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Aumenta ancora la disoccupazione. Come uscirne?

di Franco Turigliatto

I dati occupazionali di maggio elaborati dall’Istat sono ancora una volta una condanna delle politiche del governo e indicano la gravità sociale della disoccupazione che la parzialissima ripresa economica in atto negli ultimi mesi non può in alcun modo attenuare e tanto meno risolvere.

Cinquantamila posti di lavoro in meno a maggio rispetto ad aprile, il tasso di disoccupazione viaggia sopra l’11% collocandosi per i giovani al 37%. Milioni di persone sono disoccupate ed altri milioni così disperate dall’aver smesso di cercare un lavoro. Altri milioni si arrabattono con lavori ultraprecari e paghe invereconde.

Il lavoro è dunque la preoccupazione maggiore per la stragrande maggioranza delle famiglie, per milioni di giovani, per i genitori che vedono le loro figlie e i loro figli privati del futuro. E’ la preoccupazione anche delle decine di migliaia di persone che il lavoro lo stanno perdendo a causa delle ristrutturazioni industriali e dei licenziamenti e dei tanti altri che temono che possa accadere quanto prima anche a loro. Basti pensare alle migliaia di “esuberi”, per restare alla stretta attualità, che il “salvataggio” del Monte dei Paschi di Siena e a seguire quello delle banche venete, sta producendo tra i lavoratori bancari.

I governi che si sono succeduti (tutti a trazione liberista) hanno, a loro volta aggravato il fenomeno della disoccupazione riducendo i posti di lavoro (centinaia di migliaia) nel settore pubblico; hanno poi affrontato questo dramma sociale con una ingannevole propaganda e con una pratica concreta assai precisa: regalare soldi (40 miliardi) ai padroni e alle aziende, riducendo loro i carichi fiscali e contributivi, sostenendo che in questo modo le aziende avrebbero assunto. I risultati sono davanti agli occhi di tutti, una vergogna sociale confermata dai dati statistici oltreché dalla drammatica condizione vissuta da milioni di persone.

E’ noto che i padroni appena è finita la manna degli sgravi del “contratto a tutele crescenti”, hanno semplicemente smesso di assumere. Come nel film di Woody Allen: “Prendi i soldi e scappa”.

Come faccia Renzi a vantare i grandi successi occupazionali della sua legge “Jobs Act” è un mistero; ma è necessario precisare alcune cose per non farsi invischiare nel suo trucco propagandistico e per non prendere abbagli pericolosi.

La CGIL denuncia il fatto che il Jobs Act non ha creato posti di lavoro sostenendo quindi che non abbia funzionato. Questa affermazione è vera per la prima parte, ma assai ambigua nella seconda. Il Jobs Act ha funzionato nelle sue finalità vere, ma non dichiarate: infatti non è stato fatto per creare buoni posti di lavoro, ma per trasferire soldi pubblici ai padroni e rendere i lavoratori del tutto ricattabili e licenziabili dalle imprese, assoggettati alla precarietà e al più duro sfruttamento. Questa era la vera finalità della legge che è perfettamente riuscita: un grande successo per la classe padronale, una disfatta per i lavoratori. Ma questa finalità doveva essere denunciata fin dall’inizio e soprattutto combattuta fino in fondo nell’autunno del 2014 per impedire che il disegno reazionario di Renzi diventasse operativo.

Per altro leggiamo in questi giorni sui giornali che il governo vuole approfondire ancora queste politiche liberiste studiando diverse modalità con cui ridurre ulteriormente le tasse e contributi, e sostenendo che in questo modo le aziende saranno spinte ad assumere: è la strada più diretta per garantire i profitti e per creare condizioni disastrose per i lavoratori che si troveranno di fronte pensioni sempre più ridicole ed inadeguate.

Deve essere chiaro che per creare i posti di lavoro necessari occorre fare esattamente il contrario di quanto è stato fatto finora, ma questo comporta una mobilitazione molto forte della classe lavoratrice e dei disoccupati tutti. Occorre anche individuare molto bene chi sono i nemici, i padroni e i loro servi politici siano essi di destra o di centro sinistra, ricostruendo le condizioni sociali di una forte lotta per l’occupazione che abbia al centro alcuni obiettivi di fondo senza i quali nessun risultato sarà portato a casa.

L’aumento della produttività, l’introduzione di nuovi macchinari permettono di ridurre la fatica del lavoro, ma richiedono per la classe operaia nello stesso tempo, com’è stato fatto in passato, una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (prima dalle 12 ore giornaliere alle 10 ore, poi alle 8 e infine alle 40 o 36 ore settimanali). Senza riduzione di orario l’aumento della produttività va ad esclusivo vantaggio dei profitti e delle rendite.; è quanto si è verificato negli ultimi decenni. Per altro padroni e governo hanno messo in atto una riduzione perversa dell’orario di lavoro complessivo che si realizza attraverso la massiccia messa in cassa integrazione di centinaia di migliaia di persone e l’esercito industriale di riserva che viene lasciato a casa inattivo e senza alcun reddito, mentre le altre lavoratrici e lavoratori sono chiamate/i a turni e ritmi massacranti. Sono le inique forme di riduzione dell’orario e di aumento della produttività che piacciono ai capitalisti. Poi naturalmente arrivano i razzisti (Lega Nord e fascisti) a “spiegare” che tutto questo avverrebbe per colpa dei migranti allo scopo di indicare dei capri espiatori e di dividere i lavoratori gli uni dagli altri. Al servizio del capitale come sempre.

Rimandando all’articolo Più salario meno orario, la crisi la paghino i padroni, non possiamo che ribadire che per creare lavoro non c’è altra via che: distribuire il lavoro tra quelli che ne hanno bisogno generalizzando subito le 35 ore ed anche scendendo a 32 ore mantenendo lo stesso salario o stipendio.

Ma non basta.

Ci vuole anche un nuovo forte intervento pubblico per creare milioni di posti di lavoro.

Basta dare miliardi alle banche e alle imprese. Quei miliardi vanno usati per rilanciare le aziende che chiudono, per un vasto piano di lavori pubblici nazionalizzandole, per mettere in sicurezza il territorio, per garantire trasporti degni di questo nome, per garantire una buona sanità e scuola per tutte e tutti, per assicurare complessivamente i servizi sociali. Sono milioni di posti di lavoro che possono essere creati in questo modo, per fare cose utili per i cittadini e la società.

Meno profitti e rendite finanziarie, più posti di lavoro e buoni salari e stipendi deve essere il nostro slogan.

Tutto il resto è la propaganda della classe padronale e dei loro servitori politici. Non affidiamoci a qualcuno di questi. Diamoci da fare in prima persona per imporre una svolta radicale; ricostruiamo un movimento di lotta unito intorno a questi obiettivi. Le forze della sinistra che vogliono essere tali agiscano insieme per aiutare la classe lavoratrice ad aprire questa battaglia decisiva con governo e padroni.