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Referendum, per un No anticolonialista

Documento del Comitato per il No di Quartu Sant’Elena (CA)

Sono tante le buone ragioni per dire No alla riforma della Costituzione voluta da Renzi. Con questo documento non vogliamo quindi ripetere ancora una volta le motivazioni espresse con grande efficacia dal Comitato italiano per il No e da numerose pubblicazioni diffuse in questi ultimi mesi * Il Comitato di Quartu Sant’Elena per il No intende invece spiegare con queste poche righe perché ogni anticolonialista, sardo ogni indipendentista, dovrebbe votare No alla riforma costituzionale Renzi. Sia chiaro, il nostro Comitato non fa l’apologia di una Costituzione che dichiarando la Repubblica “una e indivisibile” (articolo 5) non riconosce nemmeno il principio di autodeterminazione dei popoli proclamato dalla Carta delle Nazioni Unite (articoli 2 e 55): ritiene però doveroso e indispensabile schierarsi in una battaglia contro l’ulteriore rafforzamento della struttura coloniale dello stato italiano. La riforma Renzi-Boschi ridisegna infatti l’architettura dello stato in maniera neocentralista e ne rafforza la struttura coloniale. Ogni corrente dell’indipendentismo e dell’anticolonialismo che scegliesse di non schierarsi contro una riforma che potrebbe mutare in maniera significativa i rapporti di forza fra la Sardegna e lo Stato italiano (“perché la Costituzione italiana non ci riguarda!”) dimostrerebbe una capacità di visione politica piuttosto ristretta.

Dal “parafederalismo” al neocentralismo

Nel suo scritto “Un progetto contro la democrazia” il docente di Diritto Costituzionale Alessandra Algostino spiega che “il trait d’union delle varie norme che riguardano il titolo V è rintracciabile nel ritorno dello Stato: è abbandonato il tanto decantato progetto federalista, si inverte la rotta e si accentra”. In particolare, dall’articolo 117 vengono cancellate le materie a legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Viene quindi ampliata la lista delle materie la cui legislazione esclusiva spetta allo Stato: fra queste troviamo l’ordinamento delle professioni e della comunicazione; la protezione civile; la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia (qualcuno ha detto Galsi, il gasdotto che collegherà l’Algeria con l’Italia via Sardegna?); le infrastrutture strategiche e le grandi reti di trasporto e di navigazione; i porti e gli aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale; i mercati assicurativi; le disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e il turismo.

La clausola di “supremazia”

Lo stesso articolo 117 recepisce la cosiddetta “clausola di supremazia”. Quella che da più parti è stata definita “clausola vampiro” prevede che, su proposta del Governo, anche per le materie non di competenza, possa intervenire la legge statale “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Secondo alcuni costituzionalisti, anche molto autorevoli, le Regioni a Statuto speciale sarebbero escluse dall’applicazione della Riforma Renzi-Boschi sino alla scrittura di nuovi Statuti (sarebbe comunque una magra consolazione, vista per esempio l’alta considerazione dello Stato italiano per lo Statuto sardo in materia di entrate). Ma non tutti gli studiosi la pensano così. Per esempio per Roberto Toniatti, attuale preside di Giurisprudenza a Trento, la clausola sospensiva (art.39 comma 12), che blocca per ora e fino alla revisione dei rispettivi Statuti l’applicazione alle Speciali della legge Costituzionale Boschi-Renzi, non è in realtà una clausola di salvaguardia in quanto può essere superata dalla clausola di supremazia dello stato italiano, contenuta nell’art. 117 comma 4. In sostanza, in mancanza di una intesa forte tra Stato e Regione il primo potrà invocare la clausola di supremazia statale e togliere l’autonomia alle Speciali, scenario questo che è già da tempo in preparazione all’interno dell’attuale maggioranza di governo nazionale. La riforma Renzi-Boschi stringe la morsa coloniale. Gli anticolonialisti sardi votano No.