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Le riforme delle pensioni lette al femminile

di Eliana Como, da sindacatounaltracosa.org

Negli ultimi 20 anni, le varie riforme sulle pensioni hanno reso l’intero sistema previdenziale sempre meno tutelante, fino a diventare uno dei peggiori d’Europa. Questo è accaduto sia rispetto all’aumento dell’età pensionabile sia rispetto al sistema di calcolo, ormai tutto contributivo. Di fatto le pensioni di anzianità sono state cancellate e a regime si andrà in pensione soltanto con quelle di vecchiaia, alla veneranda età di 70 anni! Una sorta di ergastolo, di fatto una condanna a lavorare sempre o a vivere in miseria se si è licenziati prima. Il prezzo in questi decenni lo hanno pagato tutti, ma le donne hanno avuto e continuano ad avere il conto più salato.

Negli anni 80, prima che si iniziassero a percepire gli effetti dirompenti del processo di femminilizzazione del mercato del lavoro, le donne accedevano perlopiù alla pensione di reversibilità o a quella di vecchiaia, che all’epoca era 55 anni per le donne e 60 per gli uomini. Fa quasi sorridere dirlo oggi, se non ci fosse da infuriarsi.

Con le riforme degli anni 90, aumentò l’età per la pensione di vecchiaia, conservando però il meccanismo di compensazione del carico di lavoro di cura riconosciuto alle donne, che continuavano quindi a ritirarsi dal lavoro 5 prima: a 60 anni le donne, a 65 gli uomini. Nel frattempo, come è noto, la riforma Dini cancellò i 35 anni di anzianità per portare tutti a 40 anni e introdusse il regime contributivo per i nuovi assunti o misto per quelli che avevano meno di 18 anni di contributi già maturati.

Di fatto, all’epoca la percentuale di donne che accedeva alla pensione di anzianità era ancora relativamente bassa e perlopiù le donne andavano con la vecchiaia. Gli effetti della femminilizzazione del mercato del lavoro erano infatti ancora troppo recenti, i percorsi di lavoro discontinui (spesso a causa della maternità) e in generale le carriere più difficili. Anche per questa ragione le donne erano (e hanno continuato a essere) le più povere tra tutti i pensionati.

Dopo i vari “scaloni” e “scalini” e le finestre via via sempre più lunghe, la riforma Fornero ha definitivamente distrutto il sistema pensionistico. Da un lato, cancellando a regime la pensione di anzianità (nel frattempo ipocritamente chiamata pensione anticipata). Dall’altro, aumentando senza misura quella di vecchiaia, che, attraverso il meccanismo degli adeguamenti automatici alla speranza di vita, arriverà a 70 anni.

La riforma Fornero è stata un duro colpo per tutti, ma per le donne una vera stangata. Nonostante la pensione di anzianità sia raggiunta dalle donne un anno prima degli uomini (oggi a 41 anni e 10 mesi le donne e 42 anni e 10 mesi gli uomini), l’età anagrafica per la vecchiaia viene equiparata a quella degli uomini e contemporaneamente aumentata per tutti. Nel 2018 sarà 66 anni e 7 mesi per tutte e tutti. Rispetto al precedente regime, per le donne sono ben 6 anni e 7 mesi in più!

È giusto il caso di ricordare che l’equiparazione tra l’età pensionabile delle donne e quella degli uomini è stato l’effetto di una sentenza della Corte di Giustizia Europea, che nel 2009 intimò all’Italia di aumentare l’età per la pensione di vecchiaia delle donne del pubblico impiego, per eliminare una discriminazione nei confronti degli uomini! Una sentenza davvero surreale in un sistema sociale e economico in cui le lavoratrici erano e sono discriminate su tutto, dal mercato del lavoro ai salari, fino ai servizi pubblici e alla ineguale divisione dei compiti nei nuclei familiari.

Dopo il danno, è arrivata la beffa. Una volta aumentata così tanto l’età per la pensione di vecchiaia sono subentrati, infatti, i meccanismi per ridurne gli effetti. Riducendo al tempo stesso gli importi, ça va sans dire!

In questo senso, la prima misura, esplicitamente indirizzata alle donne, è stata la cosiddetta opzione donna, meccanismo in realtà già introdotto dalla legge Maroni del 2004. Con questo sistema le donne possono uscire dal mercato del lavoro prima di avere i requisiti previsti dalla Fornero per la pensione di vecchiaia: 57 anni e 3 mesi le lavoratrici dipendenti, 58 anni e 3 mesi quelle autonome (in entrambi i casi con almeno 35 anni di contributi). Ottimo, se non fosse che chi accede a questa opzione accetta che l’intero meccanismo di calcolo sia contributivo, con una riduzione media degli importi del 25-35%. Oltre a ritrovarsi la cosiddetta finestra, cioè quel meccanismo abolito con la Fornero per il quale pur raggiungendo i requisiti, inizi a percepire il primo assegno dopo 12 mesi (18 le lavoratrici autonome). Davvero una soluzione ipocrita, surreale anche questa! E utile soltanto a perpetrare il differenziale retributivo tra uomini e donne. Un gap che inizia a penalizzare le donne a monte, a partire dai salari percepiti, dalle tipologie contrattuali e dalle mansioni normalmente assegnate loro.

Nella stessa direzione va anche l’ultima proposta, quella dell’APE volontaria, cioè l’anticipazione pensionistica, anche in questo caso per la pensione di vecchiaia. Chi matura i requisiti entro 3 anni e 7 mesi potrà andare in pensione a 63 anni di età, ma affindandosi alle banche, attraverso un prestito che comincerà a restituire dalla data di pensionamento e per 20 anni, insieme ovviamente agli interessi bancari e ai relativi oneri per la polizza assicurativa in caso di morte.

Appunto, oltre al danno la beffa! Prima hanno allungato inverosimilmente l’età pensionabile, poi ti consentono di anticipare, ma tagliando il valore della pensione e consegnandoti nelle mani delle banche. Così, si rende la legge Fornero soltanto più “sostenibile” per le imprese, che hanno tutto l’interesse a espellere dal processo produttivo dopo una certa età i lavoratori e soprattutto le lavoratrici. Il prezzo ovviamente lo pagheremo noi stessi, per di più passando attraverso banche e assicurazioni e così arricchendole in un momento per loro di crisi dei bilanci.

Ora, l’APE volontaria sarà per tutti, ma c’è da scommetterci che, come per l’opzione donna, sarà uno strumento che infierirà particolarmente sulle donne. Primo, perchè già ora hanno salari più bassi e di conseguenza pensioni più basse, quindi la riduzione degli assegni le renderà ancora più povere. Secondo, perchè tante donne a quell’età sono più o meno costrette, a causa delle mancanze del sistema di welfare, a dedicarsi a una sorta di lavoro di cura di ritorno, cioè a fare le nonne per i nipoti o le badanti per gli anziani. Terzo, perchè saranno più facilmente licenziate prima e perchè comunque all’interno della famiglia il salario quanto la pensione delle donne sono ancora considerati accessori e quindi vi si rinuncia più facilmente. Quarto, perchè se fino alla Fornero le donne andavano in pensione 5 anni prima degli uomini, una ragione c’era ed era il riconoscimento del lavoro riproduttivo, tuttora pressochè interamente affidato alle donne e tuttora interamente gratuito. Un lavoro che le donne continuano a fare e che, insieme al lavoro produttivo, le sfinisce ben prima dei 60 anni!

Le donne, se potranno, andranno quindi sempre in pensione prima degli uomini e, che sia opzione donna o APE volontaria, l’effetto sarà di nuovo quello di renderle ancora più povere e ricattabili.