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La Francia di Macron verso le legislative

di Fabrizio Burattini

Le elezioni legislative francesi del prossimo 11 giugno (per il primo turno, con il ballottaggio il 18) si svolgeranno in un contesto politico e istituzionale largamente inedito, segno del fatto che la politica neoliberale che caratterizza l’intera Europa è riuscita a mettere in crisi anche il collaudato sistema politico transalpino, che in passato era stato indicato come un esempio di stabilità e di governabilità, anche grazie alla costituzione iperpresidenzialista e autoritaria imposta da De Gaulle nel 1958.

Il voto si svolgerà all’ombra di Emmanuel Macron, giunto alla carica di presidente della repubblica (che in Francia assume appunto poteri senza molti paragoni, perlomeno in Europa occidentale) sulle macerie del bipartitismo tra socialisti e neogollisti che aveva organizzato il potere, perlomeno negli ultimi 40 anni.

Il Partito socialista che fu di François Mitterrand esce travolto dall’impopolarità della politica socialiberista di Hollande e Valls e ridotto, assieme al Partito neogollista dei Repubblicani, soprattutto dopo la nomina di Edouard Philippe a primo ministro, ad un terreno di caccia per il neopresidente. Il quale, peraltro, è anche capo di un partito inesistente fino a pochi mesi fa, quella “République en marche” (LRM) la cui fondazione è stata formalizzata nelle ultime settimane.

Il panorama politico elettorale è così sconvolto ed incerto che oltre un terzo dei 577 deputati uscenti (tra i quali anche figure note di tutti gli schieramenti) hanno rinunciato a ripresentarsi. Sembra, dunque, lecito prevedere che la nuova Assemblea nazionale sarà composta, in prevalenza da deputati neoeletti.

D’altra parte, le liste collegate al neopresidente Macron, che con molta probabilità risulteranno quelle con il maggior numero di eletti, ospiteranno solo un’esigua porzione di deputati uscenti. E’ noto il rifiuto di Macron e del suo staff di accogliere la richiesta di candidatura avanzata imprudentemente dall’ex premier Manuel Valls, che dunque è stato costretto a candidarsi come uomo senza partito, anche se LRM, per non infierire e (tenendo conto anche di tutta l’area “vallsista” proveniante dal PS) per garantirsi il suo sostegno, ha deciso di non presentare nessuno in contrapposizione all’ex primo ministro nella sua circoscrizione.

Ma il rinnovamento del panorama politico transalpino sarà più formale che sostanziale. I trascorsi politici di Emmanuel Macron sono noti: studente dell’ENA, poi banchiere di Rothschild & Co, e consigliere personale di Hollande, e infine potente ministro dell’Economia nel governo Valls. Solo una sapiente campagna mediatica è riuscita a presentarlo come un “uomo nuovo”, basandosi sulla sua età relativamente giovane e sul gossip attorno alla differenza di età con la sua compagna.

Per quel che riguarda il nuovo primo ministro Edouard Philippe, anche lui ha un passato parecchio navigato nella politica francese: nato in una famiglia comunista, anche lui allievo all’ENA, si iscrive alla corrente “rocardiana” del Partito socialista, prima di passare armi e bagagli all’UMP, il partito di destra di Alain Juppé, che successivamente, assieme ad altre formazioni politiche, avrebbe dato vita al partito neogollista dei Repubblicani che ha sostenuto per le presidenziali la candidatura di François Fillon.

Grazie al meccanismo delle “porte girevoli”, che anche in Francia consentono ai manager di riciclarsi in politica e viceversa, è stato per un certo periodo un alto funzionario del gruppo Areva, una potente multinazionale francese (svariati miliardi di euro di fatturato), attiva nel settore dell’energia nucleare. Philippe, in qualità di direttore delle relazioni pubbliche, curava l’attività di lobbing verso i suoi amici politici (passati e futuri) ed ha avuto un ruolo centrale nell’iniziativa per indurre il governo nigeriano a consentire ad Areva di mettere le mani sull’uranio di quel paese. Parecchie associazioni ambientaliste e antinucleari, non a caso, hanno espresso tutte le proprie preoccupazioni per il fatto che questa nomina indica la volontà di Macron di riprendere con decisione la strada verso un’ulteriore nuclearizzazione della Francia.

Anche gli attivisti mobilitati contro l’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes hanno denunciato le dichiarazioni molto esplicite di Edouard Philippe dei mesi scorsi che invocavano dal governo l’immediato avvio dei lavori per l’aerostazione, anche con l’uso della mano pesante contro le contestazioni. L’orientamento antiecologico del governo non sarà certo mitigato dalla nomina a ministro per la “Transizione ecologica e solidale” dell’ambientalista televisivo Nicolas Hulot.

Molto significativa per contraddire l’immagine “modernista” della politica di Macron è la nomina nell’importante incarico di ministro dei “Conti pubblici” di Gérald Darmanin, un deputato della destra repubblicana, molto impegnato nelle campagne contro i diritti delle/gli omosessuali.

D’altra parte, il nuovo governo Macron-Philippe, con i suoi ministri di provenienza disparata (repubblicani, socialisti, radicali, centristi, e della immancabile “società civile”…), è la testimonianza plastica della completa sovrapponibilità dei programmi politici di tutte le forze istituzionali nell’epoca dell’austerità.

A destra di Macron, si riaccende la concorrenza tra ciò che resterà del partito neogollista e il FN di Marine Le Pen, mentre alla sua sinistra il PS di Hamon darà battaglia per evitare la definitiva sparizione dalla scena politica, ma anche per preoccupazioni organizzative e sulle risorse. Il numero di deputati eletti nelle elezioni legislative garantisce infatti l’accesso alla spartizione della torta del finanziamento pubblico ai partiti, che ammonta ad oltre 60 milioni di euro annui. Il PS di Hollande (che nella precedente legislatura era il primo partito) ne riceveva oltre 25. I dirigenti del partito sanno bene che questa cifra è destinata a crollare, assieme alla capacità di tenuta del suo apparato.

Anche nella sinistra “radicale” la situazione non è delle migliori. Il successo della campagna di Jean-Luc Mélenchon e della sua “France insoumise” (è proprio il caso di dire “sua”, vista la gestione personalistica e centralistica imposta dal leader a FI) è stato innegabile, anche se è stata palpabile la sua delusione per non mancato l’accesso al ballottaggio per 600.000 voti. Ma le ambiguità di impostazione politica e di metodo che hanno informato la sua candidatura ora rischiano di inficiarne la prova alle legislative. L’obiettivo di fagocitare gran parte del PS è esplicito e legittimo, anche usando l’argomento del “voto utile”, presentando i candidati di FI come quelli che molto più efficacemente di quelli socialisti possono contrapporsi a quelli “macronisti” di LRM.

L’incertezza del panorama politico e del voto suggerisce a Mélenchon anche l’improbabile “sogno” di poter imporre al presidente di dover convivere con una maggioranza parlamentare imperniata attorno a FI, tanto da fare dichiarazioni ambiguamente paternaliste: “Le elezioni devono mostrare che esiste nel paese la volontà di temperare le follie del giovane presidente con l’apporto esperto di un saggio che conosce dove sta la felicità del popolo”… Dove, è ovvio, il saggio esperto sarebbe proprio Mélenchon. Il modello sarebbe quello imposto dal PS con la “coabitazione” tra il presidente gollista Chirac e il primo ministro socialista Jospin nel periodo 1997-2002, presentato da Mélenchon come “uno dei momenti più positivi della vita dell’economia francese”. In effetti, Mélenchon di quel periodo ricorda di essere stato vice ministro per l’insegnamento professionale, ma dimentica che la furia privatizzatrice e liberista del governo Jospin preparò la strada al primo exploit del Fronte nazionale, che alle presidenziali del 2002 arrivò per la prima volta al ballottaggio con Jean Marie Le Pen padre.

Per arrivare a ciò, Mélenchon vuole anche tentare di azzerare la presenza parlamentare del PCF, formalmente il suo principale alleato durante la campagna presidenziale, ma che per non soccombere organizzativamente di fronte al centralismo della FI e per difendere, almeno in parte, i suoi 3 milioni di euro di finanziamento pubblico, ha dovuto presentare propri candidati in alternativa a quelli della France Insoumise. Alcuni dirigenti del PCF hanno già alzato la bandiera bianca, chiedendo (e ottenendo) la candidatura nelle liste di FI, prevedendo, evidentemente, il rischio di sparizione del partito. Il PCF, presentando circa 400 candidati, ha stretto un patto di desistenza reciproca con un’ottantina di altri candidati di altre forze di sinistra (la formazione trotskista libertaria di Ensemble!, i Verdi di EELV, e altri gruppi indipendenti di sinistra).

Da parte di Mélenchon, nessuna dichiarazione che cercasse di costruire un percorso realmente unitario di tutto ciò che si contrappone a Macron da sinistra. Le liste della France Insoumise sono state tutte meticolosamente e personalmente costruite da Mélenchon, presentando candidati scelti in base al fatto di risultare sufficientemente “ribelli” ma non tanto da poter obbedire al padre-padrone.

Dunque, il contesto si presenta nuovo ed incerto per tutti, anche per le/gli anticapitaliste/i.

Il programma politico del giovane neopresidente è peraltro molto esplicito. Per lui, la Loi travail non è stata che un primo passo e ha promesso (ai suoi grandi elettori, evidentemente) di imporre, checché ne pensi la futura maggioranza parlamentare, numerosi altri decreti per riformare ulteriormente il diritto del lavoro. E questa sua intenzione è totalmente confermata dalla nomina a ministro del Lavoro di Muriel Pénicaud, ex direttrice delle “risorse umane” di numerose grandi aziende (Dassault, Danone, ferrovie francesi, Orange…).

Diversamente dai suoi predecessori, Macron non promette una politica che contrasti la disoccupazione di massa. La ricetta che propone è totalmente ideologica e punta a presentare la propria persona, o perlomeno quello che ne è percepito dalle ricostruzioni mediatiche, come un modello: il “successo personale”, che però, per le grandi masse impoverite o senza lavoro si traduce nell’invito a farsi imprenditore di se stesso, ad autoassumersi come tassista di Uber…

Sul piano istituzionale, forte della crisi del sistema politico, cercherà di spingere in senso ancor più presidenzialista, mettendo, maggiormente di quanto siano riusciti a fare Hollande e Sarkozy, la propria persona in una posizione “monarchico bonapartista”, peraltro ben simboleggiata dal piglio napoleonico della sua marcia nella spianata del Louvre la sera della sua elezione.

Sul piano della UE, il suo slancio “europeista” fa sì che nel suo discorso non ci sia il più pallido riferimento neanche ad una revisione dei trattati, ma il proposito di approfondire la costruzione dell’Europa del capitale. La visita ad Angela Merkel di qualche giorno fa rilancia, anche dopo la fine dell’epoca Hollande, l’asse franco tedesco, assegnando sempre più alla Germania il ruolo chiave nella gestione dell’economia, mentre la Francia, soprattutto dopo la Brexit inglese, si riserva il ruolo di principale potenza militare della UE.

Invece, la disoccupazione di massa continua a crescere anche in Francia, con tante chiusure di aziende e, dunque, con una sempre maggiore precarietà del tessuto sociale, che, in assenza di una sinistra forte e capace di rappresentare veramente una valida alternativa, ha fatto e fa montare il sostegno al FN di Marine Le Pen e tutto lo strascico di razzismo e sciovinismo che ciò comporta. La forza politica di questa corrente è stata testimoniata dai risultati delle presidenziali ma va ben al di là dei numeri. La penetrazione culturale e organizzata del FN nelle forze di polizia e nell’esercito costituisce in sé una fonte di rischi gravi per la democrazia e, soprattutto, per quella parte di popolazione che il razzismo mette sempre più ai margini della società.

La divisione sindacale è un dato ormai strutturale, con una CFDT intrinsecamente interna alla politica neoliberale padronale e governativa e un fronte sindacale di sinistra (CGT, FO, US Solidaires) che si è dimostrato largamente incapace di gestire lotte coerenti e vincenti.

A sinistra della sinistra, la campagna presidenziale di Philippe Poutou e del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA, che ha ottenuto l’1,1%), ha posto con efficacia i termini veri delle questioni: la disoccupazione, il razzismo, la corruzione delle élite, ma non è riuscita ad apparire un’alternativa elettorale sufficientemente credibile. Ha comunque accresciuto significativamente la legittimità e il radicamento delle idee dell’anticapitalismo nelle aziende e nei quartieri.

Disgraziatamente, la direzione nazionale di Lutte Ouvrière (che nelle presidenziali ha raccolto lo 0,6% sulla candidatura di Nathalie Arthaud) non ha accettato la proposta del NPA di suddividersi le circoscrizioni per evitare di avere candidati contrapposti, ma nonostante questo il NPA darà indicazione di voto per i candidati di LO, nelle circoscrizioni nelle quali non ha presentato propri candidati. Il NPA, dunque, vista l’impraticabilità di fronti unitari di opposizione a Macron da sinistra, ha presentato un centinaio di candidati in altrettante circoscrizioni per le legislative, con il proposito di costruire una campagna che sia il proseguimento e il consolidamento nei territori di quella delle presidenziali, stavolta attorno a tanti “piccoli Poutou”, ferrovieri, infermieri, operai e impiegati anticapitalisti.

Le parole d’ordine saranno: “Macron, il presidente dei padroni, non merita di avere un periodo di tregua, no ai suoi decreti, no allo stato d’emergenza, no alla repressione, no all’aeroporto di Notre Dame-des-Landes…”.