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Pin-up Grrrls, femminismo e pop culture

A quelli che vedono il movimento femminista come un gruppo di arpie prive di umorismo, che respingono sesso, piacere e cultura pop, l’interesse delle intellettuali femministe per il pin-up deve sembrare sorprendente, se non assolutamente improbabile

di Maria Elena Buszek
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Maria Elena Buszek è una studiosa, critica, curatrice e professora associata di Storia dell’arte a Denver, all’università del Colorado, dove tiene corsi di arte moderna e contemporanea. Una delle sue pubblicazioni più recenti è Pin-up Grrrls: femminismo, sessualità, cultura popolare (Duke University Press Books, 2006), visionabile in pdf a questo link.

In questo testo viene presentata la storia di come le donne, protagoniste delle pubblicità, hanno rappresentato la sessualità, a partire dal 1860.

Ne pubblichiamo l’introduzione dal titolo definizione/difesa del “pin – up femminista” dove vengono presentati i ritratti di Janeane Garofalo, giovane icona femminista  della fotografa Ali Smith. Di lei Ali scrive: “Ho immaginato che forse avesse battuto un coniglio di Playboy, gli avesse rubato le orecchie, e si stesse fumando la sigaretta della vittoria” e di una pin up di Esquire del 1942, alla quale la fotografa si è ispirata.

A proposito di questo, nell’introduzione di Pin-Up Grrrls, Maria Elena Buszek scrive:

“A quelli che vedono il movimento femminista come un gruppo di arpie prive di umorismo, che respingono sesso, piacere e cultura pop, l’interesse delle intellettuali femministe per il pin-up deve sembrare sorprendente, se non assolutamente improbabile.

Ma questa visione limitata ignora molti aspetti riguardo la lunga storia del movimento femminista.

(…) Come movimento guidato dal bisogno di raggiungere, educare e persuadere le masse, la cultura popolare non è stata vista dalle femministe unicamente come una riserva di messaggi reazionari contro cui accanirsi, ma anche come un potente strumento per offrire graduali alternative ai messaggi proposti“.

Ringraziamo Irene Archini per la traduzione dall’inglese.”

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Definizione/difesa del “pin-up femminista”

Nel 2000 partecipai ad una conferenza al Los Angeles County Museum of Art in cui la leggendaria storica d’arte Linda Nochlin affrontò la questione del nudo. Approcciò il discorso attraverso la sua esperienza di vita sia come studiosa che come femminista, percorso che ha caratterizzato i suoi gusti e l’ha affascinata per le sue rimostranze. Nel suo saggio “Non conforme e Nudo”, Nochlin dice: “Mi piace qualsiasi nudo che non sia classico, ogni corpo nudo che non assomigli al David di Michelangelo o all’Apollo Belvedere. Per me, così come per il critico e poeta Baudelaire, nel diciannovesimo secolo, il nudo classico è morto, e mortale. Cosa è vivo? Il non convenzionale, il brutto, l’altro, l’eccessivo.” La sua prospettiva mi ha interessato: nel lavoro per questo libro, indagando sulla storia femminista delle pin-up, ho trovato che il mio fascino per questo genere proveniva da una riflessione simile. Poi ho chiesto a Nochlin come, se mai potesse pensarlo, credeva che il genere pin-up appartenesse all’estetica del non conforme. Con sorpresa del pubblico, e senza esitazione, iniziò un improvviso inno di lode alla forse più famosa pin-up nella storia di questo genere – la “Ragazza Varga” di Alberto Varga. Nochlin raccontò come da bambina, durante la Seconda Guerra Mondiale, voleva rovistare tra gli Esquire di suo zio per meravigliarsi delle bellezze grottesche che vi erano. Quelle gambe infinite! Quei piedi curvi! Queste mode perverse! Assolute stranezze della natura! Diceva entusiasta con un malizioso sorriso.

Le pin-up continuano a interessare giovani femministe per la loro sessualità aggressiva, il loro atteggiamento arrogante e il loro fisico spaventoso – un modello che Joanna Frueh ha propriamente doppiato “mostro/bello”: “Mostro/bello è una condizione e può anche descrivere un individuo. Perché l’estremo è l’eccesso – deviazione dalla convenzione nell’atteggiamento, apparenza o rappresentazione – e decisamente differente dalle aspettative culturali standard verso particolari gruppi di persone, mostro/bello si allontana radicalmente dalla norma, dalle rappresentazioni ideali della bellezza… Mostro/bello è artificio, piacere/disciplina, invenzione culturale. È stravagante e generoso.” Secondo tale teoria, le somiglianze tra il recente ritratto della fotografa Ali Smith dell’attrice Janeane Garofalo, giovane famosa icona femminista, e una pin-up di Varga del 1942, non dovrebbero sorprendere. Con una posa invertita ma nello stesso tempo uguale alla ragazza del calendario Esquire di Varga del 1942, il ritratto contiene molte delle complesse questioni che esistono intorno all’appropriazione femminista del genere pin-up. L’ironia è palpabile nella posa antiglamour militante della ragazza Garofalo con il suo caldo e allettante sguardo delle classiche pin-up.

Della posa e dell’accessorio più evidente di Garofalo – un paio di comiche orecchie da coniglio che subito si associano al successore di Esquire del secondo dopoguerra, Playboy – la fotografa Smith dice: “Ho immaginato che forse avesse battuto un coniglio di Playboy, gli avesse rubato le orecchie, e si stesse fumando la sigaretta della vittoria”. Inoltre, si può sostenere che Garofalo non sia mai stata così sexy, così sicura, o che mettesse così a disagio, come Smith ha ammesso quando ha elaborato la sua scelta di fotografare Garofalo perché “è una donna bella, in un modo vero, fresco e anti-hollywoodiano, che è riuscita ad apportare un aiuto alla perforazione degli standard della bellezza di Hollywood…la sua sessualità in questa foto è basata sulla confidenza che emana, che è tradizionalmente il motivo per cui gli uomini vengono considerati sexy. La sua sessualità mi trasmette l’impressione che sia totalmente sotto il suo controllo e questa è la chiave”.

Nonostante il suo abito sgualcito e la sua acconciatura, risponde alla raffinata femminilità della ragazza di Varga, il rossetto rosso-mela-caramellata di Garofalo e la sigaretta suggestivamente tenuta tra le dita, riflettono non solo quegli stessi aspetti superficiali dell’originale, ma anche il senso di audacia, artificio e controllo. Le giovani femministe potrebbero deridere le pin-up, ma lo farebbero tradendo le affinità e anche l’affetto verso il genere in se stesso.

A quelli che vedono il movimento femminista come un gruppo di arpie prive di umorismo, che respingono sesso, piacere e cultura pop, l’interesse delle intellettuali femministe per il pin-up deve sembrare sorprendente, se non assolutamente improbabile. Ma questa visione limitata ignora molti aspetti riguardo la lunga storia del movimento femminista. Per prima cosa, dal momento che il femminismo si è sempre fondato sulla lotta per l’uguaglianza tra i sessi, il ruolo della sessualità nella disuguaglianza sessuale è stato inevitabilmente affrontato da tutte le generazioni del movimento. In secondo luogo, dal momento che le intellettuali femministe hanno concepito la sessualità delle donne come luogo di oppressione, hanno anche presentato l’incoraggiamento alla libertà e al piacere sessuale delle donne come un antidoto alla stessa. Terzo, come movimento guidato dal bisogno di raggiungere, educare e persuadere le masse, la cultura popolare non è stata vista dalle femministe unicamente come una riserva di messaggi reazionari contro cui accanirsi, ma anche come un potente strumento per offrire graduali alternative ai messaggi proposti. Per tutte queste ragioni, a fianco delle protezioniste e delle voci femministe contro la pornografia, che hanno giustamente sfidato la dominazione storicamente maschile sulla sessualità femminile, le voci contro la censura e per la libertà sessuale sono esistite all’interno del movimento delle donne sin dalle sue origini, per mettere in primo piano l’azione delle donne e per esprimere esattamente la loro sessualità come un modo diverso di sfida alla supremazia maschile.

Anche se esistono molte sfumature di opinione e una vasta gamma di posizioni delle attiviste tra l’antipornografia e la liberazione sessuale nel femminismo contemporaneo, tutte le posizioni presenti nel dibattito di oggi esistevano già molto tempo prima della seconda ondata del movimento femminista che le ha visibilmente trascinate nei dibattiti popolari, politici e accademici degli anni ’60 e ’70. Sebbene l’uso e l’impatto di questa generazione sulla cultura popolare guidò le strategie di interpretazione e di appropriazione delle femministe come Nochlin, che a sua volta ha guidato l’interpretazione del genere pin-up di femministe più giovani come Smith, il fatto è che gli usi femministi del genere precedono di molto il famoso movimento di liberazione della donna. Ahimè, non esiste studio esauriente per tracciare la storia e l’evoluzione delle interpretazioni femministe della donna sessualizzata nella cultura popolare, per rispecchiare e influenzare la battaglia più grande per i diritti delle donne. Questo libro è un tentativo per riempire questo vuoto.

Contrariamente alla convinzione popolare – condivisa da molte e molti da dentro, da fuori, e anche contro il movimento – che una “femminista pin-up” sia un ossimoro, non lo è più di “pittura femminista”, “scultura femminista” o “porno femminista” per la seguente ragione: questi sono tutti mezzi e generi storicamente utilizzati e riconosciuti soprattutto dagli uomini, riguardo ai quali niente è intrinsecamente sessista, ma che sono stati tenuti lontani dalle donne e usati per creare immagini che marcassero, normalizzassero o  rinforzassero opinioni riguardo all’inferiorità della donna rispetto all’uomo. Mentre questo fatto è stato riconosciuto da molte intellettuali femministe – infatti molti mezzi d’informazione e generi sono stati evitati da alcune artiste femministe proprio per queste ragioni – pochi potrebbero negare che lo stesso atteggiamento è stato attuato o si sarebbe potuto strategicamente usare dalle donne per sovvertire il sessismo a cui questi stessi generi o mezzi sono stati storicamente associati. Eppure il genere pin-up – per via della sua simultanea ubiquità e della sua invisibilità, dell’attrazione libidinosa e del moralismo, della sua valenza artistica e commerciale – non ha avuto un’interpretazione femminista così visibile e chiara. Il genere è scivoloso: non rappresenta il sesso ma lo suggerisce, e queste qualità educatamente allusive lo hanno sempre accostato ad una cultura commerciale di cui le femministe sono state giustificatamente sospettose per il suo bisogno di coltivare il tipo di desiderio e insoddisfazione che portano al consumo.