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Terra dei fuochi anche in Toscana?

Comunicato di Sinistra Anticapitalista Livorno

Fanghi di depurazione delle acque reflue urbane e industriali, rifiuti pericolosi, verrebbero smaltiti da anni a Peccioli, Palaia, Chianni, Laiatico, Pontedera, Crespina, Lorenzana, Fauglia, Montaione, interrati in campi coltivati a grano; scarti di lavorazione provenienti dal ciclo produttivo della carta che avrebbero dovuto essere trattati per un legittimo impiego come materie prime da conferire in discarica, contenenti invece sostanze tossiche molto nocive per la salute.

Su questo e non solo, è in atto una maxi inchiesta: 80 mila tonnellate di rifiuti tossici interrati e “un mondo” coinvolto.

Non in Campania, non nella “Terra dei fuochi” controllata dalla camorra, ma nella “civilissima” e “democratica” Toscana di Renzi e Verdini, della Boschi e della famiglia Manzione, del “socialista” Enrico Rossi”, delle Amministrazioni egemonizzate dal PD, delle partecipate guidate dal solito “personale di giro” sempre targato PD che, senza soluzione di continuità, passa allegramente, dalle amministrazioni locali, alle segreterie dei sindacati, ai vertici di imprese private e non.

Nell’affare, aziende private (si legge anche in odor di mafia), piccoli proprietari di aziende agricole conniventi che percepivano ingenti somme di denaro a titolo di “indennizzo”, aziende partecipate (REA, ASA, GEAL), amministrazioni provinciali (Firenze, Lucca, Livorno, Pisa).

L’impatto è enorme e totale il silenzio della politica e delle istituzioni: chissà, forse l’indignazione popolare si placherà fino a spegnersi nella risacca dell’iter giudiziario come spesso accaduto in passato per gravissimi crimini ambientali come l’esplosione del reattore chimico a Seveso (1976), l’esplosione del serbatoio Rogor della Farmoplant (1988) a Massa che seguiva di solo un anno il referendum che chiedeva la chiusura della fabbrica, quando il boato di Cernobyl aveva scosso il mondo intero ed aveva risvegliato il ricordo di Seveso.

Con quel referendum, nel 1987 il 71,69% dei cittadini di Massa, Carrara e Montignoso si espresse perché la fabbrica fosse chiusa – dall’anno della sua apertura si contavano ben quaranta incidenti – e il sindaco di allora emise un’ordinanza che vietava la produzione di Rogol e Cidial, ordinanza che in realtà non fu mai trasmessa all’USL. L’allora ministro dell’ambiente Giorgio Ruffolo dichiarò che la produzione industriale non poteva essere oggetto di referendum, Sergio Cofferati, allora segretario dei chimici CGIL, si schierò in favore della Farmaplant e tutto continuò come se il referendum non ci fosse stato, fino all’esplosione del serbatoio l’anno dopo.

L’Osservatorio nazionale amianto intanto, a proposito di Livorno, segnala un picco di mortalità riguardante tumori e malattie degenerative superiore alla media regionale – il picco a Rosignano Marittimo dove dal 2001 al 2010 si sono registrati 245 morti in più rispetto al resto della Toscana.

Chi pagherà tutto questo?

Chi pagherà per la bonifica del terreno dove dovrebbe sorgere il sottopasso fra le Sorgenti e la Cigna in area ex DRASS dove sono stati trovati interrati 2.856 metri cubi di rifiuti da smaltire in discariche speciali autorizzate? RFI dice l’Amministrazione comunale! Ma scherziamo? Che paghino coloro che hanno inquinato, coloro che hanno deciso le linee strategiche che interessano la salute, le risorse idriche, il lavoro, la qualità dell’ambiente secondo una mercificazione che si piega all’interesse di pochi e che hanno messo e continuano a mettere a repentaglio la nostra salute e la nostra vita. In molti sostengono che sì, sai com’è, così vanno le cose “…abbiamo sempre privilegiato il lavoro…” a riproporre lì sul piatto la vecchia contrapposizione. Rispetto per l’ambiente e lavoro.

Ci hanno venduti per un piatto di lenticchie con il ricatto del lavoro, dell’occupazione.

Noi riteniamo che tutto questo – compreso il silenzio o meglio l’auto omertà (la paura di incidere negativamente sulla rappresentazione pubblica della Toscana) – facciano emergere con forza la necessità di cambiare.

Cambiare interrogando prima di tutto i nostri bisogni orientando produzione, scambio e consumo in virtù della loro utilità sociale e ambientale. Possibile che per il profitto di pochi si continuino invece a violentare proprio questi bisogni?

C’è un’indagine in itinere ma, al di là delle responsabilità individuali che sono emerse ed emergeranno, qui ci sono responsabilità politiche enormi di chi ha governato pensando che lo smaltimento dei rifiuti potesse essere un affare: puntualmente così è stato trattato e questo è il risultato.