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Hanno ancora nazionalizzato le perdite!

di Mommy

La vicenda di questi giorni è la riproposizione di un film già visto. Due banche, nate come banche regionali ma nel corso degli anni divenute due importanti realtà nazionali (Veneto banca era tra gli sponsor della Juventus), sono state acquisite per 1 (UNO) euro da Banca Intesa, leader nazionale e banca importante a livello continentale, prendendo la parte buona (filiali con relativi clienti, dipendenti con relativo intervento dello stato per gli esuberi); la parte non sana (crediti difficilmente esigibili o peggio, contenziosi con i clienti e alcune obbligazioni senior) allo Stato cioè a tutti noi.

Lo Stato mette sul piatto 5,2 miliardi (tra cui 1,258 per le ricadute organizzative e la ristrutturazione).

Queste “nazionalizzazioni”, frutto di una crisi di sistema del mondo capitalistico, alla fine non le pagano i capitalisti ma i lavoratori (per il momento tutelati dal fondo esuberi) e la collettività.

Esaminiamo alcuni aspetti.

Nazionalizzazione: Non basta usare la stessa parole per intendere lo stesso concetto. Nazionalizzare, o più precisamente socializzare è inteso in modi diversi. In molti hanno parlato di nazionalizzazioni a partire dal caso Monte Paschi in avanti.

Ma se a farlo è il presidente dell’Abi (la CONFINDUSTRIA dei banchieri) o qualche banchiere illuminato la cosa ci puzza, e infatti a ben leggere gli interventi in questo senso sono per uno stato che intervenga nei momenti di difficoltà, per sopperire all’impossibilità del privato e poi ritirarsi in buon ordine. Appunto socializzare le perdite e privatizzare i profitti!

Nessuna disamina delle cause remote e prossime che hanno provocato il terremoto continuo che tiene in ansia il settore del credito e per di conseguenza tutto il mondo dell’economia. Bisogna avere il coraggio di dire che tutto nasce negli anni 90 con la privatizzazione degli istituti di credito, trasformando le banche in aziende come le altre, che nella ricerca del profitto abbandonano l’attività tradizionale e si riversano su quelle più remunerative che sono quelle più rischiose per la banca (e la sua sopravvivenza), per i clienti e per i lavoratori che vengono pressati per vendere, vendere vendere in nome degli interessi della banca che spesso non coincidono con quelli del cliente.

La crisi economica del 2008 ha fatto esplodere una situazione difficile e parole come npl, crediti deteriorati e sofferenze sono diventate parole comuni nei tg e sui giornali. Tante parole per dire che spesso i “prestiti” in banca sono stati concessi non utilizzando criteri oggettivi ma conoscenze personali e posizioni politiche che hanno portato a dare tanti soldi (da parte solitamente degli organi centrali delle banche) a gente che difficilmente gli avrebbe restituiti.

E’ ora di dire basta a queste nazionalizzazioni che non sono incidenti di percorso, ma precise scelte politiche. Nell’attuale contesto economico il ruolo del credito e’ troppo importante e allora va gestito dalla collettività per la collettività.

Il buon vecchio Lenin, già nel 17, diceva che “le banche sono i centri della vita economica moderna, i principali gangli nervosi di tutto il sistema capitalistico nazionale. Parlare di “regolamentazione economica” ed escludere il problema delle nazionalizzazione delle banche significa o dar prova della più crassa ignoranza o ingannate il popolino con parole pompose”; quindi ieri come oggi le banche, perno centrale della vita economica devono essere in mano alla collettività.

Basta vedere Intesa, Unicedit come intervengono nei vari salvataggi, offrendo capitali e decidendo politiche industriali del paese e imponendo scelte aziendali ben precise.

Le recenti vicende stanno portando, ed è una delle altre cose che è negli interessi del capitale, alla concentrazione del settore bancario.

Il ministro Padoan (nel duplice incarico Renzi- Gentiloni) ha gestito la crisi (e parliamo degli istituti di credito più grandi) di sette istituti di credito, in attesa di capire ancora bene cosa succederà a Monte Paschi (a 6 mesi), gli altri istituti verranno acquistati a prezzi di saldo ai maggiori gruppi italiani (Intesa e Ubi per fare due nomi).

Nell’affarone Intesa, che si sacrifica per il bene del paese (sic!), si è cercato di rimpinguare il fondo esuberi (lo strumento che fino ad oggi ha “accompagnato” i lavoratori del credito fino alla pensione e che uscivano dal ciclo produttivo) includendo oltre alle migliaia previste dalle venete anche qualche migliaio tra i quasi 90 mila lavoratori di intesa. Quindi approfittando della situazione pensa a risolvere i suoi problemi interni.

E veniamo ora a parlare di lavoratori e sindacati nel mondo del credito partendo da quella consumata per ultima , quella delle banche venete.

Premesso che il mito del bancario non esiste più da anni: chiaramente non è l ultimo gradino della catena impiegatizia, ma la leggenda delle 16 mensilità e tanti altri benefit si sono perse da decenni; anche in banca è entrato il precariato e i diritti dei lavoratori sono stati colpiti.

Banche venete: 11 mila dipendenti, 4 mila dipendenti in esubero. I sindacati non hanno fatto nulla; non uno sciopero, non una manifestazione, non un presidio di lavoratori a sollevare la questione del lavoro e della dignità dei lavoratori. Un paio di presidi ci sono stati, ma sono stati fatti solo da quadri sindacali e oltretutto senza nessuna strategia; non sono stati il primo episodio di un percorso da iniziative, ma una iniziativa fine a se stessa.

Allora alcune riflessioni sulla categoria dei lavoratori del credito. Secondo un articolo del sole 24ore la categoria dei bancari è quella maggiormente sindacalizzata con il 76% dei lavoratori (su 300 mila circa 230 mila gli iscritti). Le sigle (troppe secondo il sole 24ore) sono ben 7! Al primo posto una sigla autonoma di categoria (Fabi) con il 29%, poi i confederali (Cisl 27, Cgil 20, Uil 11), un altro sindacato autonomo di categoria (Unisin) con l’8%, altre due sotto il fatidico 5 % previsto dai nuovi accordi sulla rappresentanza, stanno facendo accordi per cercare di sopravvivere. Cè anche un sindacato di base (Sallca-Cub ) non meritevole di menzione nell’articolo del Sole, non si sa se per dimensioni o per le giuste e diverse posizioni che esprime.

Sindacati che in banca, come nelle altre categorie, hanno concertativamente peggiorato il Ccnl , e sminuito il loro ruolo a centro servizi (compilazione 730 e assicurazioni varie), rinunciando a qualsiasi funzione “pedagogica” nei confronti dei lavoratori più giovani che sono quelli con meno consapevolezza sindacale .

Esiste una storica e filosofica questione a proposito di uovo e gallina che si ripropone nei rapporti tra lavoratori e sindacati; e cioè i sindacati con il loro lassismo induco i lavoratori ad essere indifferenti o sono lavoratori indifferenti che permettono politiche e scelte sindacali lassiste e perdenti?

Il lavoro deve essere fatto sui lavoratori; discutere, parlare, confrontarsi con i lavoratori facendo vedere una prospettiva diversa di lotta per cui vale la pena spendersi; solo cosi si può sperare di indebolire le burocrazie sindacali!

Quello che serve anche tra i lavoratori del credito è un sindacato di classe! Che almeno queste terribili vicende di acquisizioni e aggregazioni con relativi esuberi portino i lavoratori del credito ad essere più combattivi!