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Nicaragua, una vittoria inquietante

di Cristiano Dan, da Movimento operaio

Scheda Nicaragua.jpgI conteggi elettorali sono ancora in corso, ma è ormai chiara e ampiamente scontata la “vittoria“ elettorale nella “corsa” alla presidenza della coppia – da intendersi in senso ristretto, di marito e moglie – Daniel Ortega e Rosario Murillo. Per la terza volta consecutiva il Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN) si assicura così la guida del Paese centroamericano. Tutti coloro che 30-40 anni fa hanno sostenuto in vari modi la rivoluzione sandinista, vedendo in essa una novità e una speranza, oggi in gran parte non sanno però darsi pace: la Nicaragua tan violentemente dulce di Julio Córtazar si è rivelata col passar del tempo alquanto amarga.

Perché Ortega ha rivinto

La maggior parte dei commenti giornalistici insiste sul carattere di «farsa» di queste elezioni: Ortega ha imposto (2011) una modifica della Costituzione per poter ripresentarsi in modo infinito all’elezione presidenziale; il Consiglio supremo elettorale ha decretato la decadenza, con un pretesto legale, di 28 deputati dell’opposizione (compresi quelli del Movimiento Renovador Sandinista) e ha poi invalidato la loro lista, col risultato che il FSLN “correva” da solo contro cinque partiti-fantoccio guidati da personaggi pressoché sconosciuti interessati solo ad assicurarsi qualche prebenda [1]; nessun organismo internazionale, più o meno “neutro”, è stato autorizzato a sovrintendere al processo elettorale. Con un controllo pressoché assoluto da parte del governo, è pertanto inevitabile dubitare dei risultati “proclamati” da un Consiglio elettorale che appare infeudato al governo. Quindi qualche broglio, più o meno pesante, c’è da aspettarselo, a cominciare dai dati sull’affluenza alle urne, che appaiono gonfiati.

Ma, per quanto grave, non è questo il punto. Manipolazioni varie delle leggi e dei processi elettorali sono ormai moneta corrente anche in molti Paesi che la grande stampa classifica senza esitazioni come “democratici”, dall’Italia di Renzi agli Stati Uniti di Hillary e Donald. Il punto è che, molto probabilmente, Ortega avrebbe vinto, magari in maniera risicata, anche senza ricorrere a decreti e brogli, e questo per vari motivi.

Primo, sul piano politico: perché in Nicaragua non solo non esiste un’opposizione di sinistra di qualche consistenza, ma non c’è neppure un’opposizione “borghese” sufficientemente unita e credibile. Nel corso degli anni la progressiva degenerazione del FSLN ha prodotto una continua emorragia di suoi esponenti (per fare pochi esempi, Sergio Ramírez, Ernesto Cardenal, Gioconda Belli, Dora María Téllez) e quadri, ma non ha intaccato se non in parte la base del Frente. Certo, fra gli astenuti non sono pochi gli ex frentisti, ma la maggioranza della militanza continua a essere fedele al partito, sia pure con crescenti perplessità. Il fenomeno non è così strano come potrebbe sembrare: basti pensare, per esempio in Italia, al comportamento della base del Partito democratico nei confronti della svolta renziana. Quanto poi all’opposizione borghese, è divisa, perché una buona parte del capitalismo nicaraguense si trova a proprio agio col sandinismo in versione Ortega-Murillo, che gli consente pingui affari e gli garantisce un’invidiabile “pace sociale”.

Secondo, sul piano economico: perché, nonostante tutto, il Paese cresce in termini macroeconomici, e anche se la maggior parte dei profitti finisce nelle tasche del clan Ortega-Murillo e dei capitalisti a essi alleati, qualche briciola, magari sotto forma di “mance elettorali“, arriva anche ai settori più poveri della popolazione, per la quale anche un tetto di zinco per la propria casetta precaria è una benedizione. Certo, si tratta in gran parte di una crescita drogata, alimentata sino a ora dal petrolio venezuelano pressoché gratuito (per un valore complessivo, in sette anni, di circa 4000 milioni di dollari) e da prestiti internazionali del Fondo monetario e della Banca mondiale. Questi rubinetti stanno però per chiudersi, sia a causa della caduta del prezzo del petrolio che costringe il Venezuela a stringere la cinghia, sia per l’approvazione da parte del Congresso statunitense del Nica Act (o Ley Nica), che bloccherebbe i finanziamenti internazionali del FMI ecc. ai Paesi che non garantiscono “trasparenza” nei processi elettorali.

Terzo, sul piano sociale: perché, e ripetiamo nonostante tutto, il Nicaragua, rispetto ad altri Paesi centroamericani come El Salvador, Honduras e Guatemala, non è afflitto da un alto tasso di violenza: non vi operano le maras, né il narcotraffico è presente in modo significativo. La relativa “tranquillità sociale” che ne deriva va a vantaggio del governo, che peraltro continua a varare per i settori più poveri programmi assistenziali che, pur non essendo di carattere strutturale ma fondamentalmente caritativi, danno l’impressione di un lento ma costante progresso.

Perché Ortega è destinato a perdere

Se questi sono alcuni dei motivi di fondo che, probabilmente, hanno garantito a Ortega una maggioranza relativa anche a prescindere da brogli e manipolazioni, non è affatto detto che a breve o medio termine la situazione non possa cambiare. Il peggioramento della situazione economica, lo si è già accennato, è destinato ad avere profonde ripercussioni, riducendo la capacità del regime di elargire “mance”, elettorali o meno, e approfondendo il solco fra il Nicaragua dei poveri, largamente maggioritario, e quello dei ricchi. La progressiva concentrazione del potere nelle mani del clan Ortega-Murillo sta cominciando ad allarmare anche alcuni dei settori capitalistici alleati del regime, che avevano tentato inutilmente di dissuadere Ortega dal candidare la moglie alla vicepresidenza, non tanto per scrupoli democratici, quanto per diffidenza nei confronti di una Rosario Murillo decisamente imprevedibile, per non dire eccentrica, che subentrerebbe alla presidenza nel caso Ortega (che è notoriamente malato) non fosse più in grado di esercitarla [2]. Ma la “costituzionalizzazione” del clan, il suo continuo accaparramento di potere politico ed economico, la confusione fra affari di Stato e affari di famiglia [3] non può alla lunga non produrre fratture più profonde nella base e nella dirigenza intermedia sandinista, che sta assistendo al passaggio, sempre più accelerato, dall’originale modello di regime democratico e pluralista a un modello di regime familista simile in molti tratti a quello nordcoreano o, ancor più pertinentemente, a quello angolano [4].

Daniel Ortega si autodefinisce «cristiano, solidale e socialista». Sul suo cristianesimo non ci pronunciamo per incompetenza, sul suo «socialismo» abbiamo più di qualche dubbio (il presidente della Confindustria nicaraguense ha recentemente ricordato le 107 leggi a favore del capitale votate dal governo sandinista), quanto al suo «solidarismo» bisognerebbe chiedere il parere dei migranti che tentavano di entrare nel Nicaragua dal Costarica, diretti a Nord, verso gli Stati Uniti, e che sono stati ripetutamente respinti, a colpi di manganello e di armi da fuoco, dalla polizia “sandinista”.

Note

[1] Nella scheda elettorale oltre alla foto di Ortega vi è quella di «cinque signori che si sono messi giacca e cravatta per la foto, ma che nessuno conosce». Sergio Ramírez, Elecciones en extinción, in «El País», 4 novembre 2016 (nella foto).

[2] Il personaggio di Rosario Murillo è sorprendente. Poetessa, mistica, esoterica, è a capo della Fondazione per la diffusione dell’amore e ha riempito Managua di costruzioni metalliche a forma di albero (árboles de la vida) per infondere «allegria» nel popolo, al quale popolo si rivolge televisivamente tutte le mattine per intrattenerlo sui più svariati argomenti. Secondo diverse fonti, a lei si deve il copyright dell’autodefinizione di Ortega come «cristiano, solidale e socialista», e sempre lei sarebbe dietro la decisione governativa di proibire qualunque tipo di aborto e i matrimoni omosessuali. La sua influenza su Ortega è di vecchia data, ma è diventata determinante, probabilmente, nel 1998, quando Zoilamérica Narváez, figlia di Rosario che l’aveva avuta da un precedente matrimonio, accusò Daniel di aver abusato di lei sin da quando aveva 11 anni. La madre allora si schierò con il marito contro la figlia, il caso venne archiviato e la carriera di Ortega non venne danneggiata seriamente.

[3] I numerosi figli della coppia hanno le mani in pasta in diversi settori. Laureano Ortega è assistente del padre, e oltre che a esibirsi spesso come tenore nel Teatro Nazionale di Managua (ovviamente applauditissimo) è a capo dell’operazione “Canale transoceanico”: un investimento cinese di oltre 45 miliardi di euro (per ora ancora virtuali) per costruire un canale concorrente di quello di Panama. Un’opera faraonica, inutile ed ecologicamente disastrosa, che prevede la rovina di centinaia di famiglie contadine cui la terra verrebbe confiscata in cambio di un ventesimo del valore catastale («In tre anni sono state organizzate 81 manifestazioni [contro il progetto], alcune delle quali represse dalla polizia» Frédéric Saliba, Le canal du Nicaragua, projet XXL ou escroquerie?, in «Le Monde», 4 novembre 2016). Altri quattro figli della coppia controllano canali televisivi e radiofonici, mentre il primogenito, Rafael, «mantiene i rapporti con l’alleato venezuelano» per la fornitura di petrolio, distribuito attraverso la DNP, diretta dalla moglie di Rafael…

[4] Il presidente angolano Eduardo dos Santos, al potere da un trentennio, è il vertice di un’ampia famiglia che controlla gran parte delle ricchezze del Paese. La figlia, Isabel dos Santos, da lui nominata a capo della Sonangol (petrolio), è la donna più ricca dell’Africa, con interessi in vari Paesi. L’equazione Frente Sandinista de Liberación Nacional e Movimento Popular para a Libertação de Angola non è dunque del tutto arbitraria.