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Contratto dei metalmeccanici. Una lunga parabola che non si chiude comunque qui

di Eliana Como

Il 26 novembre FIM FIOM e UILM hanno firmato l’ipotesi di accordo per il rinnovo del ccnl dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche. L’accordo sarà sottoposto al voto dei lavoratori il 19-20-21 dicembre e sarà valido soltanto se la maggioranza dei partecipanti lo avrà approvato. Dopo due contratti separati, per la maggioranza della FIOM questa è una vittoria. Per me, no.

Non nascondo le difficoltà di questi anni. Affrontare ben due contratti separati, quello del 2009 e del 2012, non è stato semplice per nessuno in FIOM. Né per gli apparati e i gruppi dirigenti, né per i delegati e le delegate. Tanto più che nel frattempo, la FIOM subiva l’accordo separato in Fiat (ora FCA) con tutto ciò che questo ha comportato. Sulle condizioni di lavoro e sui salari in FCA, prima di tutto. Ma anche sulla struttura organizzativa, in particolare in quelle strutture più legate agli stabilimenti dell’auto, soprattutto al Sud.

Non sottovaluto nemmeno le difficoltà di affrontare una trattativa con due piattaforme diverse sebbene abbastanza simili nell’impostazione e nelle ambizioni. Da una parte quella della FIOM, dall’altra quella di FIM e UILM. All’epoca in cui fu presentata, non condivisi la piattaforma della FIOM, pensando che da quelle premesse non sarebbe stato possibile ottenere un buon contratto. Ma con quella piattaforma, votata dai lavoratori e dalla lavoratrici, ci siamo presentati al tavolo. E non è facile per nessuno trattare su un tavolo in cui non si parte da una unica piattaforma. Ancora più difficile è trattare su un tavolo in cui le due piattaforme sindacali vengono di fatto superate dall’unica vera piattaforma su cui si discute. Quella di Federmeccanica.

Non voglio nemmeno tacere le difficoltà che ci sono state durante tutto il 2016 a mobilitare i metalmeccanici e le metalmeccaniche. In tutti questi mesi, nei passaggi cruciali della trattativa, insieme agli altri compagni del sindacatoaltracosa ho ripetutamente chiesto al Comitato Centrale della FIOM di avere il coraggio di spingere fino in fondo l’acceleratore sulle lotte. Non perché pensassimo che fosse facile mobilitare i lavoratori. Non lo è mai. Ma perché pensavamo che non fosse possibile costringere Federmeccanica a modificare le sue richieste senza nemmeno provare a determinare altri rapporti di forza. Per questo, pur sapendo che non sarebbe stato facile, non ho condiviso la scelta di non proseguire gli scioperi a giugno e rinunciare allo sciopero generale a Roma.

Credo che il tentativo di tenere unità la delegazione di FIM FIOM UILM sia stato decisivo nel decidere a un certo punto di interrompere le lotte. E credo che sia stato un errore.

La tenuta unitaria è stata fin dall’inizio un ostacolo molto più che un aiuto. L’accordo unitario in Fincantieri a luglio di quest’anno ne è stata la rappresentazione più evidente. Di fronte alla disponibilità di FIM e UILM a chiudere, la FIOM ha firmato un pessimo accordo, in uno dei più grandi gruppi industriali metalmeccanici del paese. Erano chiare a tutti le difficoltà di una trattativa che durava da 18 mesi, con cantieri che faticavano più di altri a tenere alta la mobilitazione. Ma la firma improvvisa di quell’accordo da parte del segretario generale della FIOM in persona, in un notte sbagliata e concitata, era la prova generale per il contratto nazionale. Credo che i lavoratori di Fincantieri siano stati i primi a essere sacrificati sull’altare dell’unità sindacale. Una unità che non ha mai preteso in cambio nemmeno la ricomposizione in FCA. E’ bene ricordarlo. Perché in quegli stabilimenti la FIOM ha continuato a essere esclusa dai tavoli di trattativa.

È cosi che si è arrivati alla accelerazione della trattativa tra ottobre e novembre. Quando la FIOM ha stabilito, sempre a maggioranza e nonostante il nostro dissenso, che la nuova proposta di Federmeccanica del 28 settembre era una base possibile per riprendere le trattative, ho pensato che fossimo a un passo dalla capitolazione. La proposta di Federmeccanica era soltanto in parte diversa da quella iniziale, ma l’impostazione di fondo e l’arroganza al tavolo non lasciavano dubbi sul fatto che i padroni metalmeccanici non volessero rinunciare a ottenere il loro risultato. E penso che lo abbiano ottenuto: aumenti salariali bassi e incerti, premi aziendali variabili e collegati alla produttività, strumenti di fidelizzazione dei lavoratori attraverso il welfare e i benefits aziendali, la piena disponibilità della prestazione lavorativa, con la possibilità di disporre del lavoro plurisettimanale. Aggiungo (anche se non mi fa piacere dirlo) la fine di quella anomalia che, pur tra mille contraddizioni, la FIOM ha rappresentato in questi anni.

Per questo penso che non sia una vittoria per la FIOM, ma una sconfitta. È un fatto politico, certo, che questo ccnl sarà valido solo dopo il voto dei lavoratori e delle lavoratrici. È un bene ed è quello che la FIOM ha chiesto negli ultimi otto anni.Però attenzione a non confondere la possibilità di votare questo accordo con la certezza di votare sempre il contratto nazionale. È plausibile che FIM e UILM accettino di votare un contratto firmato unitariamente. Non c’è nessuna garanzia, purtroppo, che in futuro si voti anche su eventuali accordi separati.

A fronte di questo c’è tutto il resto. È un fatto politico che la FIOM dopo otto anni abbia accettato le deroghe (vero, non quelle salariali previste dal ccnl del 2012, ma quelle normative previste dal TU). Non a caso i giornali dei padroni di questo parlavano all’indomani della firma.

È un fatto politico anche che la FIOM abbia rinnovato il ccnl del 2012. Ai lavoratori e alle lavoratrici negli scorsi anni la FIOM ha giustamente detto che era uno scandalo che FIM e UILM accettassero l’indice IPCA, la sanità integrativa, la penalizzazione delle malattie brevi, il raddoppio dello straordinario obbligatorio, l’aumento delle ore di flessibilità e la sottrazione del controllo delle RSU (nel nuovo ccnl si reintroduce il ruolo della RSU soltanto per stabilire le modalità del recupero, non sulla flessibilità in quanto tale).

È un fatto politico che la FIOM abbia accettato di discutere e applicare il TU del 10 gennaio, chiudendo in un cassetto comunicati e ordini del giorno su cui si è costruito l’intero Congresso della CGIL nel 2014. Nella commissione che partirà a gennaio del 2017, niente lascia intendere che non si discuterà anche di clausole di raffreddamento e di sanzioni.

È un fatto politico anche che la FIOM abbia accettato un aumento di soli 51 euro in quattro anni, legando il salario all’inflazione reale. Un aumento di gran lunga inferiore a quelli di tutti gli altri contratti nazionali firmati negli ultimi anni. Non è un caso, se, prima ancora della conclusione sul tavolo dei metalmeccanici, Confcommercio abbia preteso e ottenuto di congelare l’aumento di 16 euro già previsto dal ccnl del terziario del 2015.

Quello dei metalmeccanici non sarà soltanto un pessimo contratto, ma un vero e proprio modello di contrattazione, in cui gli aumenti salariali sono bassi, legati a una sorta di scala mobile alla rovescia e non sono più noti ma soltanto prevedibili.

Un modello salariale che abbandona la politica di secondo livello basata sul consolidamento dei premi aziendali che la FIOM pur con grandi difficoltà ha portato avanti in questi anni. Sarà sempre più difficile avere premi di risultato fissi. É espressamente scritto nell’accordo che d’ora in poi i premi di risultato saranno totalmente variabili. D’altra parte, i premi fissi in busta paga saranno altrimenti assorbiti dagli aumenti nazionali. Pensare che siano poi le singole RSU in fabbrica a riconquistare premi fissi e non assorbibili significa scaricare su di loro il peso e gli effetti negativi di un pessimo accordo. È la fine stessa dell’idea solidaristica e universalistica del contratto nazionale che dovrebbe salvaguardare tutti e al tempo stesso aiutare le RSU più forti a migliorare la loro condizione, non viceversa rendere loro più difficile il compito.

Oltretutto è anche poco realistico che la RSU riconquistino quello che a livello nazionale si è perso. Come quando la CGIL decise di fermare la mobilitazione contro il Jobs act nel 2014, provando a convincerci che si affidava alle RSU e ai contratti nazionali il compito di contrastarlo. Il bilancio è lì da vedere. Il contratto nazionale dei metalmeccanici non ha nemmeno discusso di articolo 18, demansionamenti, videosorveglianza, contratti di lavoro precari.

In questo paese la storia si dimentica facilmente. Per questo ho ricostruito i passaggi che hanno portato fino qui. La parabola di una storia collettiva è questa. Sancita anche dalla ricomposizione delle posizioni interne alla CGIL e forse a breve coronata dall’ingresso del segretario generale della FIOM nella segreteria della confederazione.

Ora la parola spetta ai lavoratori e alle lavoratrici. Il sindacatoaltracosa farà campagna per il NO, appoggiando i delegati e le delegate ad attrezzarsi affinché le ragioni di dissenso siano conosciute, argomentate e sostenute nelle assemblee che si terranno e nel referendum del 19-20-21 dicembre.

Leggi l’appello dei delegati

Leggi il nostro volantino di area

In un sistema in cui “democraticamente” si vota SI o NO ma si può sostenere nelle assemblee soltanto il SI, sarà l’unico modo per far arrivare ai lavoratori e alle lavoratrici anche la posizione del NO. Loro sapranno fare la scelta migliore e qualunque essa sia la rispetteremo, ovviamente.

Ci tengo a dire un’ultima cosa. Se i lavoratori e le lavoratrici approveranno l’accordo, la lunga parabola che ho descritto sarà chiusa. Ma comunque vada, non sarà finita qui. Continueremo in a fare opposizione, con la presunzione di non lasciare la FIOM alle scelte sbagliate dei gruppi dirigenti che oggi accettano questo contratto. Le loro scelte sono determinanti, ahimè, ma non annullano la capacità di resistenza e di protagonismo dei delegati e delle delegate in tante fabbriche. Anche a loro appartiene la lunga storia della FIOM. Anzi, soprattutto a loro. E sono certa che loro non vi rinunceranno.