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Irresponsabili giochi di guerra

di Antonio Moscato, da Movimento operaio

La “rivelazione” del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg sulla partecipazione italiana alla irresponsabile provocazione delle esercitazioni ai confini della Russia non rivelava niente di nuovo, tanto è vero che ne parlava dettagliatamente il numero di settembre di LIMES che era già in edicola (Russia-America, la pace impossibile, 9/2016). Ma in Italia se ne è parlato sì e no per un giorno o due, dopo l’intervista di Stoltenberg. I mass media sono già arruolati per creare un clima prebellico, e gran parte dei commentatori si fingono presi dall’indignazione a senso unico, che presenta la Russia come espansionista ed aggressiva.

Anche la notizia (probabilmente non più seria delle boccettine esibite da Colin Powell per “provare” l’esistenza di armi di distruzioni di massa nelle mani di Saddam Hussein) di un attacco di “hacker russi” alla rete informatica del governo statunitense, era vecchia (anch’essa dettagliatamente analizzata da uno scettico articolo dello stesso numero di LIMES) ma è stata accolta non come volgare e rituale propaganda di guerra, ma come vera, e presentata quindi come una irresponsabile provocazione russa da punire adeguatamente. Senza domandarsi ovviamente come è possibile accettare che chi si dice vittima di un attacco sia esentato dal fornire a un organismo sovranazionale indipendente le prove della provenienza e dell’esistenza stessa dell’aggressione. La presunta vittima assume il ruolo di giustiziere, è la legge del Far West proiettata su tutto il mondo. Solo nel 2016, gli Stati Uniti hanno “punito” con i bombardamenti ben sette paesi, naturalmente senza chiamarla guerra.

Può permetterselo solo il governo di Washington, sempre pronto ad avallare le versioni inverosimili dei suoi dubbi amici come il regno barbarico dell’Arabia Saudita, che attribuisce a “terroristi sciiti” ogni protesta di qualunque colore nei paesi vicini, dal Bahrein allo Yemen, intervenendovi impunemente e magari ottenendo qualche partecipazione diretta della superpotenza mondiale ai bombardamenti, oltre a continue forniture di armamenti a credito forniti non solo dagli USA ma anche da diversi paesi complici o vassalli, tra cui l’Italia).

Ma se l’atteggiamento del nostro governo (non diverso in questo da tutti quelli che l’hanno preceduto almeno nell’ultimo quarto di secolo di ripresa delle imprese interventiste più o meno velleitarie) non ci stupisce minimamente, dato che non è una novità la sua risposta a qualsiasi interpellanza parlamentare facendosi scudo con l’ambiguità (non casuale) del famoso articolo 11 della costituzione. Un esempio tipico la risposta del ministro della Difesa Roberta Pinotti a chi le chiedeva conto delle forniture di armi letali proprio all’Arabia Saudita: ha asserito che l’invio di bombe a Riyadh è legittimo, perché tali operazioni sono “regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Anche la formula della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che vieta l’esportazione di armamenti verso i paesi in stato di conflitto armato è svuotata dalla clausola “fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia” o “le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle camere”. Anche la norma che escluderebbe “Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” è del tutto platonica. Qualunque capo di un governo aggressore (Hitler compreso) ha sempre dichiarato che non si trattava di guerra, ma di difesa di una pace più solida.

Quello che mi indigna è l’indifferenza di parte della sinistra residuale di fronte a questo aggravamento della situazione internazionale che rischia di trascinarci in conflitti ben più gravi dei non pochi già esistenti. Sembra che il compito della sinistra oggi sia esclusivamente quello di ripetere (rovesciati) i ragionamenti di Renzi sul referendum, come se la pur auspicabile e necessaria sconfitta del Sì garantisca non solo il ritorno alla situazione precedente, che ben pochi rimpiangono, ma l’inizio di un’epoca di “magnifiche sorti e progressive”, che dovrebbero essere assicurate, chissà perché, da una costituzione che in molti decenni di esistenza è stata almeno in parte applicata solo quando dalle fabbriche, dalle scuole, dalle strade, dal basso insomma, cresceva quel movimento di contestazione radicale che in pochi anni ha permesso conquiste prima impensabili e che comunque erano state respinte prima che entrassero in scena le masse (si pensi allo Statuto dei lavoratori).

Eppure oggi ci sarebbero non poche occasioni per rispondere su altri piani alle menzogne del governo, che ad esempio annuncia aumenti della spesa per la sanità, che non compensano neanche una piccola parte dei tagli effettuati. Ad esempio si spaccia per aumento di 3.000 medici e 4.000 infermieri la regolarizzazione di una piccola parte dei precari, mentre in questi ultimi anni i tagli al personale ospedaliero hanno fatto perdere molte decine di migliaia di medici e infermieri, a volte malamente sostituiti da ragazze e ragazzi arruolati nelle scuole e messi senza preparazione adeguata a fare “tirocinio” nelle corsie, cioè a riempire buchi spacciando l’operazione come l’integrazione scuola-lavoro prevista dalla “buona scuola”.

Il malcontento di chi verifica di persona lo sfacelo (voluto) del sistema della sanità pubblico è grande, e a volte innesca proteste, talvolta ipocritamente utilizzate dalla destra che pure aveva iniziato l’attacco con i governi Berlusconi, ma che può farlo impunemente perché non ha concorrenti: quale altra forza politica anche piccola fa di questi temi un cavallo di battaglia, collegandolo per giunta – come sarebbe necessario – all’assurdità delle enormi spese militari? Eppure impegnarsi su questo terreno, come anche nella lotta ai nuovi infami sistemi di sfruttamento dei precari nella logistica, che vedono le prime reazioni dopo anni di rassegnazione, potrebbe mettere davvero alle corde non solo Renzi, ma tutti i difensori dell’esistente. Solo se si riesce a coinvolgere i cittadini, i lavoratori, i pensionati nella difesa dei loro interessi, infatti, si può spiegare il senso di un referendum che altrimenti appare solo uno scontro incomprensibile tra costituzionalisti o peggio ancora una bega tra politici ugualmente screditati, in entrambi i casi poco efficaci per smuovere quella enorme maggioranza di “indecisi” o indifferenti.

Ma torniamo alla partecipazione italiana alla spedizione militare in Lettonia. Potrebbe suscitare l’ilarità: a che servono quattro battaglioni di mille soldati ciascuno di fronte a una Russia che, pur ridimensionata pesantemente dopo l’esplosione dell’URSS, rimane una temibile potenza militare? Al massimo possono avere il compito di provocare una qualche risposta russa, magari controproducente. Così sono state innescate non poche guerre, che apparentemente nessuno voleva…

E su questo vanno dette parole chiare a proposito della Russia: abbiamo giudicato severamente il suo atteggiamento cinico di appoggio alle menzogne del dittatore siriano Bashar al Assad, con cui tentava di giustificare la repressione di un movimento rivendicativo inizialmente democratico e non armato. Come l’URSS staliniana (che imitava i paesi imperialisti), non ha nessun criterio di classe per le alleanze, ma solo calcoli cinici di convenienza. Anche se gli sciagurati nostalgici dello stalinismo che hanno tanto esaltato Putin su questo sorvolano, si pensi ai tentativi di alleanze o comunque di tacite convergenze con la Turchia di Erdogan, con l’Egitto di al Sissi e lo stesso Stato di Israele, oltre che con l’Iran degli ayatollah. E in modo del tutto speculare agli Stati Uniti e alla Cina la Russia di Putin bolla come terroristi tutti i movimenti che non le piacciono. La ripercussioni di questo sono gravi proprio per l’immagine della Russia, ma hanno ripercussione anche su i suoi alleati “progressisti” in America Latina, alcuni dei quali hanno cominciato con analoga logica a preferire Trump ai democratici solo per qualche sua dichiarazione di simpatia per Putin. Ad esempio sull’organo che diffonde nel continente le posizioni dell’ALBA o di quel che ne rimane, è apparso un articolo sintomatico.

Continueremo a dissentire profondamente da questa politica oltre a tutto in prospettiva controproducente, e che impedisce anche una condanna adeguata della politica statunitense legittimando ogni intervento in paesi lontani in base a calcoli di pura opportunità (nel caso della Siria mantenervi le basi militari a prescindere dall’opinione dei siriani, ovviamente offrendo pretesti e giustificazioni al ben più ampio dispiegamento di basi degli Stati Uniti nel mondo). Ma non possiamo tacere che l’utilizzazione propagandistica statunitense degli interventi russi per recuperare alcune briciole dell’impero perduto negli anni del disfacimento dell’URSS e del suo sistema di alleanze (come la Crimea e – almeno nelle intenzioni iniziali – le regioni più nettamente russofone e russofile dell’Ucraina) è costruita su una visione falsata della realtà russa e delle motivazioni del suo governo, largamente legate soprattutto a esigenze di politica interna, compresa quella di dirottare il malcontento per il rapido peggioramento della situazione economica. Una visione quella occidentale che nasconde l’enorme asimmetria tra le spese militari di un paese e dell’altro: gli Stati Uniti nel 2015 hanno speso 596 miliardi di dollari, contro i 66,4 miliardi della Russia, scavalcata non solo dalla Cina (215 miliardi) ma anche dall’Arabia Saudita (87,2 miliardi)…

Per condannare efficacemente le menzogne criminali e l’aggressività degli Stati Uniti, che dopo aver bombardato con i più vari pretesti mezzo mondo pretendono di imporre sanzioni a Mosca per i bombardamenti di Aleppo, bisogna saper rifiutare ogni giustificazionismo rispetto a una Russia, che ha indubbiamente responsabilità minori (o almeno più circoscritte) nel generare un clima di tensione e di accelerazione della corsa agli armamenti, ma che giustificando come gli altri con la “lotta al terrorismo” le sue ingerenze e i suoi crimini (ad Aleppo e non solo) contribuisce a legittimare quelli ben maggiori degli Stati Uniti e dei suoi alleati, Italia compresa.

A chi pensa che sia troppo duro il mio giudizio sul nostro paese, vorrei che ci ricordassimo tutte le imprese umanitarie dei “nostri ragazzi”, partendo da quelle più lontane, dal Libano alla Somalia ai Balcani,dal Medio Oriente alla Libia, ben prima di questa fase contrassegnata da velleità ben maggiori, rivelate dal numero esorbitante di F35 richiesti dalla lobby militare, e dalla asserita “necessità” di avere ben due portaerei, una in più della Cina… Solo per portare tre leader in gita a Ventotene?