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Pomigliano, gli operai rialzano la testa

25 Maggio 2017. Una data da ricordare a Pomigliano d’Arco, Napoli. In un contesto segnato da un pesante ricatto occupazionale, un clima fortemente intimidatorio in azienda e da anni di sconfitte, la classe operaia dello stabilimento FCA “Giambattista Vico” ha rialzato la testa, e lo ha fatto in grande stile.

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da Napoli, Antonello Zecca

25 Maggio 2017. Una data da ricordare a Pomigliano d’Arco, Napoli. In un contesto segnato da un pesante ricatto occupazionale, un clima fortemente intimidatorio in azienda e da anni di sconfitte, la classe operaia dello stabilimento FCA “Giambattista Vico” ha rialzato la testa, e lo ha fatto in grande stile.

Non può essere un caso che il primo segnale forte di ribellione al “nuovo corso” impresso da Marchionne sia giunto dai quei lavoratori che oggi più subiscono il peso di condizioni di lavoro insostenibili: i trasfertisti, ovvero i “pendolari forzati”, costretti, a seguito di un accordo sottoscritto lo il 21 Dicembre 2016 da azienda e sindacati confederali, a estenuanti deportazioni quotidiane da Pomigliano d’Arco, dove questi operai hanno casa e famiglia, a Cassino, sede di un altro stabilimento FCA. È facile immaginare che vuol dire per un operaio partire la mattina all’alba, lavorare tutto il giorno in uno stabilimento distante 94 km da casa ai ritmi imposti dal WCM, e tornare la sera esausto riuscendo a malapena a salutare la famiglia prima di crollare a letto. Un’imposizione infame, strappata con il ricatto e imposta con l’obbligatorietà.

Ebbene, questo giovedì mattina, cento tra centoquaranta operai in procinto, come tutti i giorni da tre mesi a questa parte, di partire per Cassino, hanno detto NO, noi non ci saliamo su questo pullman. Questa volta neanche la legittima paura di ripercussioni sul proprio posto di lavoro ha potuto frenare l’esasperazione e la rabbia dei lavoratori, di fronte al fatto di non avere ormai più una vita.

La conseguenza naturale del “gran rifiuto” è stata uno sciopero di otto ore per ogni turno di lavoro, votato per alzata di mano in un’ assemblea operaia, che ha di fatto bocciato l’accordo e mandato un messaggio chiaro all’azienda con due richieste ben precise: la prima, che la trasferta abbia una data certa di fine, non indicata da nessuna parte; la seconda, che il trattamento economico sia parametrato al CCNL, invece delle ridicole indennità concesse dall’azienda.

Non meno forte è stato però anche il messaggio lanciato ai sindacati confederali, alla FIOM in particolare, firmatari dell’accordo: ritirate la firma e sostenete le ragioni degli operai. La FIOM ha sì coperto lo sciopero di ieri (con l’adesione anche del SI COBAS), e questo è un fatto certamente positivo, ma è un risultato dovuto esclusivamente alla determinazione e alla pressione degli operai, oltre che all’intervento permanente svolto dai cinque ex-licenziati FCA, da Mimmo Mignano in particolare, e da un gruppo di solidali, animato dal collettivo 48OHM di Pomigliano: lavorando pazientemente con gli operai e le operaie, essendo disponibili all’ascolto e alla messa in sintonia con le loro esigenze primarie e la loro psicologia, interpretandone gli umori più profondi, è stato possibile costruirsi come punto di riferimento affidabile e credibile. Questo intervento ha contribuito soggettivamente alla costruzione della possibilità di quanto accaduto ieri, dimostrando tra l’altro che lo scontro tra sigle sindacali non interessa ai lavoratori e alle lavoratrici, che costruendo comitati unitari di lotta, in cui tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici si possano riconoscere, si creano le migliori condizioni per lo sviluppo del conflitto, rispondendo alla pressante domanda di unità che viene dal basso, dalla classe.

Si tratta di solo di un primo segnale, in un quadro ancora segnato dalla sconfitta, ma non è affatto isolato, tutt’altro: se consideriamo un contesto in cui le lotte operaie e del mondo del lavoro in generale stanno riprendendo fiato (la vicenda Alitalia, quella Almaviva e le lotte della logistica e del proletariato agricolo stanno lì a dimostrarlo), è un segnale che sarebbe sbagliato sottovalutare o derubricare a episodio minore.

Lavorare alla convergenza di queste lotte in un quadro unitario, dovrebbe essere l’obiettivo di tutte e tutti coloro che hanno a cuore le ragioni delle classi subalterne. Non ci sono ragioni di bottega che tengano.