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L’insediamento di Trump e le sue politiche

di Fabrizio Burattini

Decisamente la triviale ascesa di Donald Trump al trono della Casa Bianca non è stata quella marcia trionfale che il nuovo establishment statunitense sperava. Una folla modesta, rispetto agli stessi pur modesti precedenti di Obama, ha assistito alla messa in scena dell’investitura del miliardario. E, soprattutto, centinaia di migliaia di donne e in genere di manifestanti hanno sfilato in tutto il paese per sancire la vasta impopolarità del nuovo presidente.

Il lugubre e minaccioso motto di Trump “America first” ha contrassegnato e sintetizzato il suo programma politico: tentare di ricostruire quella egemonia economica, culturale, politica e militare degli USA che è stata messa in crisi negli ultimi 40 anni. Riportare la borghesia americana nel posto di comando che si era conquistata a metà del secolo scorso, dominando e orientando incontrastata per decenni le borghesie degli altri paesi, imponendo impunemente governi “amici” in tutto il mondo, anche a costo di sanguinosi massacri (dal Guatemala del 1953, all’Indonesia del 1964, al Cile del 1973, per arrivare al Nicaragua del 1989). E, naturalmente, sfruttando e impoverendo attraverso uno spudorato “scambio ineguale” interi continenti, quelli che abbiamo imparato a chiamare il Sud del mondo.

Per sostenere questo programma reazionario, razzista e imperialista Trump ha utilizzato i più demagogici argomenti, denunciando la povertà delle periferie americane, l’ingiustizia di un sistema che emargina buona parte della popolazione, la desertificazione industriale, le disuguaglianze. Cioè tutti gli effetti della politica economica  e sociale sostenuta con poche sfumature di differenza dai presidenti USA perlomeno degli ultimi 35 anni, da Reagan a Obama, i rappresentanti della cosiddetta élite travolta dalla crescita del “trumpismo”. Una cosa grottesca, se si pensa che, all’estremo opposto della piramide sociale statunitense, la politica che Trump denunciava è anche quella che ha favorito il gigantesco arricchimento del Berlusconi a stelle e strisce, che in quello stesso periodo ha accumulato con le sue iniziative immobiliari e finanziarie un patrimonio di ben 3,7 miliardi di dollari.

Mentre Trump festeggiava con i suoi amici la conquista della Sala ovale, Obama se ne è andato, alzandosi in volo con il suo elicottero sulle macerie della sua politica, sulla irrisolta “questione razziale”, su di una società che non ha trovato nulla di più convincente che rivolgersi al volgare demagogo nuovayorkese. Certo, non va sottovalutato che la candidata Clinton ha ottenuto, nel voto popolare, quasi tre milioni di voti in più del vincente, ma, come pretendono di insegnarci i cultori della “governabilità”, le leggi elettorali vanno rispettate anche quando manifestano in modo inoppugnabile il loro carattere perversamente antidemocratico.

Auspicando il ritorno al “sogno americano” e il “potere al popolo”, Trump ha utilizzato i più vieti argomenti della peggiore demagogia, una demagogia che, la storia ce lo insegna, si accompagna sempre con una gestione del potere autoritaria, l’autorità dell’uomo forte al comando che verrà gestita in modo oligarchico e familistico.

L’impostazione sociale della sua presidenza si è subito rivelata con l’immediata e preannunciata firma del decreto contro la riforma sanitaria del 2014 (l’unica misura parzialmente e potenzialmente positiva assunta dall’amministrazione Obama) per (citiamo dal suo discorso) “sviluppare di nuovo un mercato libero e aperto per offrire servizi e assicurazione sanitari”.

Come dicevamo all’inizio e come la stampa non è riuscita né a nascondere né a minimizzare, l’impostazione antipopolare, razzista e sessista di Trump ha già trovato una prima risposta nelle piazze americane. Oltre 2 milioni di donne (ma c’erano anche molti uomini) hanno sfilato non certo per rivendicare il ritorno dei democratici, ma sulla base dell’appello di una ex avvocata pubblicato su Facebook che si è diffuso a macchia d’olio nelle settimane precedenti l’Inauguration Day e che è stato sostenuto anche da numerose associazioni per i diritti civili, per la difesa dei migranti, dei musulmani, per il diritto all’aborto, collettivi femministi, LGBTI, pacifisti. Si è spontaneamente costruito in piazza un fronte unico sociale contro Trump e la sua politica padronale. Le manifestazioni hanno interessato oltre 400 città degli Stati uniti e circa un’altro milione di manifestanti è sceso in piazza in altri 66 paesi.

La lettura banalizzante di molti mass media anche italiani ha sottolineato però come la maggioranza della “classe media americana” impoverita continui a manifestare il suo sostegno a Trump, peraltro comprendendo in questa “classe” tutte e tutti coloro che avrebbero perso in reddito e protezione sociale durante gli anni della crisi, prescindendo dalle posizioni di partenza e da quelle di arrivo e includendovi, con grande enfasi, tout court la classe operaia bianca.

Non è lo scopo di questo articolo tornare sull’analisi sociologica del voto al miliardario, argomento sul quale rimandiamo a ad altri articoli su questo stesso sito; vale però la pena segnalare come le scelte del nuovo presidente nel comporre il suo gabinetto non vadano affatto nella direzione di voler soddisfare i bisogni veri delle lavoratrici e dei lavoratori statunitensi. Basti pensare che ministro del Lavoro è stato nominato Andy Puzder, amministratore delegato della catena di fast-food CKE, più volte denunciata per mancati pagamenti di giornate di lavoro ai suoi dipendenti, anche lui dunque, una specie di Poletti d’Oltreatlantico.

E non sono solo i diritti del lavoro ad essere nel mirino della nuova amministrazione: la ministra dell’istruzione, Betsy DeVos, donna d’affari, nota per la sua militanza nella Chiesa cristiana riformata, ha nel suo programma la sostituzione del finanziamento alle scuole pubbliche con voucher distribuiti alle famiglie; il direttore dell’agenzia per l’Ambiente, Edward Scott Pruitt, si è fatto un nome tra gli avvocati USA impugnando in tribunale ripetutamente le pur timide norme antinquinamento; il ministro del Tesoro, Steven Terner Mnuchin, è un uomo della Goldman Sachs ed è manager di un fondo di investimento responsabile dello sfratto di 36.000 famiglie messe sul lastrico dalla crisi dei mutui subprimes

Tutto il complesso del suo governo è socialmente  molto ben caratterizzato. Secondo uno studio basato sulle dichiarazioni dei redditi e dei patrimoni del 2013, i 16 componenti del governo possiedono da soli un patrimonio equivalente a quello posseduto da 43 milioni di famiglie americane, pari dunque a quasi un terzo della popolazione. Si tratta di un record difficilmente eguagliabile…

Tutte queste considerazioni critiche non devono affatto suonare nostalgiche delle amministrazioni democratiche, perché la elezione di Trump è figlia della loro politica, del modo con il quale Barak Obama e tutto il suo governo, del quale la candidata (delle élite) Hillary Clinton faceva autorevolmente parte, ha affrontato e gestito la crisi economica iniziata nel 2007, impoverendo e accentuando il malcontento di ampi strati della popolazione americana. D’altra parte, in quel paese, al di là dell’avvicendarsi di amministrazioni dei due partiti dominanti, il reddito della metà più povera della popolazione è fermo al livello di potere d’acquisto degli anni 70, la maggioranza dei trentenni guadagnano meno di quanto guadagnavano un tempo i loro genitori. Al contrario, gli strati privilegiati hanno visto ingigantirsi i loro patrimoni e i loro redditi, in particolare negli 8 anni di presidenza di Obama, grazie alla politica neoliberale messa in atto.

E’ errato dire che Trump nutra la sua politica solo di razzismo, nazionalismo e sessismo. In realtà la sua amministrazione scommette su un rilancio economico significativo e “autocentrato” basato sull’idea dell’accantonamento della politica monetaristica che ha caratterizzato sia i repubblicani che i democratici da Reagan in poi. E’ questo il motivo dell’ostilità che in un primo momento ha manifestato verso di lui la leadership del suo partito. Non si trattava tanto di prendere le distanze dalla volgarità di certe dichiarazioni ma piuttosto di difendere una linea politica e gli interessi che sottende.

L’impresa che Trump si prefigge è, insieme, insidiosa, negativa ed incerta.

Dopo la rimessa in questione dell’Obama Care, l’altra grande misura preannunciata da Trump è quella di un’ulteriore intervento sulle tasse dei ricchi, abbassando l’attuale aliquota massima del 36% (già dimezzata rispetto a quanto vigente prima di Reagan) al 33% sui redditi delle persone e a un analogo taglio per le imposte sulle imprese. Il tutto accompagnato da un condono tombale sull’elusione fiscale delle multinazionali con le loro dichiarazioni presentate nel paese fiscalmente più conveniente. L’obiettivo ufficiale di queste misure sarebbe quello di rilanciare l’economia e, di conseguenza, stimolare la crescita dei salari e dell’occupazione nazionale. Ma la realtà è e sarà ben diversa.

Stiamo vedendo che, dopo le iniziali perplessità, ora le élite stanno diventando trumpiste… E il trumpismo non ha poi un programma economico così diverso dalle altre équipe politiche.

Riuscirà nel suo intento questa politica, perlomeno nella misura necessaria a mantenere attorno alla amministrazione una base di consenso accettabile? Le incognite sono molte. Come l’esperienza insegna, la maggiore disponibilità di denaro cash nelle tasche delle aziende, in mancanza di convenienza (presenza di domanda solvibile, costi di produzione concorrenziali…) spesso si trasferisce in quattro e quattr’otto nelle tasche degli azionisti, piuttosto che in programmi di investimento volti a incrementare l’occupazione. Anzi, a fronte di una domanda stabile, questa maggiore disponibilità finanziaria potrebbe perfino essere finalizzata da molte aziende a finanziare ristrutturazioni e espulsioni di esuberi.

E’ perfino ovvio dire che determinante a questo proposito sarebbe la presenza di un movimento delle lavoratrici e dei lavoratori capace di rivendicare la redistribuzione di questo denaro attraverso aumenti salariali e riduzioni di orario di lavoro (a parità di salario). Ma il movimento sindacale americano, come peraltro quello di tanti paesi, non gode certo di buona salute e non sarà certo il trumpismo a favorirne il rilancio.

Il nuovo governo, poi, si prefigge un mega piano di investimenti da 1000 miliardi di dollari per rinnovare le infrastrutture pubbliche, tradizionalmente pochissimo curate negli USA. Ma non si tratta di immettere denaro fresco, bensì il piano si farà utilizzando un sistema di crediti di imposta, anche qui con il fine di aumentare il margine di profitto per le imprese che si aggiudicheranno gli appalti. E, visto che saranno strutture affidate a privati e, dunque, dovranno essere redditizie, con tutta probabilità le infrastrutture più bisognose di intervento (come scuole pubbliche ridotte allo stremo, ponti pericolanti, dighe di campagna), che però evidentemente non potranno essere redditizie, resteranno fuori.

Non a caso le grandi società finanziarie o le grandi banche private, appena annusata la opportunità, si sono già piazzate sui blocchi di partenza per aggiudicarsi le infrastrutture più redditizie, le reti idriche, le autostrade a pedaggio, gli aeroporti, le grandi dighe o i progetti di nuove grandi opere, come tunnel, oleodotti, servizi a rete in genere.

Dunque, l’operazione di rilancio degli investimenti progettata da Trump, in primo luogo, costituirà una formidabile occasione per giganteschi investimenti dal profitto sicuro per le grandi società e un’ulteriore fase di privatizzazione a tappeto nel paese. Dunque una valanga di soldi pubblici per favorire di nuova distruzione dell’ambiente e il peggioramento dei servizi e tariffe più elevate per garantire i mega-profitti degli investitori.

Si conferma e si approfondisce una delle caratteristiche tradizionali della politica neoliberale: i capitalisti non trovano vie per un’espansione economica vera e propria e allora è lo stato che corre in loro aiuto, abbassando le tasse, promuovendo la deregulation totale dei servizi, la loro privatizzazione, elargendo sovvenzioni e condoni, consentendo operazioni a costi ridotti e ad alto profitto. E’ perfino probabile che i nuovi servizi privatizzati, per incrementare la redditività, vedano un taglio dei loro addetti.

Tutto ciò potrà facilitare un vero e proprio rilancio espansivo? I profitti così accumulati verranno investiti nell’ “economia reale” o torneranno nel circuito finanziario?

Peraltro, anche sul piano puro e semplice dei conti macroeconomici, le nuove spese si equilibreranno con i tagli già preannunciati, per lo meno nella sanità con lo smantellamento dell’Obama Care.

Ecco perché nel programma del miliardario assume un’importanza cruciale la carta reazionaria del nazionalismo, con il suo portato non solo di razzismo ma anche di protezionismo, quest’ultimo osservato con interesse e con compiacimento non solo da correnti politiche di destra nostrane e europee, ringalluzzite dal successo di Trump, ma guardato con malcelata invidia anche da movimenti populisti come il M5S e purtroppo anche da settori “sovranisti” di sinistra.

Certo, il successo di Trump comporterà anche qualche “effetto collaterale” positivo: la annunciata cancellazione dei trattati di libero scambio transatlantico e transpacifico. Questo si iscrive peraltro nella crisi e nel declino della mondializzazione, di cui il raffreddamento del commercio mondiale è la dimostrazione più lampante.

Ma occorre sottolineare che, quando la carta della politica è logora e i margini per conquistarsi un consenso materiale sono esigui, le classi dominanti non disdegnano di utilizzare anche gli strumenti demagogici della presenza di un “nemico interno” e/o di un “nemico esterno”.

L’argomentazione nazionalista, la spinta verso una guerra commerciale con la Cina (e in subordine con gli altri BRICS), la capacità di nascondere le vere responsabilità sociali degli ambienti finanziari e industriali nazionali e internazionali nell’impoverimento di vasti strati di popolazione nordamericana e di trasformare i problemi sociali in una sorta di “questione nazionale” sono stati la chiave del successo della campagna di Donald Trump. Ma, non per questo il neoprotezionismo di Trump avrà un futuro senza problemi.

Un’impostazione politica e economica protezionista così come è stata utilizzata durante la campagna elettorale è una carta di difficile uso, non tanto per scrupoli morali, ovviamente, ma perché, in un paese in cui quasi tutto ciò che si vende è prodotto spesso da aziende nazionali sì, ma in fabbriche delocalizzate lontano, in Cina, in Asia, in America latina, proporsi di limitare seriamente il commercio estero è arduo.

D’altra parte, il settore del partito repubblicano che lo ha appoggiato fin dall’inizio (o che si è rapidamente convertito a sostenerlo) pullula di personale politico di stretta osservanza liberista, dunque liberoscambista fino al midollo, personale che ha voluto e ottenuto dal neo presidente l’attribuzione di posti di potere di tutta rilevanza, come Rex W. Tillerson, amministratore di Exxon Mobil nominato segretario di Stato, Gary Cohn, amministratore delegato di Goldman Sachs che presiederà il National Economic Council, o Carl Icahn, consigliere privato di Trump sulla deregulation, noto per essersi arricchito con i titoli spazzatura, tutti quanti classificati tra gli uomini più ricchi del mondo.

Perciò sarà interessante seguire la discussione tra costoro e l’ala più genuinamente protezionista della nuova amministrazione come Peter Navarro, economista anticinese messo a capo del National Trade Council, o Wilbur Ross, il nuovo ministro del Commercio, un miliardario soprannominato il “re della bancarotta”, per le ripetute operazioni al limite della frode che ne hanno agevolato l’arricchimento.

Senza dimenticare che l’impostazione della gestione del potere della équipe trumpista non riguarderà solo la sfera economica né avrà solo ripercussioni nazionali. La nomina di Steve Bannon a primo consigliere del presidente mostra come i pericoli vanno ben al di là. Costui è dichiaratamente una delle figure più in vista dell’estrema destra razzista, antisemita e anti islamica e intrattiene esplicitamente rapporti con l’estrema destra europea (Fn francese, Lega italiana, ecc.) e di altri paesi emergenti, come la Russia, la Turchia, l’India di cui auspica il successo nelle prossime tornate elettorali.

Come abbiamo visto, la classe dominante americana ha aperto un dibattito su come affrontare la nuova fase, se cioè continuare a approfondire il libero scambio e le restrizioni monetarie o sperimentare nuove forme di ripiegamento protezionistico e tendenzialmente nazionalista, condito da qualche apertura verso il rilancio produttivo. Noi non tifiamo per nessuna delle due posizioni, perché entrambe sono assolutamente convergenti su una cosa: fomentare la divisione nelle fila delle classi popolari, il razzismo, la desindacalizzazione, per impedire in ogni modo che le forze del lavoro possano interferire con la loro azione sindacale e politica.