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Renzi vincerà il referendum? Speriamo di “NO”

di Diego Giachetti

renzi-leopoldaRenzi è una maschera di carattere. Svolge il ruolo imposto dalla posizione che occupa e la sua commedia politica non cambia verso. Aveva promesso di tenersi fuori dalla campagna elettorale per il “sì” alla modifica della carta costituzionale. Non ce l’ha fatta. E’ tornato in pista con la delicatezza argomentativa che lo caratterizza: l’arroganza di chi non eccede in coerenza ma in spregiudicatezza, incurante del fatto che il suo stile viene a noia in fretta, stanca e genera fastidio.

La personalizzazione della sfida elettorale è tornata così al centro della campagna referendaria. Una campagna nella quale il governo, presieduto da Renzi, il partito di governo, di cui è segretario, hanno una presenza forte, costante, invadente e opprimente, e fanno valere tutto il peso a disposizione di chi ha il potere e gode di un’informazione quasi del tutto allineata dalla parte della cosiddetta “ragione”. O con me o contro di me! La personalizzazione è nei fatti, Renzi è ovunque, come il prezzemolo: un centinaio di comizi programmati, dibattiti televisivi a gogò. La campagna per il “sì” alla modifica della Costituzione comporta per il Partito democratico una spesa, dicono le fonti giornalistiche, di 2,8 milioni di euro. Il solo costo del consulente di Barack Obama, Jim Messina, arruolato da Renzi per curare la immagine elettorale, ammonta a 400 mila euro.

“Sì!”, a suon di botte e di propaganda totalizzante

Dopo Palermo e Bologna, anche a Firenze, in occasione del settimo raduno alla Leopolda dei più tenaci sostenitori di Renzi, la polizia ha proibito prima e caricato dopo i cortei di protesta contro il governo. Questo per dare una prima idea del clima elettorale in corso e fagocitato dallo stesso premier a capo della “caciara” che, nel corso delle kermesse fiorentina 4-5-6 novembre, ha sbeffeggiato con urla e schiamazzi gli oppositori interni, rei di votare “no” al referendum, chiedendone a suon di “fuori fuori” la messa al bando dal partito. Il comunicatore ha capito che gli attacchi personali, la derisione che sfiora a volte il limite del gratuito insulto, scaldano di più il suo pubblico che non l’argomentazione pacata sui contenuti della riforma costituzionale. Qui non ci sono più argomenti, c’è la patologizzazione del dissenso, la critica argomentata e seria è ridotta a “malattia”, è la delegittimazione dell’opposizione. La propaganda aggressiva del “sì”, carica di una violenza simbolica inaudita contro le persone, le loro idee, può giocare su tre fronti contro uno solo del “No”. Secondo statistiche recenti, lo spazio riservato alle due possibili scelte referendarie sui mass media vede il “sì” in vantaggio di tre volte. Difatti ottiene spazi propagandistici come Comitato per il Si, come Pd e come governo. Al primo posto per le presenze è il premier, uno e trino: capo del governo, segretario del partito, esponente di spicco del Comitato. Chiunque, anche solo distrattamente, sfogli i giornali o “zappi” da un telegiornale all’altro o da un dibattito in studio a una cronaca “oggettiva” dell’andamento della campagna referendaria, può constatarlo empiricamente, senza l’avvallo, pur necessario, della statistica.

La recente kermesse della Leopolda, l’ex stazione ferroviaria fiorentina, chiusa nel 1860, poco dopo la sua inaugurazione, è stata una delle tante tappe della campagna referendaria del capo del governo. Dicono gli organizzatori dell’evento che gli incontri della Leopolda non sono meeting di partito, difatti le bandiere del Pd sono bandite, è una convention politica che però non è politica; è una corrente di pensiero senza un partito; è un partito senza correnti interne; è cioè uno “spazio libero” in capo a un segretario di un partito che è anche capo del governo. La Leopolda è diventata, volente o nolente, il simbolo dell’attuale gruppo dirigente del Pd, raccolto attorno al leader maximo e al suo immaginifico programma, sintetizzato negli slogan tematici dei vari appuntamenti annuali: Prossima fermata Italia (2010), Big Bang (2011), Viva l’Italia viva (2012), Diamo un nome al futuro (2014), Il futuro è solo l’inizio (2014), Terra degli uomini (2015), E adesso il futuro (2016). Sono titoli che ben rappresentano la forza “argomentativa” del renzismo.

Cos’è un argomento? Risposta: un atto performativo, una promessa, uno slogan recitato da un buon “gigione” su di un palco o davanti alle telecamere.

Nel renzismo, si può leggere nell’editoriale de «La Stampa» del 7 novembre 2016, “la spacconeria e il gigionismo non sono soltanto un tratto caratteriale, ma soprattutto una risorsa politica. Una delle poche alle quali il leader è potuto ricorrere in mancanza di legittimità elettorale, visto pure il rapporto non facile col Pd. Renzi è arrivato a Palazzo Chigi “a credito”. Privo di un passato che giustificasse la sua presenza al vertice del paese, ha dovuto puntare tutto sul futuro”, su quello che avrebbe dimostrato di saper fare.

La propaganda elettorale per il “sì” tenta di sostenersi (con quali esiti si vedrà) con una proposta di legge finanziaria piena di alcune mancette e tante piccole promesse per milioni di italiani, con la visita del premier negli Stati Uniti, accolto regalmente dal Presidente, che si è speso per la vittoria del “sì”, col precipitarsi sui luoghi recentemente colpiti dal terremoto e promettere che avrebbe ricostruito tutto fino all’ultima pietra. Detto questo, è velocemente ripartito per riprendere il tour della sua campagna elettorale, sostenuta dai poteri forti in Europa e in Italia, imprenditori, banchieri e uomini d’affari in prima fila. A Genova ad esempio, dicono le cronache, si è svolto, all’inizio di novembre, un incontro elettorale per il “sì” che ha radunato “quelli che contano”: 82 selezionati sono stati ospitati a pranzo dal vice presidente del gruppo Erg, nella sua splendida abitazione, Villa paradiso. Protagonista dell’incontro il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, chiamato a portare il verbo renziano. Ad ascoltarlo, fra una portata di trenette al pesto e un pesce al sale, imprenditori, armatori, agenti marittimi, costruttori, banchieri, avvocati.

Cambiare la Costituzione?

Certo modificare la Costituzione è possibile, ma la modalità e la finalità renziana incutono timore a prescindere. Il titolare del potere esecutivo ha assunto il compito di cambiare, secondo i suoi desideri, lo strumento costituzionale che ha come compito quello di limitare e circoscrivere il suo potere. Il vecchio Montesquieu, che per sua fortuna non ha potuto vedere la nostra maschera di carattere, ci aveva avvisati: «chiunque abbia potere è portato ad abusarne. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere». Se vincesse il “sì”, la combinazione tra riforma costituzionale e nuova legge elettorale produrrebbe uno spostamento dell’asse istituzionale a favore del potere esecutivo del governo. Ballottaggio, premio di maggioranza alla singola lista, voto bloccato sui capilista, consegnerebbero la Camera dei deputati nelle mani del leader del partito vincente nella competizione elettorale. Emergerebbe, come sostengono autorevoli costituzionalisti, una forma di governo incentrata su un uomo solo al comando, un’autarchia elettiva.

I propagandisti fedeli alla linea del premier ripetono come un mantra che la riforma è necessaria perché ce lo chiede l’Europa e per assicurare governabilità. E’ vero: l’Europa capitalistico-finanziaria vuole istituzioni statali che eseguano con disciplina i diktat che essa impone, frutto di programmi ultraliberisti in materia economico-sociale che già hanno imposto leggi e provvedimenti che vanno dall’abuso del potere esecutivo, alla riduzione sostanziale dei diritti dei lavoratori, per la valorizzazione delle pretese delle lobbie economico-finanziarie, nonché l’omologazione dell’informazione. Questa è la “governabilità”, che significa letteralmente: chi si lascia supinamente governare, l’opposto di “governo” che in democrazia indica partecipazione e consenso attivo, come ha rilevato in questi giorni Gustavo Zagrebelsky.

Dato il suo carattere, pericoloso per le istituzioni stesse, la scesa in campo del premier è una necessità politica unita al gusto della sfida personale nella quale trascina fedeli attoniti, perché non è facile collaborare alla pari con Renzi, lo si può solo assecondare e seguire nelle sue innumerevoli giravolte e annunci ad effetto pubblicitario. Renzi non ha un ceto politico dirigente, neanche dentro il partito, è solo circondato da fedelissimi (si fa per dire), eletti in Parlamento quando la “ditta” era guidata da Bersani, poi opportunamente diventati renziani.