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Battere la rassegnazione, solidarizzare con chi lotta

A Brescia, l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori di Sinistra Anticapitalista

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di Francesco Locantore

Il 24 e 25 giugno si terrà a Brescia l’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori di Sinistra Anticapitalista. Sarà una occasione per fare il punto della situazione della classe lavoratrice e del movimento sindacale, per discutere le proposte di Sinistra Anticapitalista e di come farle vivere nei luoghi di lavoro.

Nonostante la dinamica della crisi mondiale degli ultimi 10 anni, la classe lavoratrice continua ad aumentare la sua consistenza, anche se in condizioni di sempre maggiore povertà e precarietà. I/le lavoratori/trici subordinati/e sono sempre di più e sempre più sfruttati/e. L’ideologia della fine della divisione in classi della società si basa su una visione distorta ed eurocentrica. Si è determinata una nuova divisione internazionale del lavoro, fortemente gerarchica, in cui parte delle attività di produzione vengono delocalizzate verso i paesi meno sviluppati. Le multinazionali hanno potuto sviluppare vere e proprie “filiere globali integrate di valore” in cui produrre e realizzare plusvalore, grazie al combinato disposto dello sfruttamento più selvaggio della forza-lavoro dei paesi “emergenti” e della riduzione dei diritti e del salario delle classi lavoratrici dei paesi “avanzati”. Sono state create anche vaste sacche di lavoro precario e di attività “marginali” del tutto funzionali alla valorizzazione del capitale, che impiegano un settore del proletariato meno direttamente definibile e la cui condizione è fortemente instabile, ma che è legittimamente una delle componenti della classe lavoratrice.
Se consideriamo i 16 paesi OCSE a reddito più elevato, dalla metà degli anni 70 ad oggi, la quota dei salari nel reddito nazionale è scesa dal 75% a circa il 65%. Ciò significa che la crescita della produttività è stata maggiore della crescita dei salari reali, a vantaggio dei profitti. Questo dato è il segno della pesante sconfitta del movimento operaio anche sul piano sindacale nei paesi occidentali.
L’esaurimento dei margini di riformismo, il venir meno di un orizzonte simbolico alternativo al capitalismo, la seconda globalizzazione capitalistica e infine la grande recessione del 2008 sono i fattori oggettivi che, congiunti a quelli soggettivi, la subordinazione al capitale delle grandi organizzazioni sindacali, hanno determinato una sconfitta della portata di quella odierna.
La crisi del 2008 in Europa è stata archiviata con una ripresa molto debole, in alcuni paesi inesistente. I suoi effetti sociali sono tutti in campo e continueranno a condizionare le vite e i salari di milioni di lavoratori, dato che siamo ben lontani dal raggiungere anche i magri livelli occupazionali precedenti alla crisi. La disoccupazione nei paesi che adottano l’Euro è passata dal 7,5% nel 2007 al 10% nel 2016, ma in Italia è del 12%, in Spagna del 19% e in Grecia del 23,5%. I dati sulla disoccupazione giovanile sono ancora più drammatici: dal 15,6% nel 2007 al 21% nel 2016, addirittura al 40% in Italia. In questo stesso periodo i poveri – intesi come quelli che vivono con un reddito inferiore del 60% al reddito medio – in Europa sono aumentati di 7 milioni. Un quarto di tutta la popolazione europea (123 milioni di persone) è in condizioni di povertà.
Le politiche di austerità imposte dai governi europei per fronteggiare la crisi hanno determinato riforme strutturali sui servizi sociali e nelle relazioni industriali che hanno ridefinito a tutto vantaggio dei padroni il quadro istituzionale della lotta di classe.
La sconfitta delle lavoratrici e dei lavoratori della Fiat – e della Fiom – tra il 2010 e il 2011 è stato un passaggio storico che ha messo fine ad un lungo periodo della lotta di classe, portando a compimento lo smantellamento delle conquiste degli operai dell’automobile iniziata con i licenziamenti del 1980. Quella sconfitta ha operato uno strappo violento nel sistema delle relazioni industriali, mettendo alle strette il sindacato, già in crisi profonda.
Il 10 gennaio del 2014 Cgil, Cisl e Uil hanno firmato il Testo unico sulla rappresentanza, che ridefinisce il ruolo delle rappresentanze sindacali, rendendo sempre più difficile la resistenza dei/delle delegati/e sui posti di lavoro ed estendendo il modello autoritario di relazioni sindacali di Marchionne a tutte le lavoratrici e i lavoratori. Con l’accettazione e l’applicazione di quell’accordo da parte del gruppo dirigente della Fiom si chiude l’eccezione di un sindacato che era stato un punto di riferimento per la parte più combattiva della classe lavoratrice italiana nel difficile periodo di crisi capitalistica.
In questo quadro, tra il 2015 e il 2017 sono stati rinnovati i più importanti contratti collettivi nazionali di lavoro, con l’eccezione del pubblico impiego. Il dato comune a questi rinnovi è che, in cambio di modestissimi aumenti salariali, che spesso non recuperano neanche il potere d’acquisto, i padroni ottengono maggiore flessibilità, aumento degli orari e dei carichi di lavoro, spostamento di quote di salario sul welfare integrativo privato e sugli enti bilaterali, in linea con lo smantellamento dello stato sociale.
Il contratto dei metalmeccanici, sottoscritto anche dalla Fiom dopo due stagioni di contratti separati, è uno dei peggiori rinnovi di questo periodo, come è stato testimoniato dall’importante risultato del NO nel referendum tra i lavoratori.

La classe lavoratrice, proprio per effetto delle pesanti sconfitte, ha una coscienza di sé minima e deteriorata dalla vittoria ideologica della borghesia. Per quanto riguarda i partiti socialisti e comunisti, i primi, ripiegati da tempo nel riformismo moderato, sono diventati oggi strumenti e soggetti della classe dominante per imporre le politiche antipopolari, approfittando del consenso residuo di cui hanno godono nei ceti popolari e i secondi, dopo essere entrati nell’orbita della degenerazione stalinista e coinvolti poi a loro volta in processi di socialdemocratizzazione, da tempo sono anch’essi interni alle logiche di fondo del sistema capitalismo rinunciando a una reale alternativa.
I sindacati di massa, che normalmente si pongono obiettivi di carattere riformista, si sono scontrati con l’estrema difficoltà ad ottenere miglioramenti sia pur minimi per le lavoratrici e i lavoratori, e le burocrazie, pur di conservare i propri piccoli privilegi e l’apparato, si sono rese spesso complici degli interessi padronali. La sinistra di classe sembra condannata ad una condizione di estrema marginalità e fatica a conquistare una credibilità anche per atteggiamenti settari o per scivolamenti verso posizioni populiste, nazionaliste o campiste. Il razzismo torna ad esercitare una forte presa sulle coscienze degli sfruttati e degli oppressi, a cui sembra più facile individuare il nemico in chi è ancora più debole e quindi più facilmente attaccabile. I lavoratori sono frammentati e contrapposti tra i diversi settori e tipologie contrattuali, con una fortissima incidenza della precarietà.

Nello stesso tempo però, nella composizione della classe lavoratrice e quindi anche nelle sue dinamiche e comportamenti, irrompe un nuovo elemento a carattere storico, quello della presenza, ormai di milioni di lavoratrici e lavoratori, dei/delle migranti che costituiscono un elemento obiettivo di allargamento e di ringiovanimento della classe. L’unificazione e l’organizzazione dei lavoratori indigeni e di quelli migranti è oggi una questione strategica, come peraltro alcune lotte già stanno a dimostrarlo.
Anche in questa situazione, tuttavia, la spontanea contrapposizione degli interessi di classe si mostra nelle lotte e nelle vertenze che sono in campo e che ogni tanto riescono a spiazzare anche le organizzazioni di massa. Abbiamo già citato la resistenza dei metalmeccanici, la stessa cosa è successa nel comparto dell’igiene ambientale; in Fincantieri prosegue da tre mesi uno sciopero per riconquistare la pausa mensa; i precari dell’Istat sono riusciti dopo anni di lotte a conquistare l’assunzione a tempo indeterminato; i lavoratori e le lavoratrici di Almaviva a Roma, pur avendo perso una importante battaglia per la difesa del proprio posto di lavoro, non hanno abbassato la testa e rimangono organizzati per portare la solidarietà alle altre lotte, come quella del Teatro dell’Opera, di Sky, della Tim, di Alitalia. Il referendum tra le maestranze di Alitalia è stato uno schiaffo al governo, alla proprietà ed ai sindacati confederali. Nel settore della logistica si sono sviluppate negli ultimi anni lotte formidabili ancora in corso, che hanno portato anche vittorie sul terreno delle condizioni di lavoro. Nella scuola continua a serpeggiare un dissenso diffuso sulle riforme dei governi Renzi e Gentiloni, che fatica ad esprimersi in nuove iniziative di lotta dopo la sconfitta del movimento contro la legge 107 nel 2015. Infine non va trascurata la riemersione del movimento femminista, che con il cartello “Non una di meno” ha riportato in piazza tante lavoratrici a novembre e marzo scorsi.
Noi crediamo che sia necessario avanzare una proposta a queste lavoratrici e lavoratori e alle tante e tanti altri che stanno continuando a resistere allo sfondamento padronale, così come a quelle e quelli che non ce la fanno, sono scoraggiati e ne subiscono in pieno la portata devastante. La classe lavoratrice deve ritrovare la sua unità e quindi l’efficacia della sua resistenza, per potersi riconoscere come soggetto sociale, l’unico soggetto che può trainare il cambiamento rivoluzionario della società in un mondo che è ancora fondato sullo sfruttamento dei più da parte di pochi, sull’estrazione di plusvalore dal lavoro salariato.
Nella conferenza programmatica di Sinistra Anticapitalista a ottobre del 2016 abbiamo avviato una riflessione e un dibattito sul programma, inserendo nei materiali preparatori alcune proposte di carattere transitorio per il lavoro: il salario minimo legale a 1500€ al mese, collegato al salario sociale per i disoccupati e alle pensioni minime, e un tetto legale per le retribuzioni massime; la riduzione della giornata lavorativa a parità di salario (30 ore settimanali), la riduzione dell’anzianità necessaria per andare in pensione (60 anni di età o 35 di lavoro); la democrazia sui luoghi di lavoro garantita da una legge e la contrattazione collettiva europea;le nazionalizzazioni delle aziende che licenziano o delocalizzano, delle produzioni inquinanti che vanno riconvertite, dei settori strategici per l’economia nazionale, forti investimenti pubblici nelle fonti di energia ecosostenibili, nei lavori di cura, nel digitale, nei trasporti, nei servizi che garantiscono diritti fondamentali (scuola, sanità, trasporti).
Occorre ripartire dai luoghi di lavoro per far vivere queste proposte, essere presenti nelle situazioni di lotta come in quelle dove la lotta non c’è, perché impera lo sconforto e la rassegnazione, e mostrare che una prospettiva diversa è possibile, se ci si organizza e si solidarizza con chi lotta.