots che comprendono appena il 1.4% delle terre emerse (Meyers N et al., Biodiversity hotspots for conservation priorities, Nature 2000). La IUCN Red list, istituita nel 1948 è la più importante banca dati di informazioni sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali del pianeta. Ne è responsabile la International Union for the Conservation of Nature and Natural Resources.

E’ dal 1900 che il numero delle specie esistenti diminuisce progressivamente con un tasso di estinzione 1000 volte più alto del background e c’è chi si interroga su una prossima sesta estinzione di massa. Una risposta affermativa è venuta recentemente da un lavoro, apparso

Il 10 luglio sui Proceeding of the National Academy of Sciences tre scienziati (due statunitensi ed un messicano) parlano di sterminio biologico relativo all’incombente sesta estinzione di massa segnalato dalla riduzione e perdita di popolazioni di vertebrati su diversi scenari del pianeta. L’allarme lanciato si basa su calcoli precisi che riguardano un campione di ben 27600 specie: il 32% delle specie esaminate mostra un impoverimento nel numero degli esemplari, una restrizione dell’areale, una diminuzione della variabilità. In particolare dati dettagliati vengono esposti su 177 specie di mammiferi: tutte le specie esaminate hanno perso più del 30% del territorio e 71 specie hanno registrato una diminuzione della popolazione di più dell’ 80%.

Quale la causa di questa ecatombe di animali? In altre epoche geologiche un fenomeno simile si è verificato in seguito a catastrofi astronomiche come l’impatto di un asteroide o l’esplosine di una supernova, o a sconvolgimenti totali di vulcanesimo, inversione di correnti oceaniche. Niente di tutto ciò sta succedendo; ma qualcosa è successa da circa un secolo, da quando la specie umana ha iniziato ad inquinare acqua aria suolo, a tagliare le foreste tropicali, ad immettere nell’atmosfera quantità sempre maggiori di gas serra, a perforare le profondità degli oceani, a condurre una pesca sconsiderata con metodi distruttivi. Tutto ciò non ha certo giovato alla maggioranza degli esseri umani, ma è servita esclusivamente a far crescere i capitali di una ristretta cerchia di lobbisti.

Tornando alla domanda iniziale. Quale prospettiva per la specie Homo sapiens? Questa attualmente consta di 7,6 miliardi di individui che costituiscono appena lo 0,3% della biomassa del pianeta. La popolazione è in fase di crescita, anche se in misura minore a quanto previsto alcuni decenni fa: il tasso di crescita annuale è ora intorno all’ 1% mentre negli anni ’60 aveva superato il 2%; si prevede che intorno al 2040 scenda allo 0,5%, questo a causa della diminuzione della fertilità (numero di parti/donna) e dell’invecchiamento della popolazione che determina una minore presenza delle donne in età fertile. Si prevede che intorno ai 10 miliardi l’aumento della popolazione si fermi. Questo, secondo alcune proiezioni dovrebbe avvenire intorno al 2050. Successivamente ci potrebbe anche essere una decrescita causata dalla bassa fertilità.

Questo andamento è solo una proiezione determinata dall’estrapolazione dell’attuale ritmo delle nascite e non risponde a quelle che saranno le variazioni dell’ambiente, alla disponibilità di acqua e di cibo, a possibili epidemie, a guerre, a disastri nucleari etc. Cose delle quali è complicato fare previsioni.

In conclusione la sesta estinzione di massa riguarderà moltissime specie; al momento la specie umana non è in pericolo perché, a differenza di altre specie, ha una popolazione in crescita, un areale enorme, possibilità di migrazioni interne verso ambienti più accoglienti, possibilità di adattarsi a diete diverse, ha una grande variabilità genetica. Questo non significa che la perdita di tante specie non dannaggi la vita umana su tanti aspetti economici e sociali. Questo non significa che non bisogna opporsi alle cause antropiche che la determinano.

Comunque, verrà sicuramente il tempo che sulla terra non ci sarà traccia umana. Ma chi ci sarà? E’ difficile individuare i nuovi abitanti, ma sicuramente una specie oggi esistente ci sarà ancora. Ci saranno ancora i Tardigradi, invertebrati di circa 1 mm; possono sopravvivere per un decennio senza cibo e acqua, possono vivere per giorni a -200 °C, per minuti a +151 °C; sopravvivono a pressioni maggiori dei fondali oceanici, sopportano radiazioni nucleari centinaia di volte superiori a quelle che uccidono un essere umano. Il 14 luglio scorso su Scientific Reports tre ricercatori inglesi hanno condotto uno studio per verificare l’impatto di eventi astrofisici sulla vita terrestre; tra tali eventi l’impatto di asteroidi di grandi dimensioni, collassi di supernovae, pioggia di raggi g, avvicinamento di stelle. Neanche in tali condizione la vita si annullerebbe perché rimarrebbe in vita il Milnesium tardigradum, un animaletto di quelli descritti precedentemente. Finché c’è vita c’è speranza.