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Documento per l’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori di Sinistra Anticapitalista

Pubblichiamo il documento stilato dalla direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista, in preparazione dell’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori che si è svolta a Brescia il 24 e 25 giugno scorsi.

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Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori di Sinistra Anticapitalista

24 – 25 giugno 2017

1. La situazione della classe lavoratrice

1.1. La consistenza della classe lavoratrice mondiale e le dinamiche della divisione del lavoro

Secondo i dati della Banca Mondiale, il lavoro salariato, ovvero chi è costretto a vendere la propria forza-lavoro per lavorare e vivere, dal 2000 al 2014 è cresciuto nel mondo di circa il 20% (da 2.773,4 milioni a 3.384,1 milioni di unità), di cui il 30% (circa un miliardo) è lavoro nel settore industriale, nella sua definizione più ampia. I restanti due terzi si dividono in lavoro nel settore dei servizi (un miliardo circa) e nell’agricoltura (un miliardo e trecento milioni circa).

Nonostante la dinamica della crisi mondiale degli ultimi 10 anni, la classe lavoratrice continua ad aumentare la sua consistenza, anche se in condizioni di sempre maggiore povertà e precarietà. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che quasi la metà dei lavoratori e delle lavoratrici su scala globale “non possano tuttora soddisfare i bisogni di base e non abbiano accesso a un lavoro dignitoso”. Inoltre, sempre secondo i dati dell’ILO, i disoccupati si contano in 201 milioni di unità (6% circa del totale), destinati a crescere di 11 milioni di unità (al 6,3% circa) fino al 2019.

Insomma i/le lavoratori/trici subordinati/e sono sempre di più e sempre più sfruttati/e. L’ideologia della fine della divisione in classi della società si basa su una visione distorta ed eurocentrica. La classe lavoratrice, nella vulgata delle teorie dominanti, viene confusa con i/le soli/e operai/e del settore industriale (o di una parte di questo), nei soli paesi sviluppati dell’Europa o degli Stati Uniti. Di fronte ai licenziamenti di massa, alla chiusura o al forte ridimensionamento di stabilimenti storici, notizie che siamo abituati a leggere nelle cronache economiche o a subire sulla nostra stessa pelle dalla seconda metà degli anni 70, si fa presto a costruire il mito della “fine del lavoro”. Tuttavia questo mito non corrisponde alla realtà odierna in cui la grande maggioranza della popolazione mondiale vive di salario.

Ciò che invece sta accadendo in questa fase di seconda globalizzazione dello sviluppo capitalistico, è una ridefinizione della divisione internazionale del lavoro, che si combina con una variazione nelle proporzioni degli/delle occupati/e tra i settori produttivi. A livello mondiale, tra il 2005 e il 2013 la percentuale degli/delle occupati/e nell’industria e nei servizi è cresciuta (dal 22% al 24,5% nell’industria e dal 42,5% al 45% nei servizi) a scapito di quella degli/delle occupati/e in agricoltura, che è diminuita dal 35% al 31%. Nei paesi occidentali invece, si è determinata una riduzione del peso specifico del settore manifatturiero e di quello agricolo, con una tendenziale crescita del settore dei servizi, della grande distribuzione e della logistica. Si è determinata una nuova divisione internazionale del lavoro, fortemente gerarchica, in cui parte delle attività di produzione vengono delocalizzate verso i paesi meno sviluppati. Le multinazionali hanno potuto sviluppare vere e proprie “filiere globali integrate di valore” in cui produrre e realizzare plusvalore, grazie al combinato disposto dello sfruttamento più selvaggio della forza-lavoro dei paesi “emergenti” e della riduzione dei diritti e del salario delle classi lavoratrici dei paesi “avanzati”. Sono state create anche vaste sacche di lavoro precario e di attività “marginali” del tutto funzionali alla valorizzazione del capitale, che impiegano un settore del proletariato meno direttamente definibile e la cui condizione è fortemente instabile, ma che è legittimamente una delle componenti della classe lavoratrice.

È importante sottolineare che questa situazione è il frutto della messa in concorrenza diretta di milioni di salariati e salariate dei Paesi “emergenti”, in particolare India e Cina, con quelli/e dei paesi a capitalismo avanzato, dopo il crollo dei regimi del cosiddetto “socialismo reale”.

1.2. La sconfitta del movimento operaio nei paesi occidentali

Se consideriamo i 16 paesi OCSE a reddito più elevato, dalla metà degli anni 70 ad oggi, la quota dei salari nel reddito nazionale è scesa dal 75% a circa il 65%. Ciò significa che la crescita della produttività è stata maggiore della crescita dei salari reali, a vantaggio dei profitti. Questo dato è il segno della pesante sconfitta del movimento operaio anche sul piano sindacale nei paesi occidentali.

Questa sconfitta si iscrive in un’onda lunga anomala dello sviluppo capitalistico, la più lunga onda di recessione della sua stessa storia, caratterizzata da una sostanziale regolarità nell’alternanza di fasi di sviluppo e di declino/ristagno di circa 25 anni ciascuna. Il tardo capitalismo non riesce a rilanciare l’accumulazione da quasi 50 anni, ed ha bisogno di esercitare una fortissima pressione sui salari per aumentare lo sfruttamento e contrastare il declino del saggio di profitto.

Con il crollo dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti, la sconfitta si è mostrata in tutta la sua portata anche sul piano politico, culturale e simbolico, segnando in occidente la chiusura o il forte ridimensionamento dei partiti politici che ancora si richiamavano a quella esperienza ormai fortemente degenerata di assalto al cielo della classe lavoratrice. Tuttavia i partiti comunisti si erano già ampiamente rintanati in un orizzonte riformista, nostalgico dei trent’anni gloriosi dello sviluppo capitalistico del dopoguerra che aveva consentito, soprattutto alla fine di questo periodo, di strappare condizioni di lavoro migliori, diritti sociali, servizi pubblici a vantaggio dei lavoratori e delle lavoratrici.

L’esaurimento dei margini di riformismo, il venir meno di un orizzonte simbolico alternativo al capitalismo, la seconda globalizzazione capitalistica e infine la grande recessione del 2008 sono i fattori oggettivi che, congiunti a quelli soggettivi, la subordinazione al capitale delle grandi organizzazioni sindacali, hanno determinato una sconfitta della portata di quella odierna.

1.3. La crisi del 2008 e le conseguenze sulla classe lavoratrice in Europa

La crisi del 2008 in Europa è stata archiviata con una ripresa molto debole, in alcuni paesi inesistente. I suoi effetti sociali sono tutti in campo e continueranno a condizionare le vite e i salari di milioni di lavoratori, dato che siamo ben lontani dal raggiungere anche i magri livelli occupazionali precedenti alla crisi.

La disoccupazione nei paesi che adottano l’Euro è passata dal 7,5% nel 2007 al 10% nel 2016, ma in Italia è del 12%, in Spagna del 19% e in Grecia del 23,5%. I dati sulla disoccupazione giovanile sono ancora più drammatici: dal 15,6% nel 2007 al 21% nel 2016, addirittura al 40% in Italia. In questo stesso periodo i poveri – intesi come quelli che vivono con un reddito inferiore del 60% al reddito medio – in Europa sono aumentati di 7 milioni. Un quarto di tutta la popolazione europea (123 milioni di persone) è in condizioni di povertà.

Le politiche di austerità imposte dai governi europei per fronteggiare la crisi hanno determinato riforme strutturali sui servizi sociali e nelle relazioni industriali che hanno ridefinito a tutto vantaggio dei padroni il quadro istituzionale della lotta di classe.

Per limitarci alle più importanti riforme messe a segno dalla borghesia in Italia: la riforma Fornero ha ulteriormente innalzato l’età pensionabile ed ha completato lo smantellamento del sistema pensionistico cominciato da Dini nel 1995; il Jobs Act – subito esportato anche in Francia con la Loi Travail – ha reso più facili i licenziamenti, cancellando la tutela reale per i lavoratori ingiustamente licenziati conquistata con lo Statuto dei lavoratori nel 1970, ha condannato alla precarietà i/le giovani lavoratori e lavoratrici che saranno assunti/e con “tutele crescenti”; la Buona scuola ha reso ricattabili e precari/e gli/le insegnanti ed ha imposto agli studenti e alle studentesse di prestare centinaia di ore di lavoro gratuito alle aziende durante il loro percorso di studi. Nel frattempo la scuola e la sanità hanno subito tagli per oltre 20 miliardi di euro dal 2008.

Le politiche di austerità hanno determinato un crollo della fiducia popolare nelle istituzioni europee e nel ceto politico che le ha gestite, sia di tradizione socialdemocratica che di destra liberale. L’incapacità di avanzare proposte credibili da sinistra ha determinato l’emergere di forze di destra nazionaliste e reazionarie in tutta l’Europa (così come negli USA), che cavalcano sentimenti razzisti, di divisione dei lavoratori, costruendo le basi per un ulteriore indebolimento della classe.

1.4. Dalla sconfitta in Fiat alla pessima stagione contrattuale in Italia

Nel documento per il congresso di Sinistra Anticapitalista del gennaio 2016 abbiamo individuato la sconfitta delle lavoratrici e dei lavoratori della Fiat – e della Fiom – tra il 2010 e il 2011 come un passaggio storico che ha messo fine ad un lungo periodo della lotta di classe, portando a compimento lo smantellamento delle conquiste degli operai dell’automobile iniziata con i licenziamenti del 1980. Quella sconfitta ha operato uno strappo violento nel sistema delle relazioni industriali, mettendo alle strette il sindacato, già in crisi profonda.

Il 10 gennaio del 2014 Cgil, Cisl e Uil hanno firmato il Testo unico sulla rappresentanza, che ridefinisce il ruolo delle rappresentanze sindacali, rendendo sempre più difficile la resistenza dei/delle delegati/e sui posti di lavoro ed estendendo il modello autoritario di relazioni sindacali di Marchionne a tutte le lavoratrici e i lavoratori. Con l’accettazione e l’applicazione di quell’accordo da parte del gruppo dirigente della Fiom si chiude l’eccezione di un sindacato che era stato un punto di riferimento per la parte più combattiva della classe lavoratrice italiana nel difficile periodo di crisi capitalistica. La vicenda della repressione dei delegati Fiom nella Fca di Melfi e Termoli, che continuavano a combattere contro l’obbligo dei sabati e delle domeniche lavorative, e poi il licenziamento del portavoce dell’area di opposizione in Cgil Sergio Bellavita, ha segnato uno dei punti più bassi nella storia del sindacato, mettendo in luce il contrasto profondo tra gli interessi delle burocrazie sindacali e quelli della classe lavoratrice.

In questo quadro, tra il 2015 e il 2017 sono stati rinnovati i più importanti contratti collettivi nazionali di lavoro, con l’eccezione del pubblico impiego (rinnovo comunque già ipotecato dall’accordo del 30 novembre 2016, che prevede un aumento medio non superiore a 85 euro). Il dato comune a questi rinnovi è che, in cambio di modestissimi aumenti salariali, che spesso non recuperano neanche il potere d’acquisto, i padroni ottengono maggiore flessibilità, aumento degli orari e dei carichi di lavoro, spostamento di quote di salario sul welfare integrativo privato e sugli enti bilaterali, in linea con lo smantellamento dello stato sociale.

Il contratto dei metalmeccanici, sottoscritto anche dalla Fiom dopo due stagioni di contratti separati, è uno dei peggiori rinnovi di questo periodo, come è stato testimoniato dall’importante risultato del NO nel referendum tra i lavoratori (il 20% complessivo, il 40% nelle grandi fabbriche), sostenuti solo dalla battaglia dell’area sindacale “Il sindacato è un’altra cosa”. Il contratto prevede infatti aumenti di soli 55 euro in 4 anni, condizionati alla verifica ex post dell’indice IPCA (una stima al ribasso del costo della vita), più qualche elargizione in buoni benzina o buoni carrello e i contributi per la pensione e la sanità integrativa, che diventa obbligatoria.

1.5. Fine del movimento operaio?

Di fronte a questo quadro di sconfitta, alcuni, anche a sinistra, hanno cominciato a parlare di “fine del movimento operaio” o di “fine della classe operaia” tout court, utilizzando una citazione di Marx, tra le tante che vanno in senso contrario, per avanzare un’interpretazione idealistica di Marx stesso, che a noi pare del tutto abusiva, secondo cui, se i lavoratori non hanno coscienza di sé come classe, non sono una classe. Al di là delle possibili diatribe filosofiche, è chiaro che in questa fase storica la lotta di classe è condotta ferocemente da una sola delle classi sociali, quella dei padroni (l’altra è ripiegata su una posizione del tutto difensiva), che nonostante la crisi conservano gli strumenti per comprimere sempre più i salari e i diritti della maggior parte della popolazione.

La classe lavoratrice, proprio per effetto delle pesanti sconfitte, ha una coscienza di sé minima e deteriorata dalla vittoria ideologica della borghesia. Per quanto riguarda i suoi due strumenti politici i partiti socialisti, e comunisti, i primi, ripiegati da tempo nel riformismo moderato, sono diventati oggi strumenti e soggetti della classe dominante per imporre le politiche antipopolari, approfittando del consenso residuo di cui hanno godono nei ceti popolari e i secondi, dopo essere entrati nell’orbita della degenerazione stalinista e coinvolti poi a loro volta in processi di socialdemocratizzazione, da tempo sono anch’essi interni alle logiche di fondo del sistema capitalismo rinunciando a una reale alternativa.

I sindacati di massa, che normalmente si pongono obiettivi di carattere riformista, si sono scontrati con l’estrema difficoltà ad ottenere miglioramenti sia pur minimi per le lavoratrici e i lavoratori, e le burocrazie, pur di conservare i propri piccoli privilegi e l’apparato, si sono rese spesso complici degli interessi padronali. La sinistra di classe sembra condannata ad una condizione di estrema marginalità e fatica a conquistare una credibilità anche per atteggiamenti settari o per scivolamenti verso posizioni populiste, nazionaliste o campiste. Il razzismo torna ad esercitare una forte presa sulle coscienze degli sfruttati e degli oppressi, a cui sembra più facile individuare il nemico in chi è ancora più debole e quindi più facilmente attaccabile. I lavoratori sono frammentati e contrapposti tra i diversi settori e tipologie contrattuali, con una fortissima incidenza della precarietà. In larghissimi settori non esiste più neanche la percezione di avere diritto ad avere dei diritti o ritengono che questi siano solo il sogno di un passato ormai remoto che non ha più alcuna possibilità di riaffermarsi. In altri termini è l’interiorizzazione e l’obiettivazione dell’ideologia della borghesia.

Le vertenze e le lotte, che pure ci sono, fanno fatica a riconoscersi tra loro ed a trovare un filo conduttore unitario. Anche i sindacati di base, che costituiscono la punta più avanzata delle lotte e avanzano piattaforme più radicali, agiscono spesso secondo una logica di concorrenzialità tra le organizzazioni contrapponendosi alle altre correnti sindacali di classe e ai sindacati di massa, anziché puntare all’unità delle lavoratrici e dei lavoratori nelle lotte.

Dobbiamo avere chiaro che siamo entrati in una fase totalmente nuova della lotta di classe, che tutte le sconfitte e le politiche dell’austerità hanno prodotto un rapporto di forza diverso, estremamente negativo sui luoghi di lavoro e nella società e quindi nella coscienza dei lavoratori e delle lavoratrici. Anche le argomentazioni e le modalità della propaganda e della agitazione devono sapersi collegare a questi cambiamenti.

Nello stesso tempo però, nella composizione della classe lavoratrice e quindi anche nelle sue dinamiche e comportamenti, irrompe un nuovo elemento a carattere storico, quello della presenza, ormai di milioni di lavoratrici e lavoratori, dei/delle migranti che costituiscono un elemento obbiettivo di allargamento e di ringiovanimento della classe. L’unificazione e l’organizzazione dei lavoratori indigeni e di quelli migranti è oggi una questione strategica, come peraltro alcune lotte già stanno a dimostrarlo.

Anche in questa situazione, tuttavia, la spontanea contrapposizione degli interessi di classe si mostra nelle lotte e nelle vertenze che sono in campo e che ogni tanto riescono a spiazzare anche le organizzazioni di massa.

Abbiamo già citato la resistenza dei metalmeccanici che si sono opposti, specialmente nelle grandi aziende, alla firma di un pessimo contratto. La stessa cosa è successa nel comparto dell’igiene ambientale. La lotta si è trasferita ora a livello aziendale, dove in alcuni casi che andrebbero presi a modello, come alla GKN di Firenze, i rapporti di forza hanno consentito di non applicare le disposizioni peggiorative del contratto, del Jobs Act e dell’accordo del 10 gennaio 2014.

In Fincantieri prosegue da tre mesi uno sciopero per riconquistare la pausa mensa.

I precari dell’Istat sono riusciti dopo anni di lotte a conquistare l’assunzione a tempo indeterminato.

I lavoratori e le lavoratrici di Almaviva a Roma, pur avendo perso una importante battaglia per la difesa del proprio posto di lavoro, non hanno abbassato la testa e rimangono organizzati per portare la solidarietà alle altre lotte, come quella del Teatro dell’Opera, di Sky, della Tim, di Alitalia.

Il referendum tra le maestranze di Alitalia è stato uno schiaffo al governo, alla proprietà ed ai sindacati confederali che avevano sottoscritto un accordo al ribasso, con licenziamenti e decurtazioni salariali, con il ricatto del fallimento.

Nel settore della logistica si sono sviluppate negli ultimi anni lotte formidabili ancora in corso, che hanno portato anche vittorie sul terreno delle condizioni di lavoro in un pezzo della classe caratterizzato da una forte presenza di migranti, grazie anche al lavoro dei sindacati di base, in particolare SiCobas e Usb, che hanno visto una importante crescita nell’ultimo periodo.

Nella scuola continua a serpeggiare un dissenso diffuso sulle riforme dei governi Renzi e Gentiloni, che fatica ad esprimersi in nuove iniziative di lotta dopo la sconfitta del movimento contro la legge 107 nel 2015, ma che vive nei dibattiti degli organi collegiali, nelle assemblee sindacali dove spesso viene contestata l’inerzia dei sindacati e nelle iniziative dei movimenti e delle associazioni, come la proposta di una legge di iniziativa popolare sulla scuola.

Infine non va trascurata la riemersione del movimento femminista, che con il cartello Non una di meno ha riportato in piazza tante lavoratrici a novembre e marzo scorsi, ed ha aperto un confronto tra donne sulle determinanti sociali della violenza, sulle discriminazioni sul lavoro, sulla disparità salariale de facto, sui servizi sociali insufficienti, sulla necessità della socializzazione dei lavori di cura.

Noi crediamo che sia necessario avanzare una proposta a queste lavoratrici e lavoratori e alle tante e tanti altri che stanno continuando a resistere allo sfondamento padronale, così come a quelle e quelli che non ce la fanno, sono scoraggiati e ne subiscono in pieno la portata devastante. Perché il problema è come superare la pura resistenza e le lotte difensive (i no) in una capacità di iniziativa sedimentata organizzativamente e prolungata nel tempo. Crediamo che serva una proposta ricompositiva dei vari settori della classe frammentata, che parli alle donne, ai migranti, ai precari, agli studenti e alle studentesse, alle lavoratrici e ai lavoratori in formazione, ai lavoratori dei settori nuovi come di quelli più tradizionali, ai disoccupati e a quelli che hanno davanti a sé lo spettro della perdita del posto di lavoro, ai/alle pensionati/e, alle lavoratrici e ai lavoratori della conoscenza come a quelle e quelli addetti a mansioni manuali, al Nord come al Sud. La classe lavoratrice deve ritrovare la sua unità e quindi l’efficacia della sua resistenza, per potersi riconoscere come soggetto sociale, l’unico soggetto che può trainare il cambiamento rivoluzionario della società in un mondo che è ancora fondato sullo sfruttamento dei più da parte di pochi, sull’estrazione di plusvalore dal lavoro salariato.

2. La proposta politica per il lavoro di Sinistra Anticapitalista

2.1. Un programma per il lavoro

Nella conferenza programmatica di Sinistra Anticapitalista a ottobre del 2016 abbiamo avviato una riflessione e un dibattito sul programma, inserendo nei materiali preparatori alcune proposte di carattere transitorio per il lavoro:

Il salario. Vogliamo la definizione del salario mimino per legge, fissato a 1500€/mese, al di sotto del quale non sia possibile contrattare e che costituisca una garanzia di partenza della possibilità di poter vivere dignitosamente di un reddito da lavoro. Il salario, il minimo come quello contrattato, deve essere tutelato dall’aumento del costo della vita attraverso l’istituzione di una scala mobile dei salari. Le tariffe e i prezzi dei beni e servizi fondamentali devono essere amministrati e vanno garantiti in maniera piena i diritti all’istruzione, alla sanità, ai trasporti pubblici, all’acqua così come all’accesso agli altri servizi di rete. E’ necessario garantire un salario sociale pari all’80% del salario minimo per gli studenti e studentesse maggiorenni, per i/le disoccupati/e, senza obbligo di accettare una proposta di lavoro qualunque, e per le pensioni sociali. Vogliamo una legge che stabilisca un rapporto tra le remunerazioni massime, in qualsiasi forma reddituale e remunerazione minima.

  1. Il tempo di lavoro. Gli enormi aumenti di produttività consentono da subito una riduzione drastica della giornata lavorativa a sei ore giornaliere su cinque giornate settimanali (30 ore settimanali) a parità di salario. Questo consentirebbe una redistribuzione del lavoro e il superamento del problema della disoccupazione. Nella stessa direzione andrebbe una riduzione dell’età pensionabile a 60 anni oppure 35 anni di anzianità lavorativa, ripristinando il sistema di calcolo retributivo per poter andare in pensione almeno con l’80% dell’ultimo salario percepito.
  2. Democrazia sindacale e contrattazione europea. Vogliamo una legge che consenta alle lavoratrici e ai lavoratori di votare i/le propri/e rappresentanti sindacali ed eventualmente revocarli/e in assemblea, votare in modo vincolante le piattaforme e gli accordi sindacali. I diritti sindacali vanno garantiti a tutte le associazioni che ottengano il consenso dei lavoratori, indipendentemente dalla firma degli accordi. Vanno abrogate le leggi che restringono il diritto di sciopero in alcuni settori e va esteso il diritto di assemblea sindacale in orario di lavoro a richiesta di un numero minimo di lavoratori, delle associazioni sindacali o dei rappresentanti sindacali eletti. Proponiamo l’estensione dell’istituto della contrattazione collettiva su scala europea attraverso delegati sindacali titolati a trattare eletti dai lavoratori e revocabili a ogni livello.
  3. Requisizioni, nazionalizzazioni e investimenti pubblici. Le aziende che licenziano e/o delocalizzano dopo aver usufruito di contributi pubblici diretti o indiretti vanno requisite e messe sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, a cominciare da Fiat, Alitalia e le altre aziende strategiche per lo sviluppo economico e per la programmazione ambientale. La produzione e il consumo di energia devono essere sotto controllo pubblico con meccanismi democratici di autogoverno e di partecipazione della popolazione. Occorrono ingenti investimenti pubblici per la ricerca e lo sviluppo di nuove fonti di energia ecosostenibili. Le aziende che abbiano messe in opera produzioni inquinanti, a partire dall’Ilva, devono essere nazionalizzate senza indennizzo e riconvertite tutelando il lavoro, la salute e la sicurezza pubblica. Sono necessari investimenti pubblici per la tutela e il miglioramento del patrimonio ambientale, per la riparazione dei danni ecologici e per la messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio esistente, per l’attuazione di una strategia rifiuti zero interamente gestita dal settore pubblico, per il potenziamento della mobilità sostenibile, del trasporto collettivo pubblico. Vanno rifinanziati e potenziati il servizio sanitario nazionale, l’istruzione a tutti i livelli e la ricerca scientifica pubblica, i servizi culturali e l’edilizia pubblica, i servizi di cura della persona. In questo modo lo Stato deve intervenire come un datore di lavoro di ultima istanza, garantendo a tutte e tutti il diritto a contribuire allo sviluppo e all’accrescimento del benessere e della felicità collettiva.

Per ulteriori approfondimenti e per le altre proposte programmatiche, rinviamo alla lettura dei Materiali per un programma ecosocialista, femminista e libertario, pubblicati sul sito dell’organizzazione.

2.2. Intervento politico dell’organizzazione tra i lavoratori e le lavoratrici

“Qui non si parla di politica”, recitavano i cartelli fascisti negli uffici pubblici nel ventennio. Oggi sui luoghi di lavoro, senza bisogno dell’affissione di cartelli sembra essere tornato in vigore tale divieto. Le organizzazioni politiche, in particolare quelle di classe, sembrano scomparse dai luoghi della produzione da molto tempo. Eppure è proprio da lì che occorre ripartire per una organizzazione come la nostra. Non possiamo aspirare ad avere le risorse per campagne sui mezzi di comunicazione di massa, che siano quelli tradizionali o quelli nuovi che passano attraverso internet, né possiamo pensare che le opinioni politiche si radichino davanti ad un dibattito televisivo o scorrendo le pagine di Facebook. Occorre tornare a parlare alle lavoratrici e ai lavoratori nei loro luoghi di lavoro, presentare proposte e ragionamenti che hanno a che fare con la materialità della loro vita quotidiana, essere presenti nelle situazioni di lotta come in quelle dove la lotta non c’è, perché impera lo sconforto e la rassegnazione, e mostrare che una prospettiva diversa è possibile, se ci si organizza e si solidarizza con chi lotta.

Il nostro programma deve essere discusso sui posti di lavoro, dove devono entrare i materiali di propaganda che l’organizzazione produce e che possono essere riprodotti facilmente dai suoi militanti. I volantini, il giornale, gli articoli presi dal sito, vanno portati sul proprio posto di lavoro e i circoli devono rinnovare l’impegno a pubblicizzarli in modo militante nelle piazze così come nei luoghi di aggregazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Dobbiamo puntare alla ricostruzione di circoli nei grandi luoghi di lavoro, che possano costituire un punto di riferimento visibile e credibile per chi vuole lottare, sia sulle questioni vertenziali che su quelle generali che l’organizzazione promuove. E quindi dobbiamo porre attenzione a far aderire e militare e nella nostra organizzazione un maggior numero di lavoratrici e lavoratori.

Dobbiamo quindi saperci collegare ai problemi quotidiani e specifici di una determinata situazione, e nello stesso tempo portare i contenuti delle nostre campagne politiche, sia su temi nazionali che su quelli internazionali.

Per fare tutto questo occorre però una capacità di operare una “rivoluzione”, ricostruendo un intervento militante e una militanza delle iscritte ed iscritti, già identificata nel nostro congresso di un anno fa, ma che solo in parte siamo stati capaci di attivare.

2.3. Campagna sulla riduzione d’orario e nazionalizzazioni

La questione centrale con cui milioni di lavoratori e lavoratrici in Europa si trovano a fare i conti è la disoccupazione o la concreta minaccia della perdita del proprio posto di lavoro. La precarizzazione dei rapporti di lavoro ha investito tutta la classe lavoratrice. In primo luogo le lavoratrici e i lavoratori giovani, che sono entrati da poco nel mondo del lavoro e che fanno fatica a vedere una prospettiva di stabilizzazione, ma anche i lavoratori e le lavoratrici più anziani/e, che credevano di aver conquistato il diritto a lavorare fino alla pensione. Il Jobs Act (come la Loi Travail in Francia), le ristrutturazioni e i conseguenti licenziamenti, i contratti a tutele crescenti, hanno unificato la condizione di ricatto a cui è sottoposta la classe lavoratrice. La crisi economica ha devastato la vita di centinaia di migliaia di persone che hanno perso il lavoro e reso ancora più ricattabili quelli che lo hanno conservato. L’esercito di riserva dei/delle disoccupati/e aiuta non poco l’imposizione di condizioni salariali sempre peggiori e lo smantellamento dei diritti sociali residui. Per questo riteniamo che una proposta centrale in questa fase debba investire la questione della salvaguardia del posto di lavoro e della creazione di nuova occupazione.

Proponiamo di lanciare dal prossimo autunno una campagna politica per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e per un deciso intervento pubblico nell’economia per rilanciare l’occupazione, attraverso la requisizione e la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, delle aziende strategiche per l’economia nazionale e per l’ambiente che non possono essere lasciate in balia degli interessi privati a fare profitto.

La campagna dovrà dotarsi di strumenti propri, anche non immediatamente riconducibili all’organizzazione politica: un sito internet e/o una pagina facebook, volantoni, adesivi e manifesti di propaganda, una petizione popolare. Proponiamo di discutere e condurre questa campagna insieme alle altre organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe, per far vivere nel paese e nei luoghi di lavoro una proposta radicale adeguata alla fase di crisi presente.

La campagna punta ad essere una risposta di classe e anticapitalista a quelle proposte, come il reddito di cittadinanza, che pure intervengono sui bisogni fondamentali della classe in questo periodo, ma che non danno alcuna prospettiva di lotta per la difesa e la riconquista del posto di lavoro, alimentando ulteriore rassegnazione rispetto alle dinamiche della crisi capitalistica.

2.4. La costruzione di un movimento europeo

Il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori deve assumere la scala della lotta di classe al tempo presente, se vuole pensare di poter fornire risposte efficaci agli attacchi padronali. L’Unione Europea è andata in crisi, prima ancora di poter costituire compiutamente una borghesia sganciata dagli interessi nazionali; tuttavia i processi di integrazione economica, nel quadro più complessivo della globalizzazione capitalistica, hanno assunto una tale rilevanza da non poterli più eludere. La crisi economica del 2008 ha favorito ulteriori fusioni e acquisizioni, aumentando la scala delle imprese nazionali e delle multinazionali presenti in Europa, e di conseguenza ampliando il loro terreno di intervento anche dal punto di vista geografico. Le condizioni di salario e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori sono determinate già oggi su una scala europea, sia per le politiche messe in atto dalle istituzioni della UE, che per le condizioni di concorrenza tra i lavoratori e tra le merci prodotte in Europa, che possono circolare senza alcun vincolo, così come i capitali possono spostarsi da un paese all’altro a seconda delle convenienze.

In questi anni abbiamo costruito rapporti di fratellanza e solidarietà con altre organizzazioni di classe e anticapitaliste in Europa, a partire dalla Grecia che ha subito gli effetti devastanti della crisi e dell’imposizione dei memorandum. Vogliamo avanzare a queste organizzazioni una proposta per una campagna comune sui diritti dei lavoratori e sull’occupazione in Europa, a partire da un convegno europeo in autunno su questi temi, per mettere in agenda iniziative comuni su scala continentale.

È in questo quadro che pensiamo vada condotta una campagna a carattere internazionale sulla riduzione dell’orario europeo e su un salario minimo europeo correlato alle diverse situazioni nazionali.

3. Lo strumento sindacale e l’intervento dei nostri militanti

3.1. Lo strumento sindacale in Italia dagli anni 90 ad oggi

L’organizzazione sindacale è uno strumento indispensabile delle lavoratrici e dei lavoratori e in Italia ha giocato, negli ultimi 50 anni, un ruolo fondamentale sia sul piano sociale che politico.

L’organizzazione anticapitalista e rivoluzionaria ha sempre dedicato una grande attenzione all’azione dei/delle propri/e militanti all’interno dei sindacati per valorizzarne ed indirizzarne la sua azione. Nella fase della grande ascesa si è lavorato per valorizzare al massimo il ruolo dei consigli di fabbrica come strumenti indipendenti della classe, al di là degli stessi sindacati, successivamente perché fossero veramente la struttura portante di un sindacato di classe e combattivo ed agendo, infine, per strutturare una corrente radicale di sinistra al l’interno della maggiore confederazione.

La ribellione e l’iniziativa dei consigli di fabbrica nei primi anni 90, quando le direzioni burocratiche hanno accettato la distruzione della scala mobile e sono passati alle politiche della concertazione con padroni e governo, segnano il punto estremo del loro ruolo a cui segue una difficile e parziale fase in cui vengono costruiti sindacati di base alternativi e si cerca di sviluppare la sinistra nella CGIL. A cavallo tra i due secoli è la Fiom che cerca di rompere gli steccati della concertazione ponendosi come ala sinistra del movimento dei lavoratori e la stessa CGIL, di fronte all’attacco del governo Berlusconi, è spinta a forti iniziative di massa per difendere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

In tutte questi fasi, se pur in forme spurie e parziali, qualche settore dei sindacati confederali, quindi anche di apparato, si pone di volta in volta su posizioni di sinistra, determinando così una dialettica sindacale più articolata, in cui le posizioni del sindacalismo di classe hanno qualche spazio in più di interlocuzione e di azione.

Oggi ci troviamo di fronte a una situazione molto più involuta in cui non solo tra le tre confederazioni non ci sono reali divergenze di linea e pratica sindacale, ma in cui la sinistra di apparato della CGIL, è rientrata nei ranghi e gestisce appieno la svolta moderata della CGIL. I sindacati di base esistono, lavorano attivamente, ma per ora non sono stati in grado di presentarsi come una credibile alternativa all’attenzione delle più larghe masse lavoratrici. Certo, avendo fiducia nella lotta di classe dei lavoratori e delle lavoratrici, si può pensare che nuove lotte produrranno anche delle nuove diversificazioni, ma ad oggi e per ora bisogna registrare che questo è il quadro stretto in cui sono chiamati ad operare le/i militanti sindacali di classe.

3.2. Sindacato e autorganizzazione

L’offensiva prolungata delle classi dominanti contro il movimento operaio che ha prodotto arretramenti profondi, frammentazione e demoralizzazione tra le lavoratrici e i lavoratori, ha determinato anche una grave crisi delle organizzazioni sindacali che si manifesta sia sul piano organizzativo che su quello politico; essa attraversa le tre principali confederazioni, ma ne è coinvolta appieno anche l’articolata galassia dei sindacati di base.

Le scelte dei gruppi dirigenti burocratici delle tre confederazioni maggiori congiunto con l’attacco del Governo e della Confindustria sono alla base delle difficoltà della classe lavoratrice e della crisi stessa di queste organizzazioni. Per questo è parte costituiva della nostra azione politica la denuncia delle responsabilità delle direzioni CGIL, CISL e UIL che hanno gestito ed avallato le politiche dell’austerità, subordinandosi sempre più alle esigenze del padronato, nel prodursi di questa sconfitta.

L’ulteriore involuzione della CGIL e la rinuncia della Fiom a operare come una reale sinistra sindacale difendendo un orientamento alternativo, ripiegando negli ultimi anni invece sulle posizioni della Confederazione, e ricorrendo alla repressione dei/delle suoi/sue militanti più attivi/e e radicali, hanno modificato ancor più in senso negativo il quadro dello scontro di classe e indebolito le possibilità di resistenza della classe lavoratrice.

Per noi lo strumento sindacale, tanto più in una fase di offensiva così violenta da parte delle forze padronali, resta uno strumento essenziale di difesa e di organizzazione dei lavoratori. Serve e servirebbe subito una forte organizzazione nazionale su cui i lavoratori e le lavoratrici potessero appoggiarsi e far conto. Ma questo non può essere un’autoproclamazione di qualche componente, ma è un processo complesso.

Un’organizzazione marxista e rivoluzionaria deve dedicare una parte consistente della sua attività e l’impegno delle/dei sue/suoi militanti nella costruzione tra i lavoratori e le lavoratrici di questo elementare strumento di classe.

Siamo in una fase di sindacalizzazione di nuovi settori e di risindacalizzazione di settori di lavoratori/trici che se ne sono allontanati. Noi la sosteniamo pienamente.

Riaffermiamo l’impegno di Sinistra Anticapitalista per far avanzare un progetto di costruzione di un sindacalismo di classe, nelle diverse forme possibili in questa fase, come strumento fondamentale per sviluppare le lotte e i conflitti e contrastare l’attacco condotto dalla Confindustria e dal governo.

Il suo sviluppo presuppone una dura e difficile battaglia politica contro gli apparati sindacali burocratici, una forte capacità di interlocuzione con i settori più attivi della classe lavoratrice e anche una capacità di rivolgersi all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici; la battaglia e lo scontro contro le burocrazie sindacali sono uno degli elementi politici di fondo che ci distingue da altre forze della sinistra.

Ciascuna compagna e compagno ha il diritto di scegliere e di aderire all’organizzazione sindacale maggiormente corrispondente alla sua condizione di lavoro e alle sue possibilità di intervento.

Pensiamo sia importante mantenere e valorizzare la presenza militante dentro la CGIL e nello stesso tempo è del tutto legittimo che aree di militanza sindacale, di fronte alla involuzione sempre più negativa delle direzioni confederali, sentano la necessità di costruire un’esperienza esterna al maggior sindacato italiano: sono scelte che si sono espresse a varie riprese anche in passato; per questo l’organizzazione ha da tempo con i/le suoi/sue militanti una presenza in diversi sindacati di base, a partire dall’USB e dalla CUB, ma anche SIcobas e Cobas.

Consideriamo sempre necessaria la presenza e l’iniziativa di un’area di sinistra organizzata all’interno della CGIL che si batta per un sindacalismo di classe; questa considerazione si basa su tre elementi: i rapporti di forza esistenti tra le classi, la composizione sociale e militante di questa confederazione, il quadro generale del sindacalismo di base esistente e i problemi organizzativi e tattici che esso pone.

Sottolineiamo l’esistenza dentro la CGIL di una sedimentazione di quadri militanti e combattivi, che va organizzata attraverso una comune esperienza di difesa di un progetto di sindacalismo di classe e di massa. Riaffermiamo il sostegno alle battaglie e alla costruzione di questa area sindacale di classe, sia nelle iniziative di conflitto che i/le suoi/sue militanti promuovono in varie aziende, sia nella lotta contro l’autoritarismo del gruppo dirigente che contro il settarismo verso le forze sindacali di base e per il completo ripristino degli spazi pluralisti e democratici garantiti dallo Statuto della CGIL.

Nello stesso tempo auspichiamo un rafforzamento dei sindacati di base all’interno dei quali i/le nostri/e compagni/e sono attivi/e sostenendo il loro lavoro di costruzione. Va da sé che anche in questo ambito esse/i si batteranno sempre per favorire l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori sui luoghi di lavoro indipendentemente dalla tessera di appartenenza, per realizzare convergenze stabili tra i diversi sindacati, contrastando le tendenze al settarismo, per non limitare la loro azione alla semplice denuncia delle malefatte dei confederali, ma con una capacità di dialogo e di interlocuzione con le tante lavoratrici e lavoratori iscritte/i ai sindacati confederali. Sinistra Anticapitalista aiuterà e favorirà un’attività comune e coordinata delle sue iscritte ed iscritti militanti nei sindacati di base nel quadro degli assi programmatici di fondo dell’organizzazione.

Favorirà inoltre un’attività comune e delle/dei militanti nei diversi sindacati al fine di sviluppare e di valorizzare tutte le esperienze di lotta ed organizzazione sindacale, siano esse esterne od interne alla maggiore confederazione, nel comune intento di rafforzare l’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, la loro unità e consapevolezza; a questo fine sosterrà le iniziative che si propongono di costituire strumenti intersindacali di mobilitazione e di unità. Il nostro obiettivo è di creare le condizioni per la formazione di un sindacato di classe, democratico e di massa attraverso processi riaggregativi ed unitari e rotture profonde, coinvolgenti ampi strati di lavoratrici e lavoratori del sindacato maggioritario.

La precarietà e la frammentazione nei mille lavori semi-individuali pone anche il problema dell’unità tra “interno” dei luoghi di lavoro ed “esterno” del territorio e quartiere individuando quali strumenti e quali percorsi siano praticabili e necessari. È una problematica reale anche se qualcuno la solleva per non misurarsi realmente con la costruzione della dimensione sindacale vera e propria e per questo siamo aperti alle verifiche di coloro che stanno cercando di percorrerla perché costituisce uno degli elementi della solidarietà ed unità di classe.

Da quanto scritto, ne consegue anche tutta l’attenzione che noi diamo al problema dell’autoorganizzazione, che per noi è un elemento strategico della lotta per un’alternativa al capitalismo. In ogni mobilitazione, in ogni lotta bisogna trovare gli strumenti di partecipazione democratici, perché tutte/i le/i lavoratrici/tori interessati siano coinvolte/i, maturino consapevolezza e determinazione, si sentano dirette/i da strutture di cui hanno il controllo e la verifica e non semplicemente una attribuzione di delega. Per questo servono i comitati di lotta, le assemblee che controllino coloro che guidano la mobilitazione e le trattative con i padroni o il governo.

Anche perché il problema non è quello di indire uno sciopero sperando che i lavoratori e le lavoratrici vi aderiscano, ma il problema è di organizzare lo sciopero, cioè di operare una serie di iniziative e assemblee che li/le coinvolgano e li/le motivino.

È solo peraltro attraverso queste forme di partecipazione e di apprendimento alla gestione delle lotte che si può, dentro un movimento più ampio e generale, ricostruire quelle forme consiliari e di democrazia che permettono una radicale modifica dei rapporti di forza tra le classi e una struttura superiore di organizzazione della classe, capace di esprimere un potere alternativo a quello degli apparati statuali, politici ed ideologici della borghesia.

Il percorso è lungo, ma il filo rosso dell’alternativa di classe comincia nelle lotte quotidiane.

3.3. Il prossimo congresso della Cgil e la battaglia per un’area di opposizione

Nel prossimo periodo si terrà il congresso della Cgil, una tra le più grandi organizzazioni sindacali europee per numero di iscritti/e. Questo costituirà un momento di dibattito importante tra le lavoratrici e i lavoratori, coinvolgendone centinaia di migliaia in migliaia di posti di lavoro, chiamati a discutere del bilancio dell’azione sindacale e della linea da adottare nei prossimi anni. Le militanti e i militanti di Sinistra Anticapitalista iscritti/e alla Cgil contribuiranno alla costruzione di un documento alternativo a quello della maggioranza del gruppo dirigente del sindacato, per riaffermare e rilanciare l’esistenza di un’area di opposizione, di classe, conflittuale, negli organismi sindacali ma soprattutto sui posti di lavoro. E’ un obiettivo importante per combattere la rassegnazione, che impera anche tra la maggior parte degli/delle iscritti/e al sindacato e che porta a delegare ai soliti apparati burocratici la difesa dei propri interessi. Il congresso sarà l’occasione per presentare un’idea alternativa di come fare sindacato, di richiamare al protagonismo diretto le lavoratrici e i lavoratori che parteciperanno alle assemblee, di presentare e discutere con loro piattaforme di lotta avanzate ed unificanti, di ascoltare i bisogni e le speranze e coinvolgere nell’azione sindacale e, perché no, politica, chi si sente isolato/a e condannato/a al silenzio sul proprio posto di lavoro.

L’intervento delle militanti e dei militanti di Sinistra Anticapitalista nel congresso Cgil deve costituire anche una occasione di rilancio del radicamento dell’organizzazione tra le lavoratrici e i lavoratori, in una azione leale con le altre componenti e con i lavoratori e le lavoratrici non iscritti/e ad alcuna organizzazione politica, finalizzata alla costruzione di uno strumento comune, l’area di opposizione in Cgil, per l’avanzamento della lotta di classe in Italia.

3.4. I sindacati di base: dalla costruzione delle organizzazioni all’unità delle lotte

Molte delle lotte spontanee che si sono manifestate nell’ultima fase hanno trovato un riferimento nei sindacati di base, come nel settore della logistica con il Si Cobas e l’Unione Sindacale di Base. In alcuni settori in cui la Cgil ha abdicato la rappresentanza degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, rendendosi complice di ristrutturazioni e degli interessi padronali, i lavoratori e le lavoratrici più avanzati/e hanno trovato una sponda alternativa, come è avvenuto per Alitalia con Usb e Cub (che peraltro ha una buona presenza nel settore dei trasporti). In altre situazioni di lotta, i/le militanti di diverse sigle sindacali di base convivono tra loro e con militanti della Cgil, con vicende non sempre ottimali nella costruzione di lotte comuni, sia per la concorrenzialità tra i sindacati di base che con la Cgil.

Naturalmente Sinistra Anticapitalista è una forza politica con un proprio progetto e anche con un orientamento e metolo di lavoro sindacale, che non sempre ed automaticamente coincide con quello delle direzioni dei diversi sindacati di base, con i quali condividiamo certamente le posizioni di classe e antipadronali essenziali. Per questo i/le nostri/e militanti partecipano liberamente e pienamente alla dialettica interna di queste organizzazioni.

Molte e molti militanti di Sinistra Anticapitalista militano infatti in organizzazioni sindacali di base, in primo luogo Usb e Cub. Il loro impegno nella costruzione di queste organizzazioni va valorizzato adeguatamente, nel quadro di una comune linea di intervento sindacale che mira a costruire l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori in lotta, la gestione democratica delle lotte attraverso coordinamenti di base e intersindacali, la pratica comune di un sindacalismo di classe e antiburocratico a prescindere dalle organizzazioni di appartenenza. Per questo guardiamo anche con interesse e attenzione ai tentativi, tra cui quello dell’USB , ma non solo, di costruire l’unità tra lavoratori/trici e il mondo del precariato esterno, che va sotto il nome un po’ indefinito di “Federazione sociale”. È inevitabile una fase di tentativi e di verifiche per comprendere quali strutture siano praticabili.

Per concludere dal punto di vista operativo: verranno attivati nel prossimo futuro strumenti di discussione e confronto tra i/le militanti sindacali di Sinistra Anticapitalista e quanti/e siano comunque interessati/e alle tematiche del lavoro, attraverso la riattivazione della mailing list sul lavoro, riunioni tematiche dei circoli su questi temi, verso la costruzione di un coordinamento nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori di Sinistra Anticapitalista.