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Argentina, anche lì il machismo uccide e le donne scioperano

Sotto una pioggia battente

di Ana Fornaro, da ladiaria.com.uy, traduzione di Fabrizio Burattini

Non ha mai smesso di piovere. Per le strade di Buenos Aires, nelle metropolitane, negli autobus, fin dal primo mattino, circolavano tantissime donne vestite di nero, dando il via ad una giornata di lutto, di sciopero femminile e di lotta per manifestare contro le brutali violenze fisiche, economiche, politiche, istituzionali e culturali contro le donne tanto in Argentina, quanto nel resto del mondo. Il grido partito dal collettivo #Niunamenos (Non una di meno, ndt) e da altri gruppi femministi dopo la bestiale ondata di femminicidi degli ultimi giorni (che ha avuto come punto culminante l’assassinio nella città di Mar del Plata di Lucía Pérez), è riuscito a radunare una manifestazione massiccia e a far sì che tante donne abbiano fermato totalmente ogni attività, remunerata o no, tra le 13.00 e le 14.00 del 18 ottobre. Era una sfida e i risultati sono stati evidenti.

Nel centro della città, alcuni locali hanno aderito alla protesta con lo slogan #nosotrasparamos (Noi donne ci fermiamo, ndt). E’ stato il caso di una panetteria nel quartiere del Congresso, che, gestita da sole donne, ha deciso di chiudere le saracinesche all’orario prestabilito, esponendo un cartello con uno dei tanti disegni diffusi in modo virale nella rete. “Siamo quattro dipendenti donne, e non c’è stato neanche bisogno di discuterlo. Abbiamo comunicato al capo che avremmo chiuso a quell’ora e lui, fortunatamente, lo ha capito perfettamente. Alcune di noi avevano già partecipato alla marcia ‘Ni una menos’, altre no. Ma tutte abbiamo conosciuto da vicino casi di violenza di genere e questo è stato il nostro modo di dire basta”, ha raccontato Marta al nostro giornale. “Non siamo potute andare fino alla manifestazione dell’Obeslisco dato che poi saremmo rimeste aperte fino alle 20.00, però è già qualcosa”.

Non ha mai smesso di piovere. Alle 17.00, l’ora fissata per il concentramento nella Avenida 9 de Julio, per poi sfilare fino a Plaza de Mayo, l’Obelisco era già attorniato da centinaia di ombrelli che proteggevano donne, maschi, bambine, bambini, gay e lesbiche, formando un tappeto molto particolare e sorprendente. “Ombrelli neri, ombrelli neri!”, “La pioggia è machista, bisogna proteggersi!”, gridavano i venditori ambulanti, approfittando dell’occasione.

Gruppi politici – pochi – fianco a fianco di gruppi di donne dei comitati di quartiere che alzavano cartelli in cui si reclamava sia la depenalizzazione dell’aborto sia mezzi concreti di assistenza alle vittime di violenza. Ma la maggioranza delle persone presenti erano arrivate da sole, con amici, famigliari, compagne e compagni di lavoro.

E’ stato il caso di Jonatan, un giovane di 23 anni di Burzaco (una cittadina nei pressi di Buenos Aires, ndt), arrivato con tre colleghe del call center in cui lavora. “Sono venuto ad accompagnarle, ma sarei venuto lo stesso. Ho vissuto la violenza di genere nella mia casa. Mio padre era violento e ha reso impossibile la vita a mia madre e a tutti noi. Sarebbe potuto diventare un femminicida se non lo avessimo cacciato di casa. E’ la prima volta che vengo ad una manifestazione di questo tipo. Ho dovuto rendermi conto che è una lotta che riguarda anche me. La presa di coscienza parte dalla educazione. Non voglio essere un uomo come mio padre. Non voglio che i miei figli vivano ciò che ho vissuto io nella mia famiglia”, ci ha detto.

Lucia, una delle sue amiche, ci ha raccontato che nel call center in cui lavorano, grazie ad una capo sezione, tutte le donne (50 dei 60 dipendenti) sono riuscite a lasciare il lavoro per un’ora, affidando l’attività ai pochi maschi. “E’ stato bello perché i capi supremi non hanno voluto saperne nulla, e tanto meno il nostro sindacato. Non ci hanno apoggiate. Ma l’abbiamo fatto lo stesso e alle 13.00 la capa ci ha detto ‘andate’, che se la sarebbero cavata senza di noi. Comunque oggi tutte, e anche i maschi, siamo andate al lavoro vestite di nero”.

Non ha mai smesso di piovere, e pioveva sempre di più. Questo non ci ha impedito che tutte e tutti cominciassero a marciare, con il vento e l’acqua addosso, cantando: “Lo so, lo so che i violentatori sono protetti dalla polizia”, “Ora le donne lo dicono, il corpo è mio e decido io”. Gli slogan si mescolavano con l’ondata di grida, con le sirene e i petardi fino ad arrivare a Plaza de Mayo, du fronte alla Cattedrale, dove erano esposte le foto e le richieste di liberazione di Milagro Sala, la militante sociale e politica arrestata a Jujuy, di Marita Veron, la giovane di Tucuman rapita da una rete di tratta, ma anche di Diana Sacayan, l’attivista travestita assassinata l’anno scorso e, naturalmente, di Lucia Perez, l’adolescente di Mar del Plata violentata e assassinata all’origine di questa manifestazione.

Coscienza di genere

“Dobbiamo unirci, non si può restare con le mani in mano”, ha detto Silvia, una donna di 65 anni arrivata a manifestare con un’amica. “La verità è è la prima volta che vengo ad una marcia così. Noi non siamo femministe. O almeno non so. Femminista mi sembra una cosa estrema. Ormai siamo vecchie. Ma la verità è che non se ne può più. Se lottare per i nostri diritti e la nostra incolumità vuol dire essere femministe allora sì, lo siamo. Perché ci ascoltino. Chissà, forse siamo diventate femministe”. Vicino a Silvia e Ana, un gruppo de quattro ragazze ancora liceali conversano con entusiasmo. “Viviamo ogni giorno la violenza machista, quando camminiamo per strada, quando usciamo la sera. Oggi siamo qui per le ragazze che, purtroppo, non possono esserci. Dall’estate ad oggi sono state assassinate più di 200 donne, solo per il fatto di essere donne. Fino a pochi anni fa non sapevamo che cosa fosse il femminismo, non c’è nessuno che te lo insegna. In questi ultimi anni, con il movimento ‘Ni una menos’, e soprattutto quest’anno abbiamo preso coscienza di questa realtà, e ci siamo dette ‘siamo femministe’”.

Sandra, una travestita che cammina da sola con un cartello che dice “Giustizia per Diana Sacayan”, racconta di essere scesa in piazza perché si sente senza protezione nella vita quotidiana, tanto più dopo l’elezione a presidente di Mauricio Macri. “Il nostro collettivo soffre per tante aberrazioni, tanta violenza che non so da dove cominciare a raccontarti.Oggi sono venuta come donna, come travestita, come tutto. Non importa. L’importante è essere qua e lottare perché siano rispettati i nostri diritti”.

Il corteo era attraversato anche da varie classi sociali e nazionalità. Quattro studenti degli Stati uniti, sono giunti a Buenos Aires per un programma di scambio della New York University (NYU). Stanno qui per un semestre, proprio per studiare il movimento delle donne e, in particolare, #Niunamenos. “E’ incredibile il livello di mobilitazione raggiunto. Restiamo ammirati per ciò che sta accadendo. La notizia della manifestazione è arrivata fino a New York! In questo stesso momento, le nostre compagne della NYU stanno manifestando al Washington Square Park. E’ questa la globalizzazione che ci piace”. Anche in altri paesi si è manifestato con la parola d’ordine “Non una di meno”.

Non ha mai smesso di piovere e alle 19.00 continuava ad arrivare gente in piazza. Tra la folla, un gruppetto di bambine e di adolescenti si era rifugiato sotto la tenda di un negozio. La più piccola, Luz, di 12 anni, è arrivata accompagnata dalla sorella maggiore e da altre amiche. “Sono femminista, non mi interessa conoscerlo bene, ma se è per poter uscire senza paura e perché la smettano di uccidere le donne e perché non ci sia più violenza contro di noi, è ovvio che sono femminista. Fino all’anno scorso non avrei mai immaginato di andare a manifestazioni, ma quest’anno mi è sembrato di doverci essere anch’io a gridare ‘basta con il patriarcato’”.