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Lotta al TTIP o al capitale?

di Giovanna Russo

Da tempo si registravano contrasti nell’ambito delle trattative per il TTIP tra UE e Stati Uniti sulla questione della protezione delle agricolture europee, dell’accesso ai grandi appalti pubblici americani e al mercato delle telecomunicazioni, cui si sono aggiunti nuovi problemi legati alla Brexit. Le affermazioni del ministro tedesco Sigmar Gabriel alla rete televisiva Zdf sul fallimento di fatto dei negoziati sono state salutate con soddisfazione da molti compagni e attivisti del movimento di lotta al Trattato Transatlantico, che vi hanno visto un successo delle grandi mobilitazioni di questi ultimi anni. A smorzare gli entusiasmi sono venute le dichiarazioni dietro le quinte di alti diplomatici, che hanno rimarcato che non sarebbe un problema sospendere i colloqui fino alle presidenziali degli Stati Uniti e alle elezioni federali in Germania, accreditando il sospetto che si prepari, in realtà, una semplice battuta d’arresto in vista delle votazioni. Ci sono state altre voci pessimiste sulla prosecuzione delle trattative, come quella del ministro francese Fekl, ma il portavoce ufficiale del governo tedesco Seibert ha ribadito che “é giusto continuare a negoziare, spesso l’accordo si raggiunge all’ultimo round”. Del resto, soltanto a giugno scorso, i Ventotto avevano rinnovato all’unanimità il mandato alla Commissione a completare le trattative. E il negoziatore europeo Ignacio Garcia Bercero ha liquidato ironicamente l’opinione di Gabriel, parafrasando la celebre battuta di Mark Twain “la notizia della mia morte è alquanto esagerata” (Il Sole24Ore, 30 agosto).

Non possiamo predire se il TTIP sarà realmente insabbiato o se vedrà la luce in una versione riformata, com’è stato il caso nel decennio scorso della Direttiva Bolkestein, magari con scambi compensatori tra opposti interessi delle parti, ma una cosa è certa: la sostanza dell’attacco neo-liberista ai diritti e alla condizione di vita delle grandi masse europee non sarà archiviata.

Il TTIP é qualcosa di più di un tradizionale trattato di liberalizzazione commerciale: è un quadro ordinativo di regole che sanciscono la supremazia dei “mercati”, alla quale devono subordinarsi i diritti sociali, le politiche pubbliche di welfare e le tutele di settori strategici per lo sviluppo economico-sociale locale, senza limiti e vincoli di controllo democratico. Decenni di neo-liberismo sfrenato hanno preceduto e giustificato anche teoricamente l’idea della presunta indiscutibile razionalità dei “mercati” (cioè del capitale), mentre governi obbedienti portavano avanti l’aggressione ai lavoratori, all’ambiente e ai diritti di cittadinanza, disarticolando le conquiste di anni di lotte sociali con politiche di austerity e di redistribuzione del reddito verso l’alto. Oggi i tempi sembrano maturi per l’affondo finale: istituzionalizzare il dominio di leggi che si “autoeseguono”, saltando il passaggio della legittimazione statale, bastando le funzioni di coordinamento del mercato globalizzato ad una integrazione diretta dai monopoli economici e dai poteri forti internazionali. Non a caso, i round negoziali per il TTIP sono materialmente condotti da élîtes definite “tecniche”, prive di investitura elettorale, che sono in realtà emanazione diretta di grandi gruppi economico-finanziari.

Questo percorso ci rimanda alle caratteristiche della fase storica attuale del capitalismo mondiale, in cui non giova tanto investire nelle produzioni mature quanto nelle operazioni di finanza speculativa e nell’occupazione di tutte le aree economico-sociali da cui si possano estrarre profitti. Nelle tappe di questo percorso i vertici europei hanno preteso di inserire nelle costituzioni il principio del pareggio di bilancio statale e hanno imposto il fiscal compact con parametri autoapplicativi vincolanti per gli stati membri, che sono obbligati a tagliare la spesa pubblica e smantellare settori di interesse generale come la sanità e la scuola, a privatizzare servizi finora erogati dallo Stato. Con il corollario di una impressionante e netta linea di tendenza al mutamento del ruolo e dei poteri dello Stato nazionale, una “crisi di sovranità” che converge con l’espropriazione di ogni possibilità per le grandi masse di incidere sulle politiche economiche e sociali del paese.

Anche la riforma costituzionale voluta da Renzi si muove in questa direzione: distruggere la barriera formale della democrazia concepita in altre fasi dello sviluppo storico nazionale e rendere insindacabile l’operato politico del governo da parte di un Parlamento sempre più dominato dai rapporti di forza prevalenti e sempre più espressione di una classe borghese lontana dai bisogni e dagli interessi dei lavoratori e della maggioranza della popolazione.

Questo corso dell’economia e della politica in rerum natura ci fa dire che la spinta a scardinare gli attuali assetti commerciali e istituzionali e a dare campo libero alle imprese e ai capitali proseguirà, lontano dalle campagne elettorali, anche a costo di rallentare e ricercare altri strumenti di attuazione. Come in America Latina, dove la bocciatura dell’ALCA – un trattato di libero scambio tra Usa e Paesi sudamericani in cui gli yankees avrebbero avuto mani libere come nel NAFTA e nel CAFTA– non ha frenato l’avanzare delle multinazionali statunitensi, insieme a quelle canadesi ed europee, nello sfruttamento delle grandi risorse naturali del continente, grazie ad accordi bilaterali tra Stati o anche, a scala inferiore, direttamente tra gruppo multinazionale e governo locale per un determinato affare: sfruttamento di una miniera, deforestazione e agro-business, costruzione di devastanti infrastrutture. Le strategie di invasione sono molteplici, a seconda della situazione e della “capacità persuasiva” di una corporation il cui fatturato è spesso più grande del PIL dell’ente locale o dello Stato stesso in questione.

Esistono, a livello mondiale, oltre 3.000 trattati di partenariato economico strutturati, come il TTIP, sugli interessi degli investitori stranieri contro eventuali decisioni pubbliche suscettibili di nuocere ai loro investimenti (leggi, regolamenti, aumenti salariali, preferenza per le imprese locali che difendono l’occupazione, ecc.). Le istanze di arbitrato sulle controversie sono affidate a una corte sovranazionale – il CIRDI della Banca mondiale, il CNUDCI-Commissione delle Nazioni unite per il diritto commerciale internazionale, la Corte permanente dell’Aja, alcune camere di commercio, ecc. – incline a sterilizzare le azioni difensive degli Stati nazionali. Sono circa 550 i contenziosi repertoriati fino ad oggi. Da oltre 60 anni le società private, in maggioranza residenti negli USA e nell’Unione Europea, attaccano i Paesi più deboli con un ritmo crescente tra il 2003 e i nostri giorni, in un gioco che finisce costantemente con gli stessi vincitori e gli stessi perdenti.

I partenariati economici come il TTIP hanno anche obiettivi strategici e geopolitici più generali. In un mondo dove la diffusione del modello liberoscambista riguarda pressoché la totalità dei paesi, i rapporti di forza nella gerarchia mondiale sono legati – finché non intervengono le cannoniere – alla capacità di penetrazione dei grandi gruppi finanziari internazionali. Il TTIP, nella visione del Dipartimento di Stato americano, è l’aggressiva risposta al declino economico dell’Occidente e alla marcia ascendente dei nuovi capitalismi, la Cina e gli altri Brics, emersi come giganteschi produttori ed esportatori di manufatti e di servizi, che si oppongono con successo alle vecchie potenze egemoni. Perciò, nello stallo attuale degli organismi multilaterali come il WTO, l’istituzione di una vasta area occidentale di scambio e di investimento è un tassello funzionale alla formazione di un grande polo commerciale occidentale, capace di combattere nella competizione economica internazionale o, almeno, di costituire una zona di influenza esclusiva entro cui arginare l’assalto dei paesi emergenti. Una strategia di medio-lungo termine, che richiede una forte intrusione nella sovranità dei diversi paesi.

Perciò prendiamo atto di questa impasse negoziale ma pensiamo che non sia il caso di brindare alla vittoria. E’ giusto aver impostato la lotta al TTIP come grande vertenza europea (e mondiale, per il coinvolgimento dell’altra sponda dell’Atlantico), perché questo ha favorito l’attenzione su una tappa importante dei processi in atto, ma oggi la lotta deve chiarire che i nostri obiettivi vanno oltre il Trattato transatlantico, contro tutte le strategie territoriali che sostengono il profitto privato a spese del benessere socio-economico di tutti, qualunque strumento o forma i provvedimenti prendano. La lotta al TTIP è una battaglia anticapitalista che si lega alla denuncia della falsità dei presupposti su cui si basa l’ideologia del liberismo economico e ci induce a sviluppare un movimento ampio, intenzionato a respingere, insieme a tutti gli sfruttati del mondo, gli assalti del comune nemico.

Il prossimo round è vicino. E’ convocato per settembre il Consiglio Europeo di Bratislava dove, tra l’altro, si parlerà del CETA, l’accordo già siglato tra UE e Canada, destinato a fare da ponte per l’attuazione del TTIP e che potrebbe ricevere un via libera anticipato, mente la pressione del movimento aveva ottenuto il diritto di ratifica dei Parlamenti nazionali. Lo stesso Gabriel, il sedicente antagonista del TTIP in periodo elettorale, ha definito il CETA “un grande passo avanti”, aggiungendo che si batterà per la sua convalida.