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Più salario, meno orario. La crisi la paghino i padroni

Lavorare meno a parità di salario per rilanciare l’occupazione. Dall’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori di Sinistra Anticapitalista una proposta di campagna

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di Francesco Locantore

La questione centrale con cui milioni di lavoratori e lavoratrici in Europa si trovano a fare i conti è la disoccupazione o la concreta minaccia della perdita del proprio posto di lavoro. La precarizzazione dei rapporti di lavoro ha investito tutta la classe lavoratrice. In primo luogo le lavoratrici e i lavoratori giovani, che sono entrati da poco nel mondo del lavoro e che fanno fatica a vedere una prospettiva di stabilizzazione, ma anche i lavoratori e le lavoratrici più anziani/e, che credevano di aver conquistato il diritto a lavorare fino alla pensione. Il Jobs Act (come la Loi Travail in Francia), le ristrutturazioni e i conseguenti licenziamenti, i contratti a tutele crescenti, hanno unificato la condizione di ricatto a cui è sottoposta la classe lavoratrice. La crisi economica ha devastato la vita di centinaia di migliaia di persone che hanno perso il lavoro e reso ancora più ricattabili quelli che lo hanno conservato. L’esercito di riserva dei/delle disoccupati/e aiuta non poco l’imposizione di condizioni salariali sempre peggiori e lo smantellamento dei diritti sociali residui. Per questo riteniamo che una proposta centrale in questa fase debba investire la questione della salvaguardia del posto di lavoro e della creazione di nuova occupazione.
Perché la sinistra di classe torni a parlare alle lavoratrici e ai lavoratori a partire dai loro bisogni immediati, proponiamo di lanciare dal prossimo autunno una campagna politica per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e per un deciso intervento pubblico nell’economia per rilanciare l’occupazione, attraverso la requisizione e la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, delle aziende strategiche per l’economia nazionale e per l’ambiente che non possono essere lasciate in balia degli interessi privati a fare profitto.

Gli enormi aumenti di produttività consentono da subito una riduzione drastica della giornata lavorativa a sei ore giornaliere su cinque giornate settimanali (30 ore settimanali) a parità di salario. Questo consentirebbe una redistribuzione del lavoro e il superamento del problema della disoccupazione. Nella stessa direzione andrebbe una riduzione dell’età pensionabile a 60 anni oppure 35 anni di anzianità lavorativa, ripristinando il sistema di calcolo retributivo per poter andare in pensione almeno con l’80% dell’ultimo salario percepito.

Le aziende che licenziano e/o delocalizzano dopo aver usufruito di contributi pubblici diretti o indiretti vanno requisite e messe sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, a cominciare da Fiat, Alitalia e le altre aziende strategiche per lo sviluppo economico e per la programmazione ambientale. La produzione e il consumo di energia devono essere sotto controllo pubblico con meccanismi democratici di autogoverno e di partecipazione della popolazione. Occorrono ingenti investimenti pubblici per la ricerca e lo sviluppo di nuove fonti di energia ecosostenibili. Le aziende che abbiano messe in opera produzioni inquinanti, a partire dall’Ilva, devono essere nazionalizzate senza indennizzo e riconvertite tutelando il lavoro, la salute e la sicurezza pubblica. Sono necessari investimenti pubblici per la tutela e il miglioramento del patrimonio ambientale, per la riparazione dei danni ecologici e per la messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio esistente, per l’attuazione di una strategia rifiuti zero interamente gestita dal settore pubblico, per il potenziamento della mobilità sostenibile, del trasporto collettivo pubblico. Vanno rifinanziati e potenziati il servizio sanitario nazionale, l’istruzione a tutti i livelli e la ricerca scientifica pubblica, i servizi culturali e l’edilizia pubblica, i servizi di cura della persona. In questo modo lo Stato deve intervenire come un datore di lavoro di ultima istanza, garantendo a tutte e tutti il diritto a contribuire allo sviluppo e all’accrescimento del benessere e della felicità collettiva.
La campagna dovrà dotarsi di strumenti propri, anche non immediatamente riconducibili alle organizzazioni politiche che se ne faranno promotrici: un sito internet e/o una pagina facebook, volantoni, adesivi e manifesti di propaganda, una petizione popolare. Proponiamo di discutere e condurre questa campagna insieme alle altre organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe, per far vivere nel paese e nei luoghi di lavoro una proposta radicale adeguata alla fase di crisi presente.
La campagna per la riduzione del tempo di lavoro punta ad essere una risposta di classe e anticapitalista a quelle proposte, come il reddito di cittadinanza, che pure intervengono sui bisogni fondamentali della classe in questo periodo, ma che non danno alcuna prospettiva di lotta per la difesa e la riconquista del posto di lavoro, alimentando ulteriore rassegnazione rispetto alle dinamiche della crisi capitalistica. Al di là delle versioni propagandistiche di questa misura, che comunque non fanno i conti con lo sfruttamento capitalistico su cui è fondata la società, la proposta del reddito di cittadinanza si traduce nei fatti in un sussidio di povertà, insufficiente per condurre un’esistenza dignitosa e inadeguato a rilanciare le lotte su un crinale classista per la riconquista di diritti e salario e per il superamento rivoluzionario dello stato di cose presenti.