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Venezuela, tra ingerenze imperialiste e crisi del bolivarismo

Nel condannare l’ingerenza imperialista e il ruolo dell’opposizione di estrema destra non si può non avere uno sguardo critico nei confronti dell’esperienza del governo Maduro.

 

di Gippò Mukendi Ngandu

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Il Venezuela si trova da mesi di fronte ad una grave crisi economica e politica gravissima. Dal mese di aprile il paese latino americano è attraversato da proteste, scontri violenti, rappresaglie delle forze di estrema destra contro semplici cittadini in odore di “chavismo”, misure repressive da parte del governo, crescente insicurezza sociale, mancanza di cibo e di medicinali, inflazione alle stelle.

La forte crisi economica è dovuta in gran parte alla dipendenza del paese dalla rendita petrolifera. Attraverso di essa il chavismo impiegò tutte le sue energie per mettere all’opera una spesa sociale incentrata sull’obiettivo di ridurre le disuguaglianze, diventando una componente fondamentale della spesa pubblica. Con le Missiones, infatti, ci furono importanti e significativi miglioramenti dal punto di vista sociale così come culturale per le classi popolari.

Nel corso degli anni, tuttavia, il processo bolivariano non è stato capace di modificare la dipendenza del Venezuela al petrolio. La morte di Chavez è avvenuta proprio in coincidenza col declino di una rendita petrolifera che era arrivata a costituire circa il 95% delle entrate venezuelane grazie alle esportazioni, il 60% delle risorse del bilancio e il 12% del Pil. La caduta mondiale dei prezzi del petrolio ha così ridotto i margini di manovra del governo Maduro. Nel 2015 le entrate derivanti dalle esportazioni di petroli grezzi sono scese al 40% , mentre nel 2016 il debito estero è aumentato oltre il 360% rispetto al 1998. Senza modificare la dipendenza dal petrolio e senza intaccare la proprietà privata, il governo Maduro ha avuto sempre più difficoltà nel sostenere i programmi di redistribuzione sociale. E’ così che oggi il paese si trova di fronte ad una crisi petrolifera strutturale, ma anche di fronte ad una crisi produttiva, non avendo le risorse alimentari per nutrire la propria popolazione. Infatti, mentre è stato sfruttato solo il 25% delle terre coltivabili, il governo è giunto a fare accordi con multinazionali estere nel tentativo di lanciare un estrattivismo di carattere minerario concedendo loro circa il 12% del suolo nazionale1.

In questo contesto si è progressivamente eroso il tessuto sociale che aveva sorretto l’egemonia chavista. La destra ne ha approfittato, vincendo le elezioni legislative nel 2015, ma in nome della lotta contro la crisi e il governo Maduro, e punta a recuperare il controllo della rendita petrolifera beneficiando del sostegno dell’imperialismo, che a sua volta vuole sconfiggere una volta e per tutte il “chavismo” e il ruolo che che ha incarnato in America Latina nella resistenza alle pretese egemoniche degli Usa sul continente.

Occorre denunciare il ruolo dell’imperialismo Usa e della destra reazionaria. L’opposizione di destra della Mud, pur frammentata, è dominata da correnti neoliberiste legate alle classi dominanti, pro imperialiste, mira a distruggere le conquiste sociali del “chavismo” e a fermare qualsiasi processo di trasformazione sociale. La sua sete di vendetta si manifesta nelle manifestazioni violente che spesso colpiscono cittadini indifesi, inoltre alcuni dei suoi settori puntano chiaramente al golpe. Ricordiamo che durante il fallito colpo di Stato dell’aprile del 2002, questi erano gli stessi che avevano destituito immediatamente tutte le autorità legali ed esercitato una repressione immediata sulla popolazione e i sostenitori di Chavez.

Oggi, assieme ai governi imperialisti, accusano il governo Maduro di instaurare la “dittatura”. Ma come si può parlare in Venezuela di dittatura? Infatti, dopo l’arrivo di Chavez al potere nel 1999, nel paese ci sono state 19 elezioni, ciascuna delle quali riconosciuta valida da migliaia di osservatori internazionali. La costituzione bolivariana, proclamata nel 1999 proclamata da un’Assemblea costituente è formalmente una delle più avanzate in termini di democrazia partecipativa. La possibilità di richiedere un referendum di revoca del Presidente così come di tutti gli eletti ne è un esempio. La democrazia funziona ancora in Venezuela, ciò nonostante la crisi economica.

Nel condannare l’ingerenza imperialista e il ruolo dell’opposizione di estrema destra non si può non avere uno sguardo critico nei confronti dell’esperienza del governo Maduro.

Nel corso di questi quattro anni, di fronte alla crisi e allo sfaldamento del blocco sociale che aveva sostenuto Chavez, il governo Maduro si è maggiormente preoccupato di difendere gli interessi della burocrazia militare e dell’apparato di Stato legato al Partito socialista Unificato del Venezuela (Psuv) piuttosto che intaccare la proprietà privata. Anzi, ha aumentato le concessioni al grande capitale privilegiando il pagamento del debito, aprendo di più l’economia agli investimenti stranieri in particolare nello sfruttamento delle risorse naturali ed ha fatto, infine, concessioni alla borghesia locale compradora. Il governo, d’altro canto, continua ad onorare imperterrito gli obblighi internazionali, mentre parallelamente, il mercato nero dei prodotti razionati si sta sviluppando così come quello delle divise. Si sono create in tal modo strettissime connivenze e complicità tra i malavitosi che controllano il mercato nero, in particolar modo nei quartieri popolari di Caracas e nelle grandi città, e settori governativi, quelli che controllano l’approvvigionamento e il servizio del cambio e ne approfittano senza vergogna, ossia la nuova “boli borghesia”. In questo modo Maduro si è indebolito di fronte all’opposizione di destra e ha contribuito a smobilitare la propria base sociale e il movimento bolivariano

Non mancano, infine, i segnali di un’inflessione autoritaria e repressiva. Non può non preoccupare la sospensione arbitraria a tempo indeterminato delle elezioni per i governatori e perfino delle elezioni nei sindacati, così come ma la crescente repressione che ha coinvolto i militanti ecologisti che si oppongono ai mega progetti di estrazione mineraria. Alcune organizzazioni come l’ “Olp”, Organizzazione di liberazione del popolo, nate per ristabilire la sicurezza nei quartieri popolari, sono, inoltre, accusate di più di una decina di omicidi dalle organizzazioni a difesa dei diritti umani.

E’ così che agli occhi della classe operaia e dei settori popolari smobilitati e sfiduciati il conflitto attuale appare come lo scontro tra la vecchia borghesia compradora e la nuova “boli borghesia”. Certamente la percentuale di voto basso alle elezioni per l’assemblea costituente, al di là di ogni giudizio su di essa e pur tenendo conto dei dati ufficiali che si attestano attorno al 41% degli aventi diritto, è espressione di questa smobilitazione.

Non a caso oggi la sinistra rivoluzionaria è divisa in Venezuela. C’è, infatti, chi come Luchas appoggia l’Assemblea costituente, perché ritiene che sarà lo strumento in grado di mobilitare nuovamente i settori popolari nelle loro rivendicazioni contro la borghesia, l’imperialismo e la burocrazia. Vi sono, inoltre, altre forze che puntano a riprendere il progetto originario chavista per ricostruire il movimento bolivariano contro le politiche fallimentari di Maduro e la destra conservatrice e reazionarie. Queste forze sono riunite attorno alla “Piattaforma civica” che ha invitato all’astensione e al voto nullo il 30 luglio. Del dibattito all’interno di queste forze ne renderemo conto nei prossimi giorni.

Quel che è certo è che la situazione attuale di regressione politica e sociale non può apportare nulla di positivo per le classi popolari. In queste ore così difficili occorre essere chiari nell’opposizione ai tentativi violenti di rovesciare il governo esercitati dall’opposizione di destra venezuelana e i suoi sostenitori statunitensi. La nostra solidarietà non può non andare soprattutto a coloro che in queste ore si battono all’interno del movimento operaio, sociale e indigeno del paese, delle forze politiche della sinistra critica contro i progetti di restaurazione neoliberale nel tentativo di costruire una prospettiva chiaramente anticapitalista.