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60 anni di Ue bastano. Riprendiamoci l’Europa

Verso le manifestazioni del 25 -26 marzo. Due diverse proposte politiche ma serve una alternativa internazionalista alla crisi dell’Europa

di Franco Turigliatto

Il prossimo 25 marzo i capi di Stato e di governo, cioè i rappresentanti delle classi capitalistiche dell’Unione Europea, si ritrovano nella capitale italiana per festeggiare il 60° anniversario dei Trattati di Roma, il primo mattone del progetto di unificazione capitalistica del continente.

Costoro sono i diretti responsabili delle condizioni gravissime in cui versano le classi lavoratrici e i popoli dell’Europa, sottoposte da anni a un’offensiva capitalista volta a distruggere i diritti sociali, democratici e salariali conquistati con le mobilitazioni e le lotte.

L’Unione Europea, che le borghesie dirigono attraverso la Commissione Europea, la Banca centrale e il Consiglio Europeo, è stata costruita a difesa degli interessi padronali, dei profitti e delle rendite finanziarie; è oggi l’Europa della precarietà e della povertà dilagante, di decine di milioni di disoccupati, dei giovani privati del loro futuro. E’ anche l’Europa che interviene militarmente in Africa e in Medio Oriente, che costruisce, per terra e per mare, i muri per respingere, abbandonare, lasciare morire coloro che fuggono le guerre e la fame. E’ l’Europa che, così facendo, alimenta ogni giorno le ideologie più reazionarie: il razzismo, la xenofobia, il fascismo e ogni sorta di nazionalismo.

Il progetto capitalista di unità europea è scosso da grandi contraddizioni e da una crisi profonda che la grande stagnazione economica internazionale ha ancor più accentuato e che porta alla ribalta personaggi come la Le Pen o come il nostro Salvini, specialisti nel predicare l’odio contro i più deboli e i migranti; costoro lavorano per dividere le classi lavoratrici a vantaggio del capitale.

Le classi lavoratrici sono disorientate, molte volte divise, non hanno trovato né i sindacati né le forze tradizionali della sinistra che proponessero un’alternativa al neoliberalismo e li aiutassero ad organizzarsi per reggere l’offensiva padronale.

Anzi le socialdemocrazie e il centro sinistra sono stati i gestori diretti delle politiche di austerità e le grande organizzazioni sindacali hanno lasciato che le conquiste dei lavoratori andassero distrutte ad una ad una in nome della competitività dei propri padroni nazionali. Mentre i capitalisti si davano strumenti a livello europeo per combattere le classi popolari, i burocrati sindacali nulla hanno fatto per costruire l’organizzazione internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori, recitando stancamente vuote litanie sulla necessità di una dimensione sociale dell’Europa, quando proprio le conquiste sociali precedenti erano rimesse in discussione a tutti i livelli.

E’ giusto e necessario che a Roma il 25 marzo non si ritrovino solo i capi di Stato a “festeggiare” la loro Europa, ma che scendano in piazza tutte e tutti le/gli oppresse/i e le/gli sfruttate/i, che stanno pagando il duro prezzo delle loro politiche.

Tutte e tutti a Roma dunque per combattere i potenti dell’Europa e le politiche dell’austerità, contro il fascismo e il razzismo, per l’unità delle classi lavoratrici, di tutti gli sfruttati e in fratellanza con i migranti.

Due manifestazioni a Roma

Diverse forze politiche, sindacali ed associative hanno organizzato per quella data una serie di mobilitazioni e di incontri per discutere sul futuro dell’Europa con impostazioni e proposte politiche anche diverse.

E’ questa la ragione per cui il 25 marzo ci saranno due distinti cortei, convocati su piattaforme politiche diverse. Noi avremmo voluto che questa divisione in piazza non ci fosse, che, come in passato, per esempio nelle mobilitazioni del social forum, nel quadro di specifiche e legittime iniziative delle diverse forze, ci fosse però anche un momento comune di opposizione alle politiche del Consiglio Europeo. All’interno di una manifestazione unitaria ognuno avrebbe poi potuto esplicitare le proprie parole d’ordine specifiche.

Così non è stato.

Da un a parte si ritrova un vasto schieramento che comprende le tre Confederazioni sindacali e il Cobas, l’Arci, il Forum dell’Acqua, tantissime associazioni democratiche ed europeiste, Sinistra Italiana e Rifondazione, nonché il PCF francese e la Sinistra Europea intorno allo slogan “La nostra Europa, / unita, Democratica, solidale” che darà vita a un corteo con partenza alle ore 11 da piazza Vittorio per arrivare al Colosseo. Questo schieramento organizza il 24 incontri e dibattiti all’Università di Roma.

Dall’altra parte si è formato un cartello costituito dalla Piattaforma sociale Eurostop, dall’USB e Unicobas, da diverse strutture sociali associative e di movimento, da alcuni centri sociali e dal PCI. Aderiscono militanti di diverse forze politiche, tra cui Rifondazione, con firme individuali. Questo cartello rigetta le politiche dell’austerità e ha come asse politico la rivendicazione dell’Italexit, cioè l’uscita dell’Italia dall’Euro, dalla UE e dalla Nato. Il corteo partirà alle 14,30 da Piazza della Repubblica.

Due diverse proposte politiche

Le impostazioni dei due cartelli ci paiono entrambe limitate ed anche sbagliate nelle loro concezioni strategiche.

Il primo schieramento sconta in primo luogo la presenza di forze sindacali e sociali che portano gravi responsabilità avendo, sotto varie forme, sostenuto od avallato le politiche dell’austerità europee e del governo italiano; in ogni caso non le hanno mai combattute veramente. In diverse associazioni c’è la richiesta genuina, ma illusoria, di una riforma sociale e democratica dell’Unione Europea. Rifondazione che pure afferma la necessità di non rispettare i trattati europei è come al solito prigioniera delle sue ambiguità politiche e delle sue pratiche compromissorie che la portano a difendere ancora oggi le scelte del governo Tsipras.

La piattaforma politica dello schieramento esprime la necessità certo positiva di costruire un’altra Europa basata su principi democratici e sociali, ma dimentica di individuare i responsabili di quanto sta avvenendo, gli avversari di classe contro cui combattere senza alcun tentennamento. In realtà siamo di fronte a una richiesta avanzata ai potenti, ai capitalisti, di un cambio d’indirizzo, di un ritorno alle politiche keynesiane, che non ha alcuna possibilità di essere accolta.

Questo euroriformismo è pura illusione, è una strada già percorsa in questi anni che ha portato solo sconfitte ed arretramenti. E’ anche la foglia di fico con cui tanti dirigenti sindacali e politici pensano di salvarsi l’anima dai loro opportunismi.

Nell’altro schieramento prevale giustamente la volontà di contrapporsi con la lotta sociale ai capitalisti e alle leggi dell’Unione Europea, individuando però come obiettivo centrale e taumaturgico l’uscita dell’Italia dall’euro. Il ritorno alla moneta nazionale prende il sopravvento sulla stessa centralità della lotta all’austerità nella speranza che questo obiettivo dia credibilità di massa alle forze di sinistra che la avanzano. Con il ripiegamento sulla dimensione nazionale e sulla sovranità nazionale ci si illude di meglio difendere le condizioni di vita delle classi popolari. Noi non escludiamo che un governo di sinistra radicale, sostenuto da un forte movimento di lotta, per difendere i lavoratori esca dall’euro, ma crediamo che al centro dello scontro non ci sia tanto lo strumento monetario, quanto il rigetto delle politiche economiche liberiste e l’affermazione di un programma alternativo di transizione sociale, cioè la rottura delle compatibilità capitaliste.

Credere di poter tornare alla dimensione di un altro periodo storico, in cui era stato possibile ai lavoratori di imporre significative riforme nel quadro nazionale, è un pio desiderio. Difendere i diritti democratici della costituzione è indispensabile, e lo abbiamo fatto con determinazione, ma credere, come sono in tanti, che la Carta costituzionale, che è pur sempre stato il documento quadro di uno stato capitalistico, sia la trincea in cui rifugiarsi per prospettare il futuro, non fa i conti con la realtà della lotta di classe.

L’età dell’oro del capitalismo è finita da tempo e i padroni si sono dati strumenti sovranazionali, mentre il movimento dei lavoratori sconta un ritardo terribile su questo terreno; in certi ambiti si è addirittura tornati indietro rispetto alle capacità di intervento solidaristico degli anni ’70.

Abbiamo davanti due concezioni, l’euroriformismo e il sovranismo di sinistra, illusorie, che pur prospettando percorsi diversi, sono intrise di riformismo rispetto a sua maestà, il sistema capitalistico.

Per una alternativa internazionalista alla crisi dell’Europa

Sinistra Anticapitalista ritiene invece più che mai sia necessario prospettare una strategia anticapitalista di rottura del sistema, un orientamento di classe ed internazionalista che ha due valenze per le classi lavoratrici:

  • lottare nel proprio paese contro la propria classe dominante e i suoi governi, per respingere i ricatti e le politiche dell’austerità;
  • ricercare una mobilitazione europea, un’azione comune tra le lavoratrici e i lavoratori dei diversi paesi, a partire dalle fabbriche di una stessa multinazionale, dai settori e dalle categorie per contrastare i padroni costruendo una unità sempre più ampia sopra le frontiere, quelle storiche, quelle costruite contro i migranti.

In questi mesi il movimento delle donne ci ha insegnato quanto sia importante e trascinante l’azione internazionale e quanto essa possa smuovere energie assopite e creare nuovi rapporti di forza.

Per questo alcuni obiettivi, dal salario minimo europeo alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga per creare occupazione, alla difesa dei servizi pubblici fondamentali (scuola, sanità, previdenza) devono caratterizzare le piattaforme di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i paesi.

Ma c’è un’altra dimensione che deve essere assunta fino in fondo dal movimento dei lavoratori: ed è la portata storica, politica ed umana della grande migrazione di uomini e donne che fuggono la fame e la guerra e che l’Unione Europea ricaccia con gli strumenti più vili ed inumani. Le/i migranti sono nostre sorelle e fratelli e devono essere accolte/i; sono e devono diventare una parte fondamentale della ricostruzione del movimento operaio.

Abbiamo cercato di costruire con alcune forze politiche che condividono almeno in parte questo progetto un’iniziativa che potesse farlo vivere maggiormente nelle mobilitazioni di fine marzo, ma in ragione dei tempi ristretti non è stato possibile realizzarla, almeno per ora.

La nostra organizzazione condividendo la necessità delle mobilitazioni del 25 marzo sarà presente nelle due manifestazioni con la propria attività militante e la propaganda politica.

Contemporaneamente diamo appuntamento a tutte e tutti per una assemblea internazionalista la domenica mattina del 26 marzo al Teatro Trastevere a cui parteciperanno diverse forze anticapitaliste europee, dalla corrente Anticapitalista di Podemos al compagno greco di Dea di Unità Popolare e a un esponente del Nuovo partito anticapitalista francese.

Un’assemblea per riaffermare il nostro impegno di lotta contro l’Europa dei padroni, per l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori al di sopra le frontiere, per unire i fronti di lotta dei diversi paesi, per aprire la strada a un progetto alternativo di unità europea basato sulla democrazia reale e sulla giustizia sociale, un progetto di transizione per una Federazione ecosocialista continentale. Una prospettiva difficile, ma proprio perché priva delle ingannatrici illusioni riformiste, più concreta e reale.