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Il ruolo del “trumpismo” nella storia

Trump ha un progetto: gestire gli Stati Uniti come si gestisce una grande azienda, trasformarla in fortezza del “capitalismo giudaico-cristiano”

di Daniel Tanuro*

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Trump ha un progetto: gestire gli Stati Uniti come si gestisce una grande azienda, trasformarla in fortezza del “capitalismo giudaico-cristiano”, ristrutturarla radicalmente, per poi restituirle un’egemonia mondiale incontrastata. Non dare tregua al personale, brutalità verso i concorrenti, ignoranza dell’ambiente esterno circostante sono semplici copia/incolla dal livello dei suoi affari privati a quello della società. Miliardario populista incolto, nazionalista, razzista, sessista, omofobo, islamofobo, antisemita, Trump ha l’ambizione di rimodellare la società USA e la carta geografica del mondo con il martello, ignorando quel che esiste e spaccando quel che resiste.

Diverse frazioni della classe dominante seguono le bizze del nuovo presidente con inquietudine. Riusciranno a contenerlo? Saranno costrette a disfarsene? Sono aperte entrambe le opzioni. Ma non ne va esclusa una terza: che il buttafuoco, con una fuga in avanti, precipiti il mondo in un incubo di guerra e di disastro climatico. Trump infatti non piove dal cielo, è frutto delle inestricabili contraddizioni capitalistiche che la governance neoliberista padroneggia con sempre maggiori difficoltà e che rendono estremamente fragili le sovrastrutture politiche in un mondo in crisi d’egemonia. In queste circostanze, la relativa autonomia del politico, come pure degli individui, tende ad accrescersi. La tendenza è al potere forte. Non soltanto nel protezionista Trump, ma anche nei suoi concorrenti mondializzati d’Europa e d’Asia. La minaccia è globale, la risposta sociale deve essere all’altezza.

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Cercare di cogliere il significato del trumpismo implica una riflessione retrospettiva sulle contraddizioni del capitale e il loro sviluppo, da cui dipende la situazione attuale. Si sarà allora meglio in grado di capire che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non è un incidente di percorso, ma il sintomo di qualcosa di più profondo, che può segnare l’inizio di una nuova era.

Una delle principali caratteristiche del capitalismo sta nella contraddizione crescente tra la parziale razionalità delle imprese e l’irrazionalità globale del sistema. Le imprese – soprattutto le grandi imprese – mettono la scienza più moderna al servizio del profitto per organizzare rigorosamente il lavoro e pianificare gli investimenti. Viceversa, l’economia e la società nel suo complesso si sviluppano senza un piano, in maniera caotica, secondo i condizionamenti e i capricci del mercato.

Questa contraddizione è il prodotto della natura stessa del modo di produzione. Da un lato, le decisioni su che cosa deve essere prodotto, come, per che cosa, per l’esclusivo obiettivo del profitto. Per sopravvivere, ogni proprietario di capitale è tenuto a non lasciare niente al caso. Dall’altro lato, la socializzazione della produzione avviene alla cieca. Di fatto, l’interesse generale si stabilisce in astratto: ad esempio, il modo in cui piegare, passo per passo, la società e l’ambiente ai dettami della produzione di plusvalore.

Una svolta di fondo per gli Stati Uniti, un momento cardine per il mondo

Una delle funzioni chiave delle infrastrutture politiche è quella di dissimulare questa realtà, per garantire al modo di produzione la legittimità sociale senza la quale non riuscirebbe a sopravvivere. Tuttavia, l’ideologia neoliberista e il modo di ri-regolamentazione che ne discende hanno ormai parecchie difficoltà a svolgere tale compito. Soprattutto negli Stati Uniti. Il salvataggio delle banche al momento della crisi del 2007-2008 segna al riguardo un punto di svolta. È andata in pezzi l’idea che il sistema, così com’è, funzioni nell’interesse generale. Vi si aggiunge il fiasco della guerra in Iraq – fomentata a colpi di menzogne sulle “armi di distruzione di massa” – che fornisce argomenti ai sostenitori dell’isolazionismo americano. La destabilizzazione è profonda, come attesta la crisi dei due grandi partiti borghesi. Si pone il problema del (regime del) capitalismo. A sinistra, la destabilizzazione ha prodotto i movimenti Occupy,Black Lives Matter, il movimento per i 15 dollari e la campagna Sanders, nonché la mobilitazione delle donne, che ha trovato una delle sue espressioni nella Marcia del 21 gennaio. A destra, ha prodotto il Tea Party, poi Trump, che protrae, radicalizza e oltrepassa il Tea Party. La sua vittoria costituisce la svolta di fondo.

Dato il peso decisivo degli Stati Uniti in tutti i campi, si può azzardare l’ipotesi che ci troviamo in un momento cardine della storia mondiale, paragonabile alle grandi crisi del xx secolo. Una svolta fondamentale, più profonda, quindi, di quella che era stata sospinta dalla Thatcher (1979) e da Reagan (1980). Quello che si sfalda non è soltanto l’ordine neoliberista instaurato a partire dagli anni Ottanta, ma lo stesso equilibrio dei rapporti tra potenze, il sistema di egemonia così come è stato creato e si è sviluppato dopo la seconda Guerra mondiale. È questo che occorre essere in grado di valutare. Tenendo presente di che cosa sia capace il capitalismo…

Dal macello del ’14-’18 all’ossessione della stabilità

Più si sviluppa la parziale razionalità del capitale, più aumenta l’irrazionalità globale del sistema, diventando minacciosa. Essa si manifesta attraverso la crisi ciclica di sovrapproduzione e di sovraccumulazione e, se necessario, con la guerra. Perché la guerra capitalistica non è altro che il prolungamento della guerra di concorrenza con altri mezzi, per parafrasare von Clausewitz. Al pari della crisi, la guerra ha il suo ruolo nella parziale razionalità del capitale: forma estrema della “distruzione creativa” cara a Shumpeter, elimina forze produttive eccedenti, favorisce l’innovazione tecnologica e dischiude nuovi campi alla valorizzazione del capitale.

Nel corso del XX secolo, l’irrazionalità globale si è presentata una prima volta in tutta la sua portata nella forma del macello del ’14-’18. La Rivoluzione russa del 1917 aprì una breccia ma rimase isolata, così che la folle corsa produttivistica del capitale ripartì appieno sul resto del pianeta. Conosciamo il seguito: la razionalità parziale dei capitali in lotta sfociò nella crisi del 1929. Vi fu poi la vittoria del nazismo, una seconda Guerra mondiale, la Shoah e le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki… Come poneva in rilievo Ernest Mandel, i “Trenta Gloriosi” del dopoguerra sono stati resi possibili grazie all’ampiezza delle distruzioni che li hanno preceduti.[1]

Nella seconda metà del secolo, l’eventualità che il sistema precipitasse nell’autodistruzione cominciò a spaventare i suoi stessi rappresentanti politici. Per un attimo, alcuni pensarono di farla finita militarmente con il “campo socialista” (che di “socialista” non aveva più niente, ma continuava a sfuggire all’investimento capitalistico)… Alla fine dei conti, tuttavia, si scelse un’altra strada. Sotto la ferula della superpotenza statunitense, e grazie alla prolungata fase espansionistica del dopoguerra, il capitalismo si dotò di istituzioni politiche ed economiche per cercare di impedire un ulteriore slittamento nella barbarie generalizzata. La stabilità del mondo divenne un’ossessione. La cricca burocratica al potere in URSS la condivideva, a partire dai suoi specifici interessi: e fu la “coesistenza pacifica”.

Dopo il crollo del Blocco dell’Est e la restaurazione del capitalismo in Cina, i dirigenti russi e cinesi entrarono nel club dei capi capitalisti che difendono la propria fetta della torta pur collaborando alla stabilità. Il neoliberismo promosso dalla Thatcher e da Reagan più di dieci anni prima ebbe la funzione di bibbia comune, e i mezzi di comunicazione di massa ripresero a tutto andare la frase di Fukuyama sulla “fine della storia”. Significava dimenticare che il capitalismo è incapace di soffocare stabilmente le proprie contraddizioni. Nel 2007, scoppiava la crisi finanziaria, dimostrando come la parziale razionalità dei capitali non avesse smesso di accumulare materiali esplosivi nel cuore del sistema. Anzi, ne accumulava più che mai.

L’esaurimento di un sistema

Oggi è possibile rendersene conto. Nel solco del 2008, il mondo fu scosso dalle rivoluzioni (e dalle controrivoluzioni) arabe, nonché dalla crisi dell’Unione Europea – con lo strangolamento della Grecia, poi la Brexit. Nel mentre, la guerra inter-imperialista non era più soltanto commerciale: l’imperialismo USA aveva rilanciato la guerra tout-court, in Afghanistan e in Iraq: Queste guerre locali avevano una posta in gioco globale: mantenere il controllo del Medio Oriente, luogo strategico dell’egemonia USA sul pianeta. Il risultato, è noto, fu l’opposto: l’Iraq in rovina fornì il brodo di coltura dello Stato islamico; l’intera zona è oggi destabilizzata, con la minaccia di un incendio regionale generalizzato… Questa volta, le conseguenze sono planetarie: l’Unione Europea si gioca la sopravvivenza con la crisi dei profughi, il gendarme statunitense non riesce a recuperare le sue capacità d’intervento, la Cina e la Russia approfittano della situazione per far avanzare le proprie pedine sulla scacchiera capitalista mondiale.

Abbiamo abbozzato il quadro a grandi linee per fare emergere l’ascesa delle contraddizioni del sistema e della sua governance neoliberista globale. Questa governance, una sorta di dispotico meccanismo di costruzione di consenso sotto l’obbligo della massimizzazione del profitto capitalistico, ha permesso di evitare o di mitigare delle crisi, ma i suoi dispositivi, sempre più numerosi ed opachi, non fanno che rinviare le scadenze senza risolvere nulla. Le tensioni oggettive continuano a svilupparsi, dal momento che per il capitalismo è sempre più difficile compensare il calo del saggio di profitto tramite l’accrescimento della sua massa, come mette in risalto François Chesnais.[2] Al contempo, la difficoltà soggettiva di padroneggiare queste tensioni aumenta, perché i partiti al potere si abituano a non essere altro che gli esecutori di un mostro tecnocratico da loro stessi creato per sottostare alla sue regole.

Questa è la situazione in cui ci troviamo: questo regime raggiunge i suoi limiti. Alimenta la crisi del politico, che si ritorce come un boomerang sui governi e diventa un elemento fondamentale del caos. Alla base del fenomeno c’è il fatto che le istituzioni della democrazia parlamentare borghese sono largamente svuotate del loro contenuto. Una realtà che è particolarmente insopportabile per i borghesi e i piccolo-borghesi i quali, per un verso, non riescono a immaginare la fine del capitalismo e, per altro verso, non hanno presa sui luoghi di potere mondiali in cui il neoliberismo tenta di gestirne le contraddizioni (“il partito di Davos”, come dice Steve Bannon). Dei lavoratori (bianchi, e maschi soprattutto) possono essere tratti in inganno, ma il trumpismo esprime innanzitutto una rivolta reazionaria degli strati piccolo- e medio-borghesi, arrabbiati contro la governance neoliberista globalizzata che li ha spossessati del loro potere politico.[3]

Riportare USA Inc. nel girone del buon capitalismo di una volta

Marx ironizzava spesso sul fatto che, nella società capitalista, la realtà cammina sulla testa. È quel che succede con Trump e i suoi sostenitori. Nell’universo mentale di queste persone, infatti, la falsa razionalità parziale che è la causa del caos viene vista come lo strumento per farla finita con il caos stesso. Mentre la frenesia di profitto del capitalismo è responsabile in ultima istanza della crisi sociale, incluso di quella del politico, certi “capitani d’industria” sono considerati come i salvatori in grado di sbarazzare la società della genia dei politicanti, dei burocrati e dal capitalismo cattivo dei compari – finanziario, cosmopolita, senza fede (il crony-capitalism, secondo Bannon) – che rovina quello buono di una volta.[4] Per risolvere i problemi, “basterebbe” un Capo che rimetta ordine, liberi aziende e cittadini dai “carichi” che li soffocano e restauri la dominazione dell’Occidente cristiano:

Trump spinge questa logica fino al ridicolo. Con la sua squadra di miliardari bigotti e di generali gallonati, il nuovo inquilino della Casa Bianca si è messo in testa di gestire lo Stato con la bacchetta, come una grande impresa. È facile ironizzare sul personaggio, ma sarebbe pericoloso sottovalutarlo. Trump, infatti, un progetto ce l’ha, e consiste per così dire nel ristrutturare radicalmente la multinazionale USA Inc. Sa che il gruppo è ancora dominante, ma che rischia di perdere la sua posizione di leader mondiale. Nel suo stile, bisogna allora colpire subito e duro.

Che cosa fa un padrone che arriva alla testa di un’impresa in una situazione del genere? Dà rapidamente qualche segnale chiaro della sua determinazione, si disfa di attività che non sono (abbastanza) redditizie, semina paura, licenzia parte del personale (donne e immigrati soprattutto), re-incentra il gruppo intorno alla sua attività principale (core business), intensifica i ritmi di lavoro, redarguisce i suoi direttori di succursali (è così che Trump ha trattato il presidente del Messico e il Primo ministro australiano) e instaura nuove alleanze strategiche per preparare lo scontro con i suoi principali nemici. Il parallelo con i primi passi della nuova presidenza è piuttosto chiaro

Egemonia, guerra santa fuori e reazione all’interno

Quel che rende Trump estremamente pericoloso potenzialmente è la crisi d’egemonia, in altri termini la mancanza di una potenza – o di qualsiasi rapporto stabile tra potenze – in grado di stabilire regole, di tracciare linee da non superare tra forze imperialiste o “campi contrapposti”. Al momento della crisi dei missili a Cuba (1962), il mondo si trovò a due passi dalla guerra nucleare. Traendo la lezione da quella vicenda, Mosca e Washington stabilirono una linea diretta tra il Cremlino e la Casa Bianca: il “telefono rosso”. Oggi non c’è niente di simile tra la Cina, la Russia e gli Stati Uniti. La situazione non è priva di rimandi ai primi anni del XX secolo, quando il declino della Gran Bretagna e l’ascesa della Germania sono sfociati nella prima Guerra mondiale. Non si può escludere che l’ascesa delle tensioni possa creare in futuro una situazione in cui basta una scintilla per dar fuoco alle polveri. Nel mare della Cina del Sud, o altrove…

L’essenziale per Trump, a quanto pare, è la lotta contro l’ascesa della Cina capitalistica, unica rivale suscettibile di minacciare un giorno l’egemonia USA in declino. Sul piano geostrategico, occorre dunque separare Mosca da Pechino e per questo gettare un osso a Putin: per esempio, parte di quel che la Russia considera il proprio “spazio vitale” in Europa centrale e in Medio Oriente (Siria)… Da quest’alleanza con il Cremlino Trump prevede peraltro di ottenerne la collaborazione nella guerra santa contro l’islamismo, che è l’altra sua ossessione. Questa volta, le dichiarazioni sull’“obsolescenza” della NATO e a favore della Brexit sono meno assurde di quel che non sembri, e soltanto gli ingenui possono credere che la telefonata alla dirigente di Formosa sia stata un errore causato dall’inesperienza.

Anche sul piano interno una logica c’è: il razzismo, l’omofobia, il sessismo, l’islamofobia, il muro con il Messico, l’appoggio ai “pro-vita”, il “Muslim ban” [ultimo provvedimento anti-immigrazione di Trump] ecc. non mirano solo a disseminare la divisione nel mondo del lavoro, additando capri espiatori per preparare gli attacchi di arretramento sociale (in particolare all’Obamacare). Questi temi hanno anche la funzione di saldare le forze e le reti reazionarie bianche, il cui sostegno militante sarà certo indispensabile a Trump per affrontare la resistenza sociale o le opposizione interne alla sua stessa classe.

Nascondete questa crisi climatica che io non riuscirei a vedere

In questa poltiglia, il negazionismo climatico occupa un posto specifico, sul quale occorre dire due parole. Abbiamo segnalato agli inizi come la contraddizione tra razionalità parziale e irrazionalità globale tenda ad approfondirsi in relazione allo sviluppo capitalistico. Un approfondirsi che non è solamente quantitativo: compaiono nuovi problemi. La crisi ecologica svolge qui un ruolo serio, in particolare la sfida climatica. Le misure da prendere, infatti, sono state talmente differite che diventa impossibile porre seriamente riparo al pericolo senza mettere in discussione la logica d’accumulazione capitalistica.

La mappa della governance globale include d’ora in poi gli obiettivi dello “sviluppo durevole” e dell’“internalizzazione delle esternalizzazioni”. Tuttavia, né le migliaia di pagine sui vantaggi di un’“economia verde”, né gli accordi faticosamente negoziati nei Vertici internazionali dissuadono il capitale dal bruciare massicciamente combustibili fossili. Il surriscaldamento prosegue tranquillamente, minacciando l’umanità di una mega-catastrofe irreversibile, di un’ampiezza inimmaginabile: chi riesce ad immaginare le conseguenze di un rialzo di 12 metri del livello degli oceani?

In un momento di lucidità, Nicholas Stern aveva scritto che «il cambiamento climatico costituisce il principale fallimento dell’economia di mercato».[5] Quest’ammissione è stata ben presto sepolta: troppo esplosiva. Non a caso: in linea generale, i capitalisti, i loro ideologi e i loro rappresentanti politici sono letteralmente incapaci di capire che l’irrazionalità globale deriva dalla razionalità parziale del capitale. Glielo impedisce la loro collocazione di classe. Dovrebbero riconoscere che la razionalità del capitale è una pseudo-razionalità che trascina l’umanità verso il baratro, una mistificazione di cui bisogna sbarazzarsi d’urgenza. Non vogliono saperne ad alcun costo di questa conclusione.

Invece, il cambiamento climatico è il culmine dell’irrazionalità globale. Si può infatti immaginare follia più totale di questa: una società, con elevati livelli scientifici, e cha ha mezzi per agire, sa quasi con certezza che la sua dinamica di accumulazione minaccia di distruggere centinaia di milioni di persone e innumerevoli ricchezze naturali, ma si limita solo, grosso modo, a mere dichiarazioni di intenti… Per Trump&C., questa contraddizione è di troppo. Incapaci di affrontarla, scelgono semplicemente di negare quel che l’origina, gettando gli accordi internazionali nel sacco per l’immondizia della mondializzazione. Ecco come la negazione climatica, cacciata dal dibattito pubblico dalla porta della scienza, riesce a rientrare dalla finestra della politica.

Un progetto reazionario globale

Il progetto di Trump è globale, ed è globale la minaccia che fa incombere. È il progetto reazionario di un capitalismo canaglia, brutale e particolarmente autoritario, uscito dritto dritto dalla testa di un padrone nazionalista che impreca contro qualsiasi obbligo: i doveri sociali, i sindacati, i concorrenti, i “paparazzi”, la stampa, gli ecologisti, le regole del “buon governo”… Un padrone che, di fronte a queste sfide, cerca di dividere i lavoratori con attacchi razzisti e sessisti.

Questo progetto va combattuto in quanto tale. In tutti i suoi aspetti, senza alcuna ambiguità. Tre esempi:

– Parte dei dirigenti sindacali americani sperano che il protezionismo rilancerà l’occupazione negli Stati Uniti. Come dice Lance Selfa: «Questi dirigenti sindacali forniscono a Trump la copertura di cui ha bisogno per dare al suo programma economico una coloritura ‘populista’ e a favore dei lavoratori». “Essi forniscono un sostrato di legittimità a un’amministrazione la cui intenzione è quella di attaccare interi settori di classe lavoratrice, inclusi gli immigrati e i ‘senza documenti’».[6]

– Il fatto che Trump si compiaccia per la Brexit non ne fa un “alleato oggettivo” della sinistra che si oppone all’Unione Europea, come sembrano ritenere alcuni “sovranisti di sinistra”. La sinistra combatte l’UE in nome di un’alternativa anticapitalista, quindi internazionalista. Non ha niente a che vedere, né da vicino né da lontano, con il campo di Trump, Farage, Le Pen e compagnia bella.

– Nello stesso ordine di idee, non ha di che compiacersi quando Trump parla di obsolescenza della NATO. Noi ci battiamo contro la NATO perché rifiutiamo la guerra e il militarismo. Il nostro obiettivo non può essere quello di creare “un altro dispositivo di sicurezza europeo che includa Mosca”.. Un simile dispositivo aumenterebbe l’influenza della principale forza reazionaria del continente – la Russia – e darebbe agli USA mano libera per uno scontro con la Cina… Avete detto “pacifismo”?

Il trumpismo non è certo il nazismo, ma l’impiego sistematico della menzogna, il nazionalismo e la mobilitazione reazionaria di piccolo-borghesi rabbiosi rievocano gli anni Trenta. Peraltro, come non accostare “America First” e “Deutschland über alles”? “Io sono il candidato della legge e dell’ordine”, ha martellato Trump durante la sua campagna elettorale. Eccolo alla Casa Bianca, e caldeggia apertamente il ricorso alla tortura, ordina di pubblicare settimanalmente un elenco dei crimini commessi dagli stranieri e attacca i giornalisti in nome di “fatti alternativi”… Sarebbe pericoloso lasciar cadere l’indignazione e la vigilanza, puntando sul fatto che la maggioranza non appoggia bizze del genere.

Relativa autonomia del politico, ruolo degli individui nella storia

I principali mezzi di comunicazione si sono affrettati a dire che il nuovo presidente dovrà per forza “annacquare il suo vino”. È vero che la sua squadra sembra divisa ed eteroclita: lo spaccamonti populista di Wall Street, Steve Bannon, ne fa parte accanto a Gary Cohn, il numero due di Goldman Sachs, che dirigerà il Consiglio economico. Tuttavia, nella sua prima settimana, Trump ha concretizzato la maggior parte delle sue promesse populiste, a briglia sciolta.

Non è sicuro che potrà continuare. D’altronde, la gerarchia militare – la cui strategia imperialista è molto costante a partire da Bush – non ama di certo vedere Bannon soppiantarlo nel Consiglio Nazionale di Sicurezza. Del resto, cerchie particolarmente influenti del grande capitale statunitense si oppongono a Trump, soprattutto su quattro punti, connessi tra loro: la politica internazionale, il protezionismo, i migranti e la riforma fiscale.

Se Trump non si “rimette in riga” su questi problemi, una parte della borghesia USA potrebbe volersi sbarazzare di lui, come quella britannica si è sbarazzata della Thatcher nel 1990 (in occasione della poll tax [tassa uguale per tutti, in luogo di quella proporzionale]). Perché a dirigere in ultima istanza è la classe dirigente, non sono gli individui.

A sostegno di questa tesi si possono citare le reazioni capitaliste al Muslim ban – il divieto di ingresso negli Stati Uniti dei profughi di sette paesi mediorientali. In effetti, molti proprietari di imprese chiave (Facebook, Google, Starbuck, Goldman Sachs, Citigroup, Master Card, Ford, Coca-Cola, Amazon…) hanno apertamente criticato quel decreto, a volte aspramente. Alcuni (Uber, Syft) lo hanno fatto temendo il boicottaggio dei consumatori; ma la sostanza della questione è che il nazionalismo bianco di Trump è in netto contrasto con il cosmopolitismo del personale dei grandi gruppi tecnologici, a tutti i livelli.[7]

La partita, tuttavia, è più complessa. Da un lato, il capitale è diviso: ad esempio, gli importatori (Walmart) si oppongono al progetto di tassa ai confini, mentre gli esportatori (Boeing, General Electric) sono favorevoli ad essa. Dall’altro lato, anche la “base trumpista” si mobilita: il 30 gennaio, in reazione alle dichiarazione del CEO [amministratore delegato] di Starbuk contro il Muslim ban, negli Stati uniti l’hastag più popolare su Twitter era #BoycottStarbucks.[8]

Affermare che la classe dirigente diriga “in ultima istanza” – le tre parole sono importanti – vuol dire che esiste una duplice autonomia relativa: della sfera politica rispetto alla sfera economica, e delle persone rispetto alla sfera politica.[9] La nomina di Trump alle primarie repubblicane, poi la sua elezione alla Casa Bianca, dimostrano come tale autonomia sia ben concreta. Gli osservatori che avevano diagnosticato che il tycoon sarebbe stato sconfitto perché Wall Street non voleva saperne di lui si sono sbagliati.

Il colpo montato come metodo politico

Non tutti i paragoni reggono, ma il grande capitale tedesco ha piazzato al potere Hitler perché cancellasse il movimento operaio, non perché lo trascinasse nella seconda Guerra mondiale e nella Shoah. Lui aveva previsto di farlo e lo ha fatto…ingannando i suoi interlocutori sulle sue intenzioni, poi instaurando la sua dittatura… E che cosa hanno fatto i magnati di Thyssen, Krup, IG Farben e altre gemme dell’economia tedesca? Si sono adeguati alla situazione e hanno approfittato a dovere della “distruzione creativa”.

Non c’è da farsi alcuna illusione e tenere bene a mente che la dittatura è inerente al sistema capitalista. È quotidiana nei rapporti di lavoro nelle imprese e sul “mercato dell’occupazione”. Il movimento operaio ha conquistato, con la lotta, alcuni diritti democratici, ma questi vengono rimessi in discussione appena la classe dominante sente minacciato il proprio potere. Valeva negli anni Trenta, resta valido anche oggi. Trump preoccupa settori di possidenti, ma risponde al contempo, a suo modo, a una “richiesta” capitalista, poiché l’approfondimento delle politiche di austerità ha bisogno di un potere forte. Che sia sotto forma populista o sotto quella neoliberista, la tendenza autoritaria si afferma ovunque: Erdogan, Putin, Junker, Xi Jiping, Fillon…

Il Muslim ban, un primo tentativo

Donald Trump non è un politico borghese come altri. È un mentitore senza scrupoli e un manipolatore, come Hitler, Napoleone III e alcuni altri personaggi della stessa risma. Nei periodi di crisi politica e di disorientamento, in cui la stessa borghesia è profondamente divisa, personaggi del genere sono capaci di montare colpi per creare il pretesto della loro dittatura – come ha fatto Hitler con l’incendio del Reichstag. Agli occhi della borghesia, il nazional-populismo razzista, additando capri espiatori, può facilitare l’instaurazione di un regime autoritario. Se non trova una resistenza sociale sufficiente, la maggioranza del padronato può legarsi ad esso, o lasciar fare.

Analizzando dettagliatamente l’ordine esecutivo relativo al Muslim bann, Laleh Khalili ritiene che sia stato deliberatamente concepito per creare l’«incertezza e l’arbitrio necessari all’esercizio del potere attraverso il fatto compiuto».[10] L’autrice attira inoltre l’attenzione sul fatto che quest’ordine esecutivo di Trump è stato applicato immediatamente e con zelo dai funzionari dell’amministrazione ai confini, un ambiente molto favorevole al nuovo presidente. Ci si può chiedere come sarebbe andata la cosa senza la resistenza sociale antirazziale spontanea e massiccia.

La crisi dei partiti statunitensi, in particolare del Partito Repubblicano, crea un contesto favorevole alla “strategia d’urto” e non si può non concordare con Laleh Khalili quando nota che «questo metodo conviene perfettamente allo stile autoritario di Trump e dei suoi consiglieri». Il principale di questi, Steve Bannon, è uno stratega di estrema destra, fondamentalista cristiano, che vorrebbe distruggere l’establishment statunitense per instaurare una dittatura che farà la guerra all’Islam e alla Cina. Una volta che individui del genere si impossessano del potere politico non si può escludere che riescano effettivamente a forzare il futuro, entro certi limiti.

Un potenziale di barbarie senza precedenti

Le conseguenze sarebbero temibili. Sul piano politico-sociale, sicuramente. Ma anche su quello ambientale, con gravi ripercussioni sociali e sanitarie. Al riguardo, va letto il resoconto dell’audizione di fronte alla commissione del Senato di Scott Pruitt, che Trump ha designato per dirigere l’Agenzia di Protezione dell’Ambiente: Pruit mente sfrontatamente, ma non riesce a nascondere che ambisce a smantellare non solo la (insufficiente) politica climatica, ma anche legislazioni chiave relative alla regolamentazione delle emissioni di piombo, mercurio, ecc.[11]

Jeremy Legget ritiene che la capacità di Trump di incidere negativamente nel dossier climatico sia limitata, poiché la transizione energetica capitalistica è irreversibile.[12] È infatti sicuramente irreversibile, dato che il crollo dei prezzi dell’elettricità d’origine rinnovabile condanna i fossili nei prossimi decenni. Da un lato, però, questa transizione capitalista non salverà il clima, poiché non rispetta né gli obblighi in termini di riduzione delle emissioni, né le scadenze di questa.[13] D’altro canto, come ammette lo stesso Legget, la politica internazionale di Trump potrebbe, con una fuga in avanti con la guerra, creare una situazione di fatto in cui la classe dominante statunitense sarebbe costretta, lo voglia o meno, a relegare la lotta contro il riscaldamento all’ultimo rango delle priorità…

Dato che ci troviamo sul filo del rasoio, il risultato sarebbe terribile, e probabilmente irreversibile. Da questo punto di vista, il potenziale di barbarie di Trump supera tutto quel che il capitalismo si è dimostrato in grado di fare in passato. Come scrive François Chesnais (op. cit.): «L’incontro da parte del capitalismo dei limiti che non può superare non significa in alcun modo la fine del predominio sociale e politico della borghesia, meno ancora la sua morte, ma apre la prospettiva che essa trascini l’umanità nella barbarie».

Il gioco è ancora aperto, tutto dipende dalla lotta

Una ben nota espressione inglese dice: “Every cloud has it silver lining” (ogni nuvola ha il suo bordo argentato). L’impotenza della governance neoliberista di fronte alla crescente globalizzazione internazionale non si manifesta soltanto a destra né nel Trumpismo. Si manifesta anche a sinistra, nella forte radicalizzazione resa visibile dal movimento Occupy, poi dalla campagna di Bernie Sanders per l’investitura democratica. L’elezione di Trump rafforza spettacolarmente questa polarizzazione. Gli sfruttati e gli oppressi hanno reagito immediatamente con massicce mobilitazioni, in larga misura spontanee. A una settimana di distanza dalla gigantesca Marcia delle Donne del 21 gennaio, è stato contro il Muslim ban che centinaia di migliaia di persone sono passate all’azione. Altre lotte verranno. Ormai, l’appello a una People’s March for Climate ha tutte le possibilità di superare in ampiezza la grande manifestazione sul “Clima” che aveva visto la partecipazione di 300.000 persone a New York nel 2014.

In questa lotta non c’è nulla da aspettarsi dai politici democratici. Bernie Sanders li spaventa più di Trump. Parlano di democrazia, ma incarnano una politica neoliberista fino all’ultimo respiro, e che diventa a sua volta sempre più autoritaria. L’unica strategia realistica consiste nello sviluppare le mobilitazioni facendole convergere, cercando di indirizzarle in senso anticapitalista. Si tratta infatti di ricavare la lezione del successo di Barnie Sanders alle primarie dei democratici: solo opponendo una razionalità eco-socialista – la razionalità della soddisfazione dei bisogni umani reali, democraticamente decisi nel rispetto dell’ambiente – alla falsa razionalità parziale del capitalismo è possibile fare argine a Trump.

È nell’interesse degli sfruttati e degli oppressi ovunque nel mondo sottolineare la loro più larga e attiva solidarietà con le mobilitazioni degli Stati Uniti. Del resto, non si tratta di solidarietà, ma di lotta comune, perché sconfiggere Trump è nell’interesse degli/delle sfruttati/e e degli/delle oppressi/e del mondo intero. La sua sconfitta sarà quella di tutti i despoti – o candidati despoti – che giocano col nazionalismo e con il populismo per asservire le popolazioni.

La prova di forza ingaggiata negli Stati Uniti è di portata planetaria. Se si sconfigge il trumpismo, o se Trump dovesse “sgomberare” sotto la pressione della piazza, questa vittoria incoraggerebbe ovunque la controffensiva dei popoli. Se Trump invece dovesse vincere, si dovrebbe cominciare a temere seriamente il rischio di una terza Guerra mondiale.

(7 febbraio 2017)  da A l’encontre  Traduzione di Titti Pierini * Daniel Tanuro è l’autore de L’impossible capitalisme vert, La Decouverte, Parigi 2010, [tradotto in inglese, tedesco, turco e italiano (Edizioni Alegre, Roma)].

[1] Ernest Mandel, Les ondes longues du développement capitaliste. Une interprétation marxiste, Syllepse, Parigi 2014.

[2] Cfr. François Chesnais, «Le capitalisme a-t-il rencontré des limites infranchissables?»,http://alencontre.org/laune/le-capitalisme-a-t-il-rencontre-des-limites-infranchissables.html.

[3] Kim Moody, “Who Put Trump in the White House?”, in Against The Current, gennaio-febbraio 2017.

[4] Bannon ha esposto la propria visione strategica in une conferenza tenuta nel 2014 nelle stanze del Vaticano (!). La lettura di quel testo è essenziale.

http://www.dignitatishumanae.com/index.php/this-is-how-steve-bannon-sees-the-entire-world/.

[5] Stern Review, “The Economics of Climate Change”, 2006.

[6] Cfr. Lance Selfa, “Qu’est-ce que signifie ‘rendre l’Amérique à nouveau grande’?”

http://alencontre.org/ameriques/americnord/usa/etats-unis-quest-ce-que-signifie-rendre-lamerique-a-nouveau-grande.html

[7] Dan La Botz, “Trump Makes Early Enemies”, http://www.internationalviewpoint.org/spip.php?article4854.

[8] Financial Times, 31 gennaio 2017, https://www.ft.com/content/315f7568-e6fe-11e6-893c-082c54a7f539.

[9] Sul ruolo degli individui nella storia si veda, Ernest Mandel, “Les individus et les classes sociales: le cas de la Seconde guerre mondiale”, http://www.ernestmandel.org/new/ecrits/article/les-individus-et-les-classes.

[10] Laleh Khalili, “With Muslim Ban, Trump and Bannon Wanted Chaos, but Not Resistance”,

http://www.truth-out.org/news/item/39298-sowing-mayhem-to-reap-power-the-sinister-strategy-behind-trump-s-muslim-ban.

[11]https://www.nrdc.org/experts/john-walke/trump-epa-nominee-answers-senators-contempt-and-extremism?utm_source=tw&utm_medium=tweet&utm_campaign=socialmedia.

[12] Jeremy Legget, «State of The Transition, December 2016”,

http://www.jeremyleggett.net/2017/01/state-of-the-transition-december-2016-as-fossil-fuel-diehards-take-over-the-white-house-the-evidence-of-a-fast-moving-global-energy-transition-has-never-been-clearer/ .

[13] Sul possibile impatto delle misure climatico-negazioniste che prendesse Trump, si veda D. Tanuro, «Empêchons Trump de commettre un crime climatique»,

http://www.lcr-lagauche.org/empechons-trump-de-commettre-un-crime-climatique-contre-lhumanite-et-lenvironnement/.

 

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