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Le grandi manovre e la posta in gioco dell’autunno

di Franco Turigliatto

Superato lo choc della sconfitta elettorale nelle elezioni di giugno e di ritorno dal costoso viaggio olimpico a Rio de Janeiro, il Presidente del Consiglio ha riaggiustato il tiro della sua propaganda politica in vista del referendum costituzionale. In questo compito ferragostano dispone come al solito del pieno sostegno della Confindustria e dei media, a partire da una Rai sempre più omogeneizzata a sua immagine e somiglianza, moltiplicando promesse economiche più o meno indefinite e minacciando sfracelli nel caso di una sconfitta del SI referendario.

Vedremo se questo grande volume di fuoco darà i frutti sperati permettendogli di riconquistare in parte la credibilità politica persa nei confronti di larghi settori dell’opinione pubblica. Sarebbe infatti grave errore sottovalutare la portata di questa nuova e martellante offensiva padronal-governativa considerando, come fanno alcuni, a portata di mano la vittoria del NO.

La repressione come arma politica

Anche perché il governo Renzi ha già compiuto un nuova gravissima scelta portando l’Italia in guerra in Libia senza dover pagare il prezzo di una forte opposizione e senza che si sia mostrata una comprensione di massa della gravità dell’accaduto, degli interessi neocoloniali in gioco, del ruolo dell’ENI e dei terribili rischi a cui è sottoposto il paese, per non parlare dei costi economici delle avventure militari.

E per rispondere alle mobilitazioni sociali il governo Renzi-Alfano moltiplica interventi repressivi molto duri, come indicano gli avvenimenti in Val di Susa, la brutale repressione a Ventimiglia contro i migranti, le cariche agli insegnanti che protestavano contro la loro “deportazione” al Nord e molti altri episodi a prova di una precisa scelta politica. Il Ministro della Giustizia Orlando prepara una feroce stretta sui migranti che chiedono asilo per facilitare la loro cacciata.

Gli ostacoli economici

Sul piano economico Renzi si scontra con una serie di dati materiali che smascherano tutte le sue vanterie sul “paese che ha ripreso il suo cammino”; le dichiarazioni roboanti sulla ripresa economica non trovano riscontro nella realtà; l’andamento del PIL è piatto (crescita zero) e non si vede alcun rilancio produttivo e degli investimenti.

Sul piano occupazionale l’Italia si segnala poi come uno dei paesi a più alto tasso di disoccupazione giovanile, congiunto a una occupazione adulta molto bassa. I dati numerici dell’Istat sono impietosi e smascherano tutte le fandonie sul Jobs Act. Sarebbe tuttavia un grave errore sottovalutare i contenuti di fondo delle misure renziane sul lavoro; il loro vero e primario obbiettivo, pienamente raggiunto, era la distruzione dei diritti del lavoro, creando una manodopera ricattabile e licenziabile e garantendo la contrazione dei salari e della contrattazione collettiva.

Le agevolazioni fiscali introdotte non hanno di certo determinato nessun rilancio virtuoso degli investimenti, ma sono solo servite a garantire i profitti delle imprese e la distribuzione dei dividendi.

In questi giorni di vacanza poco si parla della delicata situazione delle banche italiane e dei rischi ad essa connesse; resta il fatto che l’efficacia e la realizzabilità delle misure definite a luglio si verificheranno soltanto nei prossimi mesi; la necessità di un forte intervento pubblico non è per nulla scongiurata.

Così il governo ha ora parecchie difficoltà a metter mano alla legge di stabilità: non è facile per Renzi recuperare le risorse per finanziare le sue tante promesse, il bonus per i pensionati, la cosiddetta flessibilità in uscita per le pensioni, le nuove agevolazione fiscali per le aziende (già previste per il prossimo anno dalla scorsa legge), la rinuncia all’aumento dell’IVA.

Come se non bastasse è finalmente esplosa la vergogna del blocco delle retribuzione nel pubblico impiego: 3 milioni e 200.000 lavoratrici e lavoratori che dal 2010 al 2015 non hanno avuto alcun aumento salariale. E’ la stessa Avvocatura dello Stato a certificare un furto di 35 miliardi, cioè più di 212 euro mensili sottratti ai dipendenti pubblici in questo periodo. Le direzioni sindacali per anni immobili cercano di recuperare qualche credibilità chiedendo che siano resi disponibili 7 miliardi per la contrattazione. Sulla serietà degli intenti delle burocrazie sindacali che hanno il “coraggio” di “ventilare” addirittura scioperi c’è molto da dubitare, ma è un problema in più per il governo.

Riassumiamo la situazione. Renzi era riuscito ad ottenere dalla Commissione Europea la possibilità di varare una legge di stabilità per il 2016 che prevedesse un deficit del 2,3%, mentre non avrebbe dovuto superare l’1,6%. Pochi mesi fa aveva strappato alla stessa Commissione una nuova flessibilità per il 2017 proponendo un deficit dell’1,8% rispetto all’1,2% che i dogmi europei gli imponevano, recuperando così circa 7 miliardi di maggiori disponibilità.

Solo che il PIL fermo al palo (le previsioni di crescita per quest’anno si sono ridotte dall’1,5%, prima all’1,3% ed oggi all’0,8%) determina automaticamente un aumento del deficit di bilancio a parità di spese rendendo ancor più ardua la quadratura dei conti, proprio quando Renzi avrebbe bisogno di evitare una finanziaria lacrime e sangue e di dare qualche contentino economico per avere maggiori possibilità di vincere il referendum.

A dire il vero il viceministro dell’economia, Zanetti, per evitare troppe speranze popolari, ha subito precisato che la priorità della finanziaria deve essere la riduzione delle imposizioni fiscali sulle imprese, cioè la riduzione dell’IRES che deve scendere al 27% al 23%…

Così Renzi è obbligato ancora una volta a fare il giro delle sette chiese, (a partire dall’importante, ma certo non sufficiente, incontro di Ventotene con la Merkel e con Hollande per ottenere una flessibilità più ampia, cioè mantenere il deficit di bilancio al 2,3% anche il prossimo anno.

La borghesia internazionale ci guarda

In questo contesto la situazione italiana è finita sotto la lente dei grandi giornali borghesi (The Wall Street Journal, The New York Times, il Financial Time) preoccupati dalla stagnazione e dalla stabilità di governance di uno dei maggiori paesi di un’Unione Europea già in difficoltà di per se stessa. Preoccupa costoro un’eventuale sconfitta di Renzi nel referendum con l’apertura di una gravissima crisi politica, senza che ci sia una credibile alternativa moderata di governo; ma preoccupa anche una sua vittoria in un contesto di grave crisi economica che potrebbe portare alla vittoria elettorale del M5S nel 2018 conferendogli una larghissima maggioranza alla Camera, senza più l’esistenza di un Senato che possa fare da contraltare……..

Nell’attenzione dei media internazionale e del rilievo che i giornali italiani gli danno, c’è molta propaganda per sostenere la campagna di Renzi, ma c’è anche la constatazione della gravità della situazione economica complessiva e dei timori che una crisi nazionale apra le porte a una crisi più generale del tutto incontrollabile.

Dove sta l’opposizione in Italia?

Le difficoltà di Renzi restano contenute perché non deve fronteggiare una grande opposizione sociale e una forte opposizione politica; quest’ultima non solo è ovviamente divisa tra quella di destra e di sinistra, ma nel suo complesso si presenta come una variegata armata brancaleone. Per questo il Primo ministro ha ancora margini di manovra relativamente ampi utilizzando i media e il sostegno della borghesia a partire dalla Confindustria.

Sul piano sociale più volte abbiamo richiamato il ruolo totalmente negativo, subalterno e complice di tutti e tre gli apparati sindacali CGIL CISL e UIL rispetto alle politiche dell’austerità governo e la rinuncia ad organizzare una mobilitazione per difendere gli interessi dei lavoratori. Questa linea capitolarda delle burocrazie sindacali si sta esprimendo ora sul tema dei contratti di lavoro, dove vengono firmati accordi nazionali e aziendali che altro non sono che il recepimento delle richieste padronali, veri e propri contratti di restituzione di quanto era stato conquistato in passato in termini di orari e di loro controllo, di salario, di flessibilità, di tutele di diritti dei lavoratori.

Per questo anche la vicenda del pubblico impiego non potrà che essere seguita con molta preoccupazione perché, così come è già nel caso della flessibilità pensionistica, possono saltare fuori le peggiori penalizzazioni per le lavoratrici.

Né si può non denunciare il fatto che molti dirigenti sindacali sostengono il referendum di Renzi e che la CGIL, andando contro la sua storia, si è rifiutata di prendere una posizione in merito.

Se passiamo alla dimensione politica esistono diversi comitati per il No nel referendum con posizioni politiche differenziate. Per rimanere al comitato che anche la nostra organizzazione sostiene, quello dei costituzionalisti, democratico e di “sinistra”, nonostante i grandi sforzi profusi finora non ha ancora avuto la capacità di produrre una campagna politica efficace e di integrare in essa anche i temi sociali che sono indispensabili per poter parlare al pubblico più ampio. Di certo c’è l’oscuramento dei media e i limiti delle risorse economiche disponibili, tuttavia crediamo ci siano elementi di debolezza politica più generale che andrebbero superati per poter affrontare questa sfida difficilissima.

Per quanto riguarda i partiti, il ruolo della presunta sinistra del PD, non è certo quella della chiarezza politica quanto quello di intorbidare le acque con i suoi giochi interni al partito.

Per quanto riguarda le forze della sinistra i loro limiti e politici sono ben noti anche se questa cruciale scadenza dovrebbe anche essere l’occasione per provare a superarne alcuni, tra cui quello di conquistare una reale autonomia dalle burocrazie sindacali.

Il Movimento 5 Stelle è la forza principale dell’opposizione e sta gestendo una campagna per il NO, ma sembra non esserci alcuna corrispondenza tra la sua forza elettorale e la capacità di organizzare una vera e forte opposizione politica sociale, capace non solo di suscitare una reazione antigovernativa, ma di saper spiegare le cause di questa grande crisi economica, di denunciare i suoi veri responsabili, e non solo le marionette politiche e quindi di avere una reale progetto alternativo. Non a caso, data la loro natura interclassista. Le performances confuse ed anche qualunquiste di Grillo non possono rispondere alle necessità ed anche solo a spiegare nei termini corretti del no referendario.

Non dimentichiamoci della destra e dell’estrema destra di Salvini

Per quanto riguarda le forze della destra queste sono ancora impegnate in un difficile lavoro di ricucitura dopo la crisi del berlusconismo e le tante differenze che si sono prodotte. In ogni caso la loro opposizione alle controriforme istituzionali appare del tutto strumentale, perché hanno ripetutamente cercato loro stesse di stravolgere la carta costituzionale; le loro posizioni di fondo convergono con quelle di Renzi e Boschi; in certi casi la loro opposizione appare grottesca. Queste forze sono però sempre in campo, presenti sul piano economico e sociale.

E poi c’è l’opposizione e il ruolo ultrareazionario a razzista della Lega di Salvini; guai a dimenticarlo. Certo Salvini non ha sfondato come sperava nelle elezioni, ma è ben presente e agisce in vasti settori popolari e piccolo borghesi, per impedire che si capiscano le vere ragioni della crisi, per spingerli verso le posizioni più estreme di destra, utilizzando il più barbaro degli strumenti, il razzismo contro i migranti. Quando Salvini parla di “pulizia etnica contro gli immigrati” e la reazione a queste immonde dichiarazioni è del tutto modesta, come se il segretario della Lega alzasse solo un poco il gomito, siamo sull’orlo del baratro, stiamo per superare un vero e proprio tabù, un passo ulteriore verso la barbarie. E le campane vanno suonate a martello così come Guido Viale in un articolo sul Manifesto del 10 agosto ha provato a fare.

Diamoci da fare

Per questo occorre lavorare tutti insieme; forze politiche della sinistra, forze sociali e movimenti devono costruire un percorso di mobilitazione articolata e collegata da un comune intento unitario; battere Renzi e le politiche dell’austerità, difendere la vecchia carta costituzionale, cioè i contenuti democratici che essa esprime e fermare Salvini e i suoi simili.

Bisogna costruire un movimento contro le politiche liberiste e della guerra, contro il razzismo, contro il rigetto dei migranti e per i diritti di coloro che fuggono dalle guerra e dalla fame, contro ogni forma di barbarie vecchia e nuova. Bisogna convergere tutte e tutti per sostenere ogni lotta che vada in questa direzione.

Dobbiamo preparare una forte mobilitazione e possiamo farlo anche partendo dalle iniziative già programmate dalle singole forze, le feste di partito e quelle delle diverse correnti sindacali, le assemblee di movimento, l’assemblea nazionale sul debito e in particolare le riunioni del Comitato per il NO, per organizzare un ampia e capillare campagna per vincere il referendum istituzionale, denunziando e demistificando le false promesse e truffe del governo. Costruiamo le condizioni di una mobilitazione ampia e articolata su tutto il territorio nazionale e non solo nelle pur indispensabili manifestazioni nazionali già programmate.

Diamoci da fare tutti insieme, con spirito unitario pur nelle tante articolazioni delle pozioni politiche. Diamoci da fare, e questo vale anche naturalmente per Sinistra Anticapitalista.