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Appunti sparsi sul congresso di Rifondazione comunista

I nodi da sciogliere del Prc nel X congresso

 

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di Franco Turigliatto

Si svolge in questi giorni il congresso nazionale di Rifondazione comunista. A tutte le compagne e i compagni del PRC rivolgiamo un fraterno saluto, l’augurio di buon lavoro e di un impegno comune a fianco delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori.

Al di là delle divergenze politiche e strategiche anche profonde tra le nostre due organizzazioni, (il più delle volte non comprese, o che non si vogliono comprendere da parte di tante/i iscritti e dirigenti del PRC), e al di là del significativo ridimensionamento numerico subito da questo partito, Rifondazione rimane la forza della sinistra con il maggior numero di militanti, molte volte generosamente impegnati in difficili iniziative sociali e battaglie politiche. E’ un merito aver retto all’impegno politico di fronte alle sconfitte movimento dei lavoratori e ai troppi errori compiuti dal partito stesso e dalle forze della sinistra più in generale.

La costruzione nel nostro paese di un processo di aggregazione di forze anticapitaliste e rivoluzionarie di cui si sente tanto la necessità per fronteggiare le politiche delle classi dominanti in Europa e alla barbarie che la dirompente crisi del capitalismo dispiega nel mondo, deve coinvolgere queste compagne e compagni; per riuscirci serve più che mai un rilancio delle lotte e delle mobilitazioni operaie e sociali a cui dobbiamo lavorare tutti coerentemente e con pazienza.

 

Il cammino lungo del PRC

La storia del PRC è ormai superiore al quarto di secolo e la sua azione e le sue scelte hanno segnato alcuni passaggi cruciali dello scontro di classe nel nostro paese. Il PRC, costituitosi con forze provenienti dal vecchio PCI (in larga maggioranza) e dalla vecchia estrema sinistra, ha avuto una traiettoria fortemente condizionata sul piano politico ed organizzativo dal retaggio “comunista togliattiano”; questo partito, tuttavia, ha avuto la possibilità in due momenti topici di operare la rifondazione comunista auspicata, cioè un profondo rinnovamento politico strategico e di inserimento sociale che gli permettesse di diventare veramente l’alternativa per la classe lavoratrice e per le nuove generazioni.

Il primo si è prodotto poco dopo la sua nascita, quando tutto era in discussione al suo interno e il paese era ancora percorso da grandi movimenti operai con una fitta rete di delegati nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro (molti dei quali aderivano o guardavano con simpatia al PRC), che non accettavano passivamente le posizioni delle burocrazia, prendevano iniziative di lotta e avanzavano proposte alternative; ma il partito, proprio a partire dalla fondamentale questione sindacale, non fu capace di utilizzare quei movimenti per un radicale rinnovamento.

La seconda si è collocato a cavallo del secolo quando si delineò la possibilità di fare un passo in avanti qualitativo nella costruzione dei movimenti contro le politiche liberiste della globalizzazione capitalista e dell’Unione europea e nella rifondazione di un soggetto rivoluzionario che integrasse le nuove forze giovanili espresse dal movimento di massa. Serviva allora una Rifondazione della Rifondazione, una costituente aperta e democratica che potesse integrare le nuove forze vive dei giovani con le forze dinamiche del “vecchio movimento operaio”. Ma forse era una rivoluzione copernicana impossibile per quel partito; in ogni caso non venne neppure discussa e tanto meno tentata, ancorché qualcuno l’avesse proposta nella direzione del partito. Una chance ulteriore fu data dal referendum sull’estensione dell’articolo 18, ma la scelta del gruppo dirigente fu di investire i dieci milioni di voti ottenuti in un improbabile ed illusorio condizionamento governativo del centro sinistra per il rilancio su larga scala delle politiche riformiste keynesiane. Sostenne questa scelta del congresso di Venezia non solo l’area Bertinotti, ma anche, con estrema convinzione, la componente di sinistra del suo schieramento che oggi è alla direzione del PRC.

E fu la corsa verso la subordinazione alle politiche dell’austerità, degli interventi militari dell’Italia e della guerra, la corsa verso il baratro. L’inevitabile fallimento del governo Prodi fu la catastrofe della sinistra che lo aveva sostenuto che subì una durissima sconfitta elettorale; ma esso segnò anche la fine delle speranze dei lavoratori in una situazione sociale ed economica sempre più drammatica con un profondo arretramento della coscienza di classe e l’emergere negli anni successivi della “alternativa” interclassista del Movimento 5 Stelle. Una sconfitta politica e sociale di quella dimensione non poteva non avere come conseguenza l’estrema frammentazione delle forze della sinistra, ulteriori ripiegamenti moderati da parte di alcune di loro e si è ripercosso negativamente anche su quelle forze che pure avevano difeso una linea politica di opposizione e di alternativa al centro sinistra con lucida consapevolezza del baratro in cui si stava infilando il partito.

Da questa storia emerge la Rifondazione attuale con i suoi limiti politici e la sua nuova dimensione organizzativa, ma anche con la sua volontà di continuare a battersi evocando la prospettiva comunista.

 

Una dialettica congressuale che va oltre i due documenti

Il dibattito congressuale presenta due documenti contrapposti; in realtà la dialettica politica interna al partito è assai più complessa; i corposi emendamenti presentati da alcuni compagni all’organico e ben costruito documento 1, esprimono una lettura e un approccio complessivamente assai diversi dal testo base, nei fatti una diversa linea politica.

Anche il secondo documento è attraversato da due sensibilità sovrapposte, una “identitaria”, l’altra “libertaria” che si esprimono e sovrappongono in diverse parti del testo: da una parte l’impostazione partitista forte di compagne e compagni che avevano già animato la mozione 3 del precedente congresso e dall’altra il contributo innovativo espresso dalla deputata europea Eleonora Forenza, che pone l’accento sul rinnovamento e sui movimenti sociali. Le/i firmatarie/i di questo documento criticano la scelta maggioritaria dei documenti contrapposti, ritenendo che un congresso a tesi avrebbe meglio rappresentato la complessità della dialettica interna. In particolare contestano il continuismo politico e di funzionamento della direzione del partito e la sua incapacità ad avere una visione critica del percorso di Rifondazione.

Premettiamo che condividiamo larghe parti analitiche dei testi del congresso ed anche moltissimi contenuti ed obiettivi di lotta e di lavoro sociale che vengono proposti e sui quali più che mai siamo disponibili a convergenze operative e politiche concrete. Queste convergenze che riteniamo assai positive, evidenziano però contemporaneamente alcune divergenze politiche strategiche sulle quale vogliamo richiamare l’attenzione per operare un utile confronto.

 

Condivisioni e divergenze strategiche

Il primo documento rivendica la necessità del socialismo in alternativa al capitalismo e alla sua barbarie, rivendica quindi la capacità di Rifondazione di non essersi piegata ai venti dominanti, ma di aver continuato a difendere la prospettiva del comunismo e di aver unito la scelta netta dell’antistalinismo con l’ispirazione libertaria e democratica e la necessità della ricerca politica continua soprattutto per affrontare il tema della trasformazione sociale nei paesi a capitalismo avanzato.

Nello stesso tempo contesta l’ideologia borghese della “scarsità”, mettendo in luce il carattere contradditorio dello sviluppo delle forze produttive, la natura della crisi come crisi di sovraproduzione, rilevando che tutti questi elementi creano le condizioni materiali, ancor più di 100 anni fa, per la costruzione di una società socialista.

Non possiamo che condividere gran parte di queste considerazioni così come l’analisi della controffensiva neoliberista in corso in Europa e nel mondo ormai da più decenni.

Tuttavia ci sono parecchi elementi analitici e strategici nel testo alquanto dubbi.

In primo luogo si parla sempre del capitalismo in termini astratti, utilizzando le categorie economiche, ma la borghesia in quanto classe non viene quasi mai richiamata, tanto meno lo stato borghese e il ruolo centrale che esso ha nella gestione e mantenimento del dominio del capitale; e questo vale ancor più nella individuazione di quanto sta avvenendo oggi con le politiche dell’Unione Europea, cioè l’estrema determinazione delle classi dominanti a sviluppare una offensiva economica, sociale e politica storica decisiva contro le classi lavoratrici.

In secondo luogo l’individuazione delle responsabilità delle direzioni del movimento operaio (si parla genericamente di errori) resta pallida, incapace di comprendere il ruolo chiave che hanno giocato nella gestione diretta delle politiche di austerità. Non sono parte in causa, ma causa diretta delle sconfitte del movimento dei lavoratori.

In terzo luogo più volte nel testo, a partire dalla descrizione della fine del periodo keynesiano, si “rimpiange” che non sia stata data una risposta alla crisi capitalista nel senso di una socializzazione dell’economia. Ma chi doveva darla questa risposta? Le stesse classi borghesi e/o i suoi rappresentanti politici? Le forze riformisti ad esse infeudate? Un indistinto processo sociale espresso nella formula “dalla concorrenza alla cooperazione”? Difficile pensare che la socializzazione dell’economia non dipenda strettamente da un atto rivoluzionario della classe lavoratrice, una “presa del potere” che comporta lo scontro con gli assetti proprietari della borghesie e quindi del suo stato.

Senza questi chiarimenti strategici di fondo, nonostante tutte le buone intenzioni i discorsi sul socialismo e comunismo rischiano di restare una litania della domenica.

 

Il ruolo della Costituzione

In quarto luogo, dalle ambiguità prima richiamate il documento 1 arriva facilmente a una conclusione quasi incredibile: si confonde infatti l’ importante battaglia per la difesa dei diritti democratici espressi dalla carta costituzionale e la vittoria ottenuta il 4 dicembre con l’assunzione in cielo della costituzione stessa, che diventerebbe nientemeno che il programma transitorio per il socialismo. E’ una buona costituzione democratica borghese (per altro già fortemente modificata nel tempo), ma è pur sempre la costituzione di una società e di uno stato capitalista che ha garantito per decenni il dominio della borghesia. Questa oggi vuole costituzioni ademocratiche, ma è una assurdo pensare di tornare agli anni 50.

Nel capitolo “L’attuazione della Costituzione come programma di transizione” si legge:

Il costituzionalismo democratico che si è affermato nella seconda metà del ‘900, rappresenta per noi, il riferimento fondante di un programma di transizione”.

Siamo di fronte alla riproposizione della linea delle democrazia progressiva elaborata dal PCI di Togliatti nel secondo dopoguerra, con risultati non certo eclatanti. Solo le grandi lotte degli anni 60 e 70 avrebbero messo in discussione il sistema.

Questa interpretazione della Costituzione non è solo della maggioranza del PCI, ma attraversa un po’ tutte le posizioni che si esprimono nel dibattito: un grosso punto di accordo strategico di tutte le anime del partito.

Infatti il condizionamento esplicito od implicito, più o meno forte, del pensiero togliattiano continua ad operare in quasi tutte le forze della sinistra italiana, compresi i soggetti che pure attraverso la sinistra rivoluzionaria degli anni’70 erano stati critici delle posizioni del PCI.

 

Il crocevia di dieci anni fa

In quinto luogo il testo maggioritario non contiene un’analisi critica delle vicende concrete di Rifondazione e in particolare delle scelte operate dieci anni fa con il governo Prodi, che sono alla base della crisi profonda del partito che ne ha trasformato radicalmente la struttura politica e il suo impatto nella società: centomila iscritti o 15 mila iscritti significano due soggetti diversi.

Su questo tema alcune autocritiche generiche erano state fatte in precedenza e più recentemente il segretario aveva riconosciuto chiaramente il gravissimo errore compiuto con il governo Prodi: perché questo ripensamento non è stato ripreso nel testo? Ma ancor più, perché il segretario riconosce l’errore di dieci anni fa e nello stesso tempo difende, insieme a gran parte del partito, le scelte del governo Tsipras di gestire il terzo memorandum voltando le spalle alla vittoria dell’OXI del luglio del 2015. In realtà, pur nelle grandi differenze, – il dramma italiano di dieci anni fa e la tragedia greca di oggi -, c’è dietro una medesima impostazione politica riformista: l’incapacità e la non volontà nei momenti decisivi dello scontro di classe di operare le rotture necessarie con gli assetti capitalisti; un certo tipo di formazione politica spinge a non rompere le compatibilità borghesi e a ripiegare nella subordinazione alle politiche della borghesia.

L’interpretazione della vicenda greca da parte della direzione di Rifondazione e il sostegno che continua a dare a Tsipras, al di là dei propositi enunciati e del proclamarsi alternativi al PD non danno alcuna garanzia di coerenza politica; anzi c’è quasi la certezza che se si riproducessero avvenimenti simili si produrrebbero anche le stesse scelte fallimentari ed opportuniste. Occorre subito precisare che su questo terreno il secondo documento fornisce un’analisi diversa, assai critica di quella esperienza e delle politiche che il popolo greco subisce sotto il secondo governo Tsipras, esprimendo anzi un forte preoccupazione sulla dinamica politica che stanno portando la Sinistra Europea a ricercare nuove convergenze con la socialdemocrazia.

 

L’analisi internazionale: generica o non pervenuta

In sesto luogo esprimiamo la nostra profonda insoddisfazione sull’analisi della situazione internazionale che resta assai banale e consueta nella descrizione dell’imperialismo senza saper individuare il ruolo dei diversi imperialismi oggi in campo ed anche quello particolare delle classi dominanti locali, ma anche con pesanti lacune per quanto riguarda il dispiegarsi dei movimenti di massa. Sul Medio Oriente in particolare ci troviamo di fronte a una non analisi; le rivoluzione arabe sconfitte dalle diverse forze controrivoluzionarie (per altro non individuate adeguatamente) sono derubricate a “quelle che erano state definite le primavere arabe”: una formula deprimente che nasconde le persistenti analisi “campiste”. Inutile cercare qualche vaga denuncia del ruolo di un boia come Assad e della Russia.

Purtroppo sul tema internazionale anche gli altri contributi al dibattito congressuale non vanno molto oltre, esprimono una generica continuità di lettura e qua e là riaffiorano vecchie e nuove posizioni campiste.

Il dibattito sull’Unione Europea

Molto più compiuta è invece la parte dedicata alla crisi europea dove si possono condividere molti elementi analitici ed interpretativi, ma che comporta anche scelte strategiche molto più precise e chiare di quelle fornite dai testi.

La questione dell’Euro e dell’Unione Europea è infatti diventata centrale nel dibattito italiano. E’ centrale quindi anche per Rifondazione e non c’è da stupirsi che siano presenti diverse posizioni che si intersecano all’interno dei due schieramenti principali.

Nel dibattito italiano sono presenti tre posizioni; la posizione euroriformista che vuole un’Europa unita democratica e sociale, sperando di poter cambiare l’attuale Unione Europea: si riferiscono a questa posizione sia quelli che sinceramente si battono per una sua improbabile riforma sia quelli che la affermano a parole, ma che nei fatti hanno sostenuto e sostengono le scelte della governance capitalista europea.

La seconda posizione sostiene giustamente la irriformabilità dell’Unione Europea come strumento del capitalismo, arrivando però alla conclusione che la soluzione possa essere trovata ripiegando sullo stato nazionale e sul recupero della sovranità per cui diventa centrale e prioritaria l’uscita dall’Euro.

La terza posizione, la nostra, è quella internazionalista e di classe che certo considera non riformabile la UE, ma mette al centro la lotta contro la politica di austerità e le classi dominanti, che contrappone all’Europa dei padroni, quella delle classi lavoratrici, che combina il lavoro per lo sviluppo delle lotte nazionali, con il coordinamento e l’unità al di sopra delle frontiere. La rottura può avvenire in un singolo paese, ma il progetto deve essere sempre quello di operare per una ricomposizione internazionale delle classi lavoratrici, senza il quale nessuna esperienza emancipatrice potrà avere successo.

Nel PRC le prime due posizioni si mescolano variamente; la direzione di Rifondazione sostiene la necessità di non obbedire ai trattati europei, ma molte volte il suo orientamento sembra ricadere dentro la concezione euroriformista; il suo sostegno a Tsipras confonde ancor più le carte in senso negativo.

Rileviamo che solo la tesi A del secondo documento è quella che vuole porsi maggiormente in un ottica di alternatività e di internazionalismo, per uscire dagli schematismi e dalle ambiguità.

Resta in fatto che in nessuno dei testi presenti è avanzata con adeguata nettezza la necessità di rompere le compatibilità capitaliste e di fare incursioni nella proprietà borghese, per cercare di affrontare la crisi capitalistica e il livello di scontro in atto.

 

Terreni comuni di mobilitazione e lotta

Nel testo della maggioranza come in quello della minoranza e in vari emendamenti ci sono invece una gran numero di contenuti, di obbiettivi di lotta, di richiami alla necessità di mobilitazioni sociali e rivendicative sia economiche, sia di difesa dei diritti e dell’ambiente ecologiche, che condividiamo e che sono alla base delle convergenze reali possibili e necessarie. Su questo dobbiamo costruire un lavoro unitario.

In particolare la centralità della battaglia per l’occupazione e quindi della lotta per la riduzione dell’orario di lavoro è fortemente sviluppata nel primo testo, ma è egualmente presente nel secondo testo e negli emendamenti; è quindi una preoccupazione di tutto il partito.

E’ anche la nostra preoccupazione. Perché allora non costruire una vasta campagna unitaria di sensibilizzazione di massa, una agitazione permanente sui luoghi di lavoro e in tutto il mondo del precarietà e beninteso tra i disoccupati? Perché non condurre una battaglia permanente come fu fatto per le 8 ore all’inizio del ventesimo secolo, costruendo iniziative a tutti i livelli nazionale e locali? Perché non costruire comitati locali e un comitato nazionale come è stato fatto per il referendum?

 

E il sindacato?

E’ probabile che su questo terreno si andrebbe ad impattare anche con gli apparati sindacali conservatori. Nei vari contributi presenti nel dibattito sul tema del rapporto tra l’attività del partito e i sindacati viene avanzata infine qualche critica alle direzioni sindacali. Dobbiamo dire che ci sembra ancora in misura minima e anche poco credibile vista la prassi del partito di subordinazione alle burocrazie della CGIL, nel primo documento; con più convinzione nel secondo e con molta forza nell’emendamento di Dino Greco. Peccato che poi i compagni che lo sostengono abbiamo firmato anche gli emendamenti che più esplicitamente si richiamano alle vecchie concezioni del PCI degli anni ’50.

Poniamo quindi due domande correlate al PRC nel suo insieme: qual è l’apporto che il partito e i suoi militanti nei luoghi di lavoro vogliono dare alla ricostruzione di un sindacalismo di classe, così necessario proprio per le analisi svolte nei testi? Che apporto si vuole dare per favorire l’unità del sindacalismo di base e la costruzione di una vasta area di opposizione dentro la CGIL? Ci auguriamo che il congresso dia buone risposte.

 

Alcuni elementi sul secondo documento

Questo testo parte dalla necessità di introdurre una forte discontinuità nella dinamica politica del partito e nel suo funzionamento, rimproverando al gruppo dirigente maggioritario la non volontà di assumere un’analisi critica delle debolezze politiche ed organizzative del partito, compresa l’incapacità di gestire la “dicotomia basso contro l’alto” Se da una parte è stato giusto camminare in direzione “ostinata e contraria” il documento di minoranza chiede che il partito si interroghi sul perché le sue buone ragioni non abbiano trovato un’eco più larga e non siano riuscite a produrre conflitto.

Di qui una particolare attenzione dedicata al conflitto sociale, all’autoorganizzazione, alle strutture consiliari, una proposta di programma assai vasto con particolare riferimento anche alla questione meridionale e alla necessità di connettere conflitti e città ribelli, a partire dal rifiuto dei vincoli di bilancio.

Ne deriva anche un forte critica alle aggregazioni politiciste che hanno dominato le scelte passate del partito e che ancora oggi vengono riproposte e così anche alle ambiguità presenti nella proposta dell’unità delle forze antiliberiste”. Il vero lavoro politico unitario può consistere solo nella ricostruzione del blocco politico e sociale. Si ipotizza anche la necessità di indicare una prospettiva politica concreta nell’obbiettivo della piena applicazione della Costituzione de 48 che possa proseguire poi nella battaglia contro il Jobs Act.

Di difficile comprensione un passaggio poco più oltre. “La rifondazione comunista oggi non può essere solo la riaffermazione della rottura con lo stalinismo; né solo l’incontro tra marxismo e culture critiche (come si diceva già decenni fa nel Pci). La rifondazione comunista è un processo teorico-pratico continuo.”

Più convincente invece la critica al capitalismo:” l‘unica via d’uscita a sinistra da questa crisi non si pone dentro le compatibilità di questo sistema, ma nell’uscita dal capitalismo stesso e nell’adozione di un nuovo modello sociale e di produzione”.

 

Prima di affrontare l’ultima questione, quella della costruzione del soggetto politico, vogliamo infine rilevare che tutti i documenti contengono una critica serrata del M5S e delle posizioni del PD, così come viene data la necessaria attenzione al fenomeno e al ruolo dei migranti, ma che soprattutto valorizzano pienamente il movimento più importante e significativo che si è espresso in questo ultimi mesi in Italia e nel mondo, quello delle donne che ha dato vita a due grande giornate di mobilitazione e lotta, quella del 26 novembre 2016 e quella più recente dell’8 marzo.

 

Il soggetto politico

Qual è la proposta di soggetto politico, di partito che viene avanzata nei testi? Che tipo di forza politica manca nel paese e come costruirla? Rifondazione può considerarsi sufficiente?

Il vuoto che c’è in Italia di una sinistra di alternativa credibile così come la mancanza di processi sociali e politici come quelli che hanno portato alla formazione di Podemos nello stato spagnolo, sono evidente a tutti.

Così come dovrebbe essere chiaro che l’azione unitaria delle forze della sinistra per una mobilitazione di massa contro le politiche dell’austerità del governo e dell’Unione europea, sia un elemento indispensabile per cercare di sbloccare la situazione anche sul piano soggettivo.

La proposta della sinistra di alternativa avanzata dalla maggioranza di Rifondazione è apparentemente un’idea di buon senso, ma in realtà risulta confusa. Il documento di minoranza l’accusa di politicismo reiterato. Essa si presenta non solo come una coalizione elettorale o fronte unico di forze su determinati contenuti, la cui dimensione delimitata antiliberista potrebbe anche essere comprensibile, ma vuole essere un qualcosa di più , un soggetto politico pieno, ma con un programma limitato all’antiliberismo.

Nello stesso tempo viene confermata la centralità del soggetto Rifondazione in quanto portatrice del progetto comunista. Non credo possa sfuggire a nessuno che il rischio della vecchia dicotomia tra pratiche quotidiane riformiste moderate ed anche opportuniste (che vediamo dispiegate molte volte a livello locale) e propaganda domenicale su un lontano futuro comunista, incombe.

Domanda pregiudiziale: siete disponibili a reggere fino in fondo e a tutti i costi, cioè indipendentemente dal sistema elettorale con cui si voterà, le “attrazioni fatali” di quelli che sono usciti dal PD, che sono stati (e lo sono ancora con il governo Gentiloni) i gestori delle politiche di austerità in tutti questi anni, quindi diretti responsabili dello sfracello sociale in cui si trovano le classi lavoratrici nel nostro paese?

Domande plurime: Rifondazione ritiene o meno che sia necessario la costruzione di una nuova forza anticapitalista e rivoluzionaria che abbia come obbiettivo strategico oggi e non in un indistinto futuro, la rimessa in discussione degli assetti capitalisti? E’ disponibile o meno a fare dei passi in avanti nella costruzione di una coalizione di forze anticapitaliste? Ritiene che lo strumento che essa rappresenta oggi sia già autosufficiente oggi? E’ disposta a rimettersi eventualmente, prima o poi, in discussione per costruire un nuovo partito con un programma definito, anticapitalista, di rottura e di transizione al socialismo?

Queste domande le rivolgiamo anche alle compagne e ai compagni del secondo documento che sostengono che il partito o è sociale, oppure partito non è. Anche a loro chiediamo se ritengono che il partito esistente già sia lo strumento compiuto e che occorra solo rinnovarlo a fondo, oppure se non respingono e sono disponibili a un processo di riaggregazione di forze anticapitaliste? Certo fino ad oggi hanno temuto la dissoluzione (oggi esclusa formalmente da tutte le componenti) verso destra di Rifondazione, difendendo la primazia del partito, ma è anche vero che la crisi delle forze di sinistra chiama anche loro a rispondere a questo interrogativo politico.

 

Buon lavoro ancora compagne e compagni