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Francia, la difficile impresa del neocandidato del PS

di Andrea Martini

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Nella foto da sinistra a destra, Philippe Poutou, Jaen-Luc Mélenchon, Benoit Hamon

Dopo lo schiaffo implicito incassato dalla direzione del Partito socialista francese contenuto nella decisione del presidente uscente François Hollande di non ripresentarsi per le prossime elezioni (un inedito nella storia della quinta Repubblica), la bocciatura alle primarie del suo sodale-rivale Manuel Valls, ex primo ministro, costituisce un nuovo schiaffo. Le cause delle batoste sono sempre le stesse: il disastroso bilancio sociale delle loro politiche e la conseguente caduta verticale di consenso verso quello che è stato, perlomeno da quando François Mitterrand ne è divenuto il leader indiscusso nel 1969, il partito egemone nella sinistra riformista d’Oltrealpe.

Emblema di quella politica antisociale e antidemocratica è stata la Loi Travail ideata e imposta proprio dal governo presieduto dal premier uscente che è stato definitivamente battuto da Benoît Hamon domenica 29 gennaio nel secondo turno delle primarie organizzate dal PS (e dai partiti satelliti).

E’ significativo che tra il primo e il secondo turno di queste primarie il tasso di partecipazione al voto sia aumentato in modo rilevante, in gran parte a favore del candidato poi risultato vincitore, per la volontà, di una parte importante degli elettori socialisti di punire in modo netto Valls, ritenuto manifestamente responsabile del declino del loro partito.

Hamon viene ritenuto il capofila della sinistra del PS, ma occorre far notare che la sua presa di distanza da Valls (di cui è stato fino al 2014 ministro della pubblica istruzione) è stata sempre improntata a profonde ambiguità, senza mai distaccarsi dalla impostazione social-liberista, egemone nel PS da parecchio tempo a questa parte. Oggi si fa paladino di una proposta di “reddito universale” un po’ sul modello dei nostri 5 Stelle, che dovrebbe attribuire, senza mai chiarire come finanziare questa misura, qualche centinaio di euro a quel sempre più massiccio settore di proletariato condannato alla disoccupazione di lunga durata o al precariato di massa. Una scelta, che nella sua genericità demagogica, confessa però senza ambiguità una resa di fronte alla crescente esistenza di questo esercito di manodopera di riserva…

Ovviamente Benoît Hamon, con il suo programma elettorale, non si propone in nessun modo di dare uno stop reale ai licenziamenti, alle chiusure di aziende, alla loro delocalizzazione, al taglio dei salari, in una parola al potere dei capitalisti di gestire e controllare l’apparato produttivo esclusivamente secondo i loro interessi. E di scaricarne le conseguenze sugli equilibri sociali e su quelli ambientali.

Il neo candidato socialista si rende conto di essere, grazie al bilancio della politica di Valls e Hollande, tutt’altro che favorito alle presidenziali del 23 aprile, con la prospettiva concreta di rischiare di non essere neanche ammesso al secondo turno del 7 maggio. Anche se le recenti inchieste che coinvolgono il candidato del centrodestra François Fillon potrebbero riaprire questa partita.

Hamon, dunque, per motivi di collocazione politica e per mostrare l’ “utilità” del voto a suo favore deve cercare di apparire come un candidato nettamente diverso dall’immagine consolidata filopadronale e liberale del partito socialista e credibile nelle possibilità di vittoria. Non a caso, negli ultimi giorni della campagna per le primarie e nelle dichiarazioni di domenica 29 a sera, dopo l’annuncio della sua vittoria netta su Valls, Hamon ha fatto esplicite aperture verso un’alleanza con il partito ecologista (che presenta un proprio candidato, l’europarlamentare Yannick Jadot) e con Jean-Luc Mélenchon, candidato del movimento la France insoumise (la Francia ribelle…), leader del Partito di sinistra.

La risposta del candidato verde non è ancora arrivata, anche se altri dirigenti del suo partito hanno espresso pareri entusiastici verso la vittoria di Hamon su Valls, mentre Mélenchon si è già immediatamente pronunciato in maniera molto possibilista. Si è comprensibilmente felicitato per la sonora sconfitta dell’ex primo ministro, ma ha anche definito i discorsi di Hamon “molto vicini ai nostri”, dichiarando che “oramai le parole che un tempo dicevamo solo noi, rivendicazione di una ‘sesta repubblica’, pianificazione ecologica, indipendenza della Francia, coprono un campo molto più ampio. Il fatto che il PS per designare il proprio candidato abbia preferito le nostre parole darà i suoi frutti al momento giusto. Il nostro programma ‘Futuro in comune’ allarga la propria egemonia culturale. Spetta a noi, che abbiamo difeso da soli queste scelte per tanti anni, di saperle rendere vincenti. La nostra campagna e la mia candidatura esistono per questo, solo per questo”.

Mélenchon non si rende conto del fatto che la prossimità, vera o presunta, che riscontra tra il suo programma sovranista e riformista e quello del candidato con cui il PS cerca di scongiurare il proprio tracollo è la dimostrazione lampante delle sue proprie ambiguità.

Ambiguità da cui rifuggono la candidatura e il programma di Philippe Poutou, sostenuta dal Nuovo partito anticapitalista. Si tratta di un programma radicalmente ecosocialista, antirazzista, basato sulla soddisfazione dei bisogni sociali delle classi subalterne, la difesa dei salari, dell’occupazione attraverso una secca riduzione degli orari di lavoro, il blocco dei licenziamenti, la difesa e il rilancio dei servizi pubblici, costruito attorno all’unica candidatura operaia in lizza nelle prossime presidenziali. Una candidatura esplicitamente internazionalista e anticapitalista, per il superamento del sistema responsabile dei disastri sociali e ambientali che travagliano la Francia e tutto il pianeta.