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Francia, sinistra e destra verso le elezioni presidenziali

di Fabrizio Burattini

L’attenzione politica in Italia si rivolge tra l’altro, in questi giorni che preludono all’apertura del suo congresso nazionale, al dibattito che si è riacceso nel Partito democratico, dopo la sonora sconfitta della direzione renziana nel referendum del 4 dicembre.

Ma in questi stessi giorni un altro dei partiti che fanno capo al Partito socialista europeo, il PS francese, si accinge a essere lacerato nelle consultazioni “primarie” convocate per il prossimo 22 gennaio, con il probabile secondo turno giusto una settimana dopo. In queste ore si formalizzano le candidature a queste “para-elezioni” modellate sul tutt’altro che brillante esempio del PD nostrano, a sua volta ripreso dalla tradizione a stelle e strisce.

I candidati sembrano essere nove, in rappresentanza delle varie anime riaffiorate nel PS d’Oltralpe in vista della fallimentare conclusione del mandato di François Hollande. Come è ovvio, le candidature riflettono anche le ambizioni e le vendette personali di un ceto politico che, proprio per responsabilità di una linea politica del tutto lontana da qualunque ispirazione “socialdemocratica” perfino da quella moderatissima che aveva caratterizzato per tutto il dopoguerra i socialisti francesi, vedono profilarsi all’orizzonte una sconfitta epocale.

Tra i nove c’è solo una donna, Sylvia Pinel, la giovane leader del piccolo Partito dei Radicali di sinistra (PRG), erede del partito più vecchio di Francia, dominante durante la Terza repubblica, da sempre alleato del PS, soprattutto a partire dalla presidenza di François Mitterand. Sylvia Pinel è stata ministro nei vari governi di Hollande.

François de Rugy è il massimo dirigente del micropartito ecologista (da non confondere con il Partito Europa Ecologia I Verdi, di Daniel Cohn-Bendit), alleato dei socialisti dai quali però dissente in merito alla decisione governativa di procedere nella devastante costruzione del nuovo aeroporto di Notre-Dame-des-Landes.

Un altro ex-Verde, Jean-Luc Bennahmias, si presenta in qualità di leader di un’altra microformazione di centro alleata strutturalmente con il PS, il Fronte democratico.

Fabien Verdier, invece, è un giovane dirigente del Partito socialista, anche se rappresenta una delle tante posizioni interne, forse la più piccola, che all’ultimo congresso ha raccolto meno dell’1,5% dei voti. Sostiene la necessità di “ringiovanire” il partito e la politica e si prefigge di “difendere i ceti medi”…

Manuel Valls è naturalmente il più noto dei candidati (ed è ovviamente il favorito), essendo stato presidente del Consiglio dei ministri fino a poche settimane fa, artefice materiale della politica di Hollande, dalla Loi Travail alla gestione autoritaria della piazza dopo gli attentati terroristici dello scorso anno.

Vincent Peillon, filosofo e scrittore, rappresenta l’anima “hollandiana” del partito, rimasta orfana a causa della rinuncia del presidente della Repubblica uscente a ripresentarsi, sicuro della cocente bocciatura a cui sarebbe andato incontro. E’ evidentemente una candidatura di disturbo nei confronti del “traditore” Manuel Valls.

Arnaud Montebourg, ex ministro dell’Economia e manager industriale, rappresenta la sinistra “nazionalista” del partito, seguita con attenzione dal PCF.

Benoît Hamon, pure lui ex ministro, rappresenta l’ala tradizionalmente socialdemocratica del PS, costretta a cercare di prendere il più possibile le distanze dal quinquiennio di Hollande.

Gérard Filoche, 70 anni, è il più anziano dei candidati e rappresenta l’estrema sinistra del partito. Proviene dalle fila del trotzkismo ed è autore di numerosi libri sul diritto del lavoro. Deputato, è stato l’animatore dell’opposizione parlamentare all’approvazione della Loi Travail, poi aggirata con un colpo di mano del governo.

Abbiamo cercato di ordinare i nove candidati da “destra” verso “sinistra” ma resta che tutti (con la parziale eccezione di Filoche, che però rappresenta una “candidatura di bandiera” essendo totalmente invisa all’apparato del PS) sono segnati dal pesante bilancio della presidenza socialista, che ha prodotto una politica largamente penalizzante per le classi popolari.

Non a caso tutti gli analisti prevedono che quale che sia il candidato che i socialisti francesi sceglieranno a fine gennaio, perfino il potente Valls, esso, probabilmente, non riuscirà neanche ad arrivare al ballottaggio di inizio maggio, che dovrebbe vedere contrapposti la postfascista Marine Le Pen e il candidato scelto nelle “primarie del centrodestra” François Fillon, ex primo ministro di Sarkozy, molto orientato a competere sul terreno sciovinista, razzista e antiabortista con la demagogia lepeniana.

Tralasciando i numerosi aspiranti candidati centristi, che, come tutti gli altri sono impegnati in queste settimane a raccogliere le 500 firme di rappresentanti istituzionali richieste dalla legge elettorale per potersi presentare, resta da vedere che cosa accade nella sinistra del paese transalpino.

Il candidato più accreditato alla sinistra del PS è certamente Jean-Luc Mélenchon, ex socialista fino al 2008, noto anche in Italia in quanto fondatore e leader indiscusso, si potrebbe dire autocrate, del Parti de Gauche (PG) e del Front de Gauche; ultimamente questo Fronte è stato dichiarato “morto” da Mélenchon stesso. Oggi si presenta come rappresentante di un’aggregazione, la France Insoumise, cioè la Francia non sottomessa, ribelle, che ha raccolto il sostegno oltre che del fedele PG, anche quello del Movimento della sinistra socialista, recentemente scissosi dal PS, quello del movimento libertario trotzkista Ensemble! e, recentissimamente, anche quello del PCF, sancito di strettissima misura (53 a 47%) nel referendum tra le/gli iscritte/i, dopo una travagliata discussione interna.

Ancora all’estrema sinistra si presentano le candidature di Nathalie Arthaud, di Lutte Ouvrière, e del compagno Philippe Poutou, operaio, esponente del Nouveau Parti Anticapitaliste, noto tra l’altro per aver diretto la lotta contro la chiusura della sua fabbrica, scongiurando un migliaio di licenziamenti.

Philippe Poutou, sta girando l’intero paese per  sostenere in numerosi e affollati meeting le proposte di fondo del NPA e il suo programma di rottura radicale, tutt’altro che utopistico, ma fondato sul fatto che le risorse ci sono, le risorse per combattere la disoccupazione, per massicci piani di assunzioni, per abbassare drasticamente l’età pensionabile, accogliere le/i migranti, offrire a tutte/i un alloggio dignitoso, assicurare universalmente l’accesso alle cure sanitarie e ai massimi livelli di istruzione. Per trovarle e prelevarle dove esistono, occorre una vera democrazia perché il popolo possa decidere collettivamente la ripartizione delle ricchezze e la loro utilizzazione per soddisfare i bisogni di tutte/i. Dunque un progetto di società radicalmente anticapitalista, nel quale le/gli oppresse/i divengano soggetti della propria vita, nella quale il potere cambi di campo e di natura, l’economia sia gestita da mani diverse.

Per l’importanza della scadenza elettorale francese della prossima primavera, naturalmente, torneremo sulla questione approfondendo l’analisi sul dibattito nella sinistra francese.