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Il decreto salva il risparmio, le banche o i banchieri?

Il recente decreto approvato dal neo governo Gentiloni risolve il problema Monte Paschi e non solo. Ma è una risposta parziale, l’unica è la vera nazionalizzazione delle banche!

di MA

Alla fine arrivò! Come ampiamente anticipato nei giorni precedenti, il governo ha varato il decreto che di fatto fa rientrare lo stato come proprietario del Monte Paschi di Siena.

Il decreto è complesso, non è rivolto solo alla banca senese e sarà oggetto nei prossimi mesi di una costante trattativa e valutazione con Bce e Ue; il governo, inoltre, dovrà emanare ulteriori provvedimenti ad hoc.

Semplificando, possiamo dire che il governo stanzia 20 miliardi per il settore bancario e a tutela dei risparmiatori, intervenendo precauzionalmente sul malandato Monte dei Paschi per evitare la risoluzione della banca e l’avvio del famigerato bail in, ossia il salvataggio interno di una banca pagato non solo da azionisti, ma anche dagli obbligazionisti (risparmiatori possessori di obbligazioni) e dai correntisti con le somme eccedenti i centomila euro per singolo cliente.

Il decreto schematicamente prevede:

  • la ricapitalizzazione precauzionale della banca ad opera dello stato;
  • garanzia attivate dallo stato per accedere alla liquidità da parte della banca verso bce o altri emittenti; garanzie attivate dallo stato per emissioni di futuri strumenti di passività da parte della banca (obbligazioni);
  • burder sharing degli obbligazionisti subordinati (alcuni tipi di obbligazioni vengono trasformate in azioni ma quelle in possesso dei privati, e questa è una novità importante , vengono ristorate dallo stato, quindi a perderci sono solo gli investitori istituzionali);
  • cessione dei crediti di difficile restituzione a terzi (i famosi-famigerati NPL);
  • nuovo piano industriale per far tornare redditiva la banca (chiusura di sportelli, migliaia di esuberi da gestire – quello del vecchio managment prevedeva 500 filiali a chiudere e 2600 esuberi – e tetti alle retribuzioni dei manager che non potranno superare quelle dei dirigenti pubblici) e ricollocarla sul mercato.

L’intervento dello stato, quindi, era ampiamente previsto alla direttiva europea (brrd) che ha istituito la nuova procedura di salvataggio delle banche.

Qualcuno afferma che la politica italiana si è mossa troppo tardi; forse impegnata in questioni più pratiche come il referendum costituzionale del 4 dicembre con Renzi che preferiva non affrontare il delicato tema banche, visto il trascorso di banca Etruria e l’inevitabile perdita di voti che avrebbe comportato l’apparire per l’ennesima volta l’amico delle banche.

Pur muovendosi nelle previsioni della direttiva europea, l’assenza dei soliti latrati tedeschi potrebbe essere spiegata con la necessità che anche la Merkele debba mettere mano al portafoglio per il teutonico mondo del credito. Se infatti da noi sono le sofferenze bancarie il tema fin troppo sviscerato, in Europa non si presta la stessa attenzione ai problemi della prima banca tedesca (la Deutsche Bank) i cui derivati costituiscono un problema anche maggiore per la Germania che rischia un botto di alcuni punti del Pil se dovesse saltare la prima banca del paese. L’Italia, quindi, con i suoi tanto declamati vizi potrebbe essere solo l’apripista in Europa dell’intervento pubblico nel settore bancario!

Intervento dello stato, è bene precisarlo, che deve essere temporaneo ed essendo considerato come una tantum per stabilizzare il sistema finanziario è previsto dalla legge di stabilità.

Il governo italiano ha esitato molto prima di intervenire nel settore bancario, un settore che non può considerarsi alla stregua delle altre attività economiche in quanto regola due aspetti fondamentali della vita economica di una società: la concessione del credito e la raccolta del risparmio.

Per questo motivo assimilare le banche alle altre attività economiche è sbagliato; ma proprio perché attività fondamentali nelle scelte economiche di un paese non possono essere demandate al mercato, i cui strenui difensori però non sono stati contrari all’intervento in questo e in altri casi dello stato.

Da più parti infatti si sono citati gli esempi di come i governi sono intervenuti proprio nel settore bancario per sostituire un mercato incapace di salvare gli istituti di credito. Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna nel corso degli ultimi anni hanno speso milioni di euro per salvare le banche (nel 2010 la Germania 305 milioni, la Gran Bretagna 208 milioni, fonte il sole 24ore). Spesso si è rimarcato come proprio gli Usa hanno tratto vantaggi economici da questa operazione guadagnandoci dalla vendita.

Ma questa nazionalizzazione non ci interessa!

Una nazionalizzazione che si muove nel solco delle politiche di austerità e di controllo della spesa pubblica a favore degli interessi privati non ci interessa. Non vogliamo uno stato che intervenga laddove il mercato fallisce per il tempo che non lo decide una burocrazia (parole di Patuelli, presidente della associazione bancaria italiana) ma lo stabilisce il mercato stesso! Togliere le castagne dal fuoco ad altri, magari anche guadagnando qualcosina non deve essere la missione dello stato! La collettività deve controllare stabilmente questo importante centro decisionale della vita delle persone!

Un sistema bancario nazionalizzato farà sì che i 20 miliardi stanziati da un governo non siano un costo per la collettività che vede accrescere il debito pubblico!

Un sistema bancario nazionalizzato avrà visto investire quei venti miliardi in un sistema del credito che agisca in logiche nuove non legate al profitto ma ad una nuova funzione sociale.

Per finanziare nuove e determinate attività economiche piuttosto che altre, per permettere un gestione diversa del risparmio dei cittadini meno truffaldina, per rendere possibile l’erogazione del credito secondo paramenti non solo economici.

Solo pensando un tipo di banca diversa, una banca nazionalizzata i miliardi saranno investiti per la collettività e non per aiutare banchieri amici!