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Strage di Marcinelle: molti responsabili

di Antonio Moscato, da Movimento Operaio

Il sessantesimo anniversario della strage di Marcinelle (8/8/1956) è stato commemorato dalla grande stampa con articoli commossi, e interviste ai pochi sopravvissuti e alle vedove. A volte con la sincera commozione di giovani cronisti che hanno scoperto per la prima volta quella tragedia, ma che ignorano tutto del contesto in cui avvenne (si veda ad esempio questo).

I documenti ufficiali naturalmente erano colmi di buone promesse (si veda qui), mentre le ricostruzioni, anche fotografiche, rivelano che i minatori italiani venduti al capitalismo franco-belga passavano i primi anni, o almeno mesi, alloggiati nelle baracche dei lager nazisti, dopo essere stati radunati nei tetri sotterranei della stazione di Milano, negli stessi luoghi da cui pochi anni prima partivano – al riparo da sguardi indiscreti – i convogli di ebrei e deportati politici.

Soprattutto quello che traspare a fatica dalle ricostruzioni giornalistiche di oggi, è che il termine “venduti” è il più appropriato. Tra l’altro le singole miniere avevano organizzato un sistema di reclutamento sul posto che permetteva loro di privilegiare candidati politicamente inoffensivi.

I candidati prescelti venivano sottoposti ad una prima visita medica presso l’ufficio sanitario del comune di residenza. I futuri emigranti venivano poi inviati presso l’Ufficio provinciale del lavoro per un’ulteriore visita di controllo che certificasse l’adattabilità dei candidati ai lavori di fondo. I lavoratori la cui candidatura era ritenuta valida erano allora inviati al Centro per l’ emigrazione in Belgio di Milano, ubicato nei sotterranei della stazione centrale. Lì sostavano qualche giorno, in condizioni di totale promiscuità, in attesa dei convogli settimanali e prima di tutto della decisione finale che seguiva all’ulteriore visita della Mission belge d’immigration e al controllo incrociato della polizia belga e italiana. Teoricamente la Sûreté belge, che operava a Milano, non poteva operare apertamente nel senso di una selezione personale degli individui, ma nella realtà molti lavoratori agricoli che avevano partecipato all’occupazione delle terre vennero rinviati al Ministero Italiano del lavoro come «indesiderabili». Secondo Fédéchar la selezione dei lavoratori doveva infatti garantire che questi ultimi fossero, oltre che «elementi tecnicamente capaci» e fisicamente adatti al tipo di lavoro al quale erano destinati, anche adeguati all’ambiente in cui avrebbero dovuto vivere e confacenti a «rappresentare degnamente» i lavoratori italiani all’estero. (Vedi http://storicamente.org/emigrazione-italiana-in-belgio#_ftnref30)

Ma non era finita: anche nel corso del viaggio (che a volte durava oltre 50 ore) “gli immigrati erano scortati da agenti in incognita incaricati di individuare gli elementi agitatori. Al momento dell’arrivo in Belgio venivano poi scaricati sui binari riservati ai treni merce e convogliati nei diversi charbonnages su autocarri solitamente utilizzati per il trasporto del carbone. Qui erano sottoposti all’ultimo, definitivo, esame da parte del responsabile medico della miniera. Nel caso l’immigrato fosse dichiarato inadatto al lavoro sotterraneo poteva essere occupato in superficie (…), ma nella maggior parte dei casi era dapprima rinchiuso nella caserma del Petit-Chateau di Bruxelles, poi rimpatriato. Quando invece l’operaio era ritenuto adatto al lavoro di fondo, il permesso di lavoro B, della durata di un anno rinnovabile, e che vincolava il lavoratore a cinque anni di attività ininterrotta nel settore minerario – pena l’espulsione dal Belgio – entrava in vigore, e con esso tutta una serie di problemi inattesi. Tra i traumi principali che attendevano gli emigrati al loro arrivo nei bacini minerari predominava quello dell’impatto con la tipologia e le condizioni di lavoro. La prima «discesa al fondo» era, per uomini totalmente inesperti del mestiere, uno choc tale da impedire a molti di scendere una seconda volta. I manifesti affissi in Italia infatti pubblicizzavano il «lavoro sotterraneo nelle miniere belghe» senza specificarne i dettagli.”

La cosa più grave è che fino alla metà degli anni ’50 “il contratto tipo non prevedeva alcun periodo iniziale di formazione professionale, e i lavoratori italiani venivano spediti ad apprendere il mestiere direttamente al fondo, senza alcuna precauzione, né la conoscenza della lingua. Le conseguenze di questa inesperienza non erano solo psicologiche. A causa della loro scarsa qualificazione, i salari erano nettamente inferiori a quelli sperati: i minatori ricevevano infatti un salario composto da una parte fissa ed una parte proporzionale alla loro produzione, un sistema che, esortando gli operai all’aumento smisurato del rendimento, aumentava la pericolosità del mestiere.”

E non a caso la tragedia di Marcinelle fu involontariamente provocata da un “errore umano”, cioè dall’inserimento scorretto da parte di un lavoratore italiano di un carrello nell’ascensore, che fu fatto partire senza controllare la posizione del carico, che urtò quindi contro una trave tranciando tubi dell’olio e fili elettrici che correvano allo scoperto e provocarono l’incendio.

Ma c’è un altro aspetto che viene ignorato nella maggior parte delle rievocazioni: che ruolo ebbe il governo italiano? In che modo sollecitò le autorità del Belgio (dove c’era un analogo governo di “unità nazionale”) al rispetto delle condizioni promesse, e non solo alla puntualità nella consegna all’Italia di 2.500 tonnellate di carbone per ogni 1.000 lavoratori forniti? Nel 1946 il governo di coalizione in Italia comprendeva come forze principali la Democrazia Cristiana, il Partito socialista e il Partito comunista: il ministro del lavoro era il socialista Gaetano Barbareschi, mentre quello del Belgio guidato dal socialista Achille Van Acker comprendeva ben cinque ministri comunisti: ai lavori pubblici, approvvigionamento, agricoltura, ricostruzione, sanità pubblica e famiglia. Ma dalle due parti nessuno si curò delle condizioni in cui vivevano e lavoravano migliaia di lavoratori italiani (finché morivano alla spicciolata). D’altra parte nello stesso programma del PCI per le elezioni dell’Assemblea Costituente c’era la richiesta di facilitare l’emigrazione. D’altra parte lo zelo nell’applicare lo “spirito di Yalta” aveva portato il governo di unità nazionale del Belgio a rivendicare le sue colonie, e quello italiano aveva tentato di fare lo stesso non solo per la Somalia ma anche per la Libia o almeno la Tripolitania (appoggiato in questo dall’URSS che si era candidata a ottenere il Mandato dell’ONU, per poter installare una base nel Mediterraneo).

Solo quando terminò il tragico conto dei morti (274 di cui 136 italiani) e lo spesso impossibile riconoscimento, la maggior parte degli italiani portati in Belgio nel quadro di quella tragica tratta di carne umana decisero di tornare in Italia anche a costo di affrontare altri anni di fame (mentre per “Lorsignori”, continuava e si sviluppava il “miracolo italiano”). Furono rimpiazzati soprattutto da Maghrebini, forniti dalla Francia che continuava a occuparsi delle sue ex colonie, e che verranno buttati fuori dalla crisi delle miniere nei decenni successivi. Da quella ondata migratoria e dal suo riflusso, provengono alcuni dei giovani reclutati dal Daesh, non migranti di oggi, ma figli e nipoti di quei lavoratori “usa e getta” che avevano rimpiazzato gli italiani.

Insieme a loro, anche in Belgio, ma soprattutto in Germania, milioni di Jugoslavi, “forniti” da Tito con contratti non molto dissimili da quelli concordati tra Italia e Belgio. E anche di “turchi”, all’interno dei quali venivano conteggiati anche i curdi.

In che condizioni, lo ha descritto egregiamente Gűnter Wallraff, in Faccia da turco, raccontando come scurendosi carnagione e capigliatura, e storpiando il tedesco, era riuscito a farsi passare per turco e a conquistare la fiducia di un imprenditore, che gli commissionava il reclutamento di poveri disgraziati per lavori molto nocivi. Riprendo dalla recensione di Peter Kammerer su “L’Indice” la descrizione di quell’esperienza:

L’esempio più innocente descritto da Wallraff riguarda il suo lavoro in un fast-food, nel famoso MacDonald, quello più terribile riguarda i lavori di pulizia in alcuni settori di una centrale nucleare. (…) Fa parte di questa logica il fatto che il turco Wallraff tra i tanti impieghi abbia trovato anche quello, abbastanza remunerato, di cavia umana per vari istituti di ricerca su nuovi prodotti farmaceutici. Fa parte dell’assetto morale della nostra società che sia le industrie farmaceutiche che pagano questi istituti, sia le imprese che si rivolgono alle agenzie che affittano lavoro, non siano tenute a sapere quanto accade in base alle loro richieste. E del resto circola nella società un potente antidoto alla conoscenza dei fenomeni: il razzismo.

Wallraff aveva scoperto un’altra cosa ancora: l’ipocrisia delle stesse chiese di fronte al razzismo:

Il falso turco Alì vuole farsi battezzare. Il prete di una parrocchia di ceto medio, terrorizzato dall’idea di un turco che strumentalizzerebbe il battesimo per migliorare il proprio status sociale, inventa le barriere burocratiche e gli esami teologici più incredibili per fare desistere Alì dal suo proposito. Dopo le esperienze più varie con diversi altri parroci, Wallraff-Alì incontra infine il prete di un piccolo paese, disposto ad accettarlo nella sua parrocchia. Si tratta di un prete profugo da un paese dell’est, che fra i massimi sistemi ha perso la bussola, ma non l’amore per il prossimo.

Ho chiuso la ricostruzione con questi esempi (parzialissimi) per sottolineare che le sofferenze subite da quegli italiani “migranti” in quel terribile dopoguerra non erano un caso isolato, ma una costante del sistema capitalistico, non mitigate minimamente dalla partecipazione ai governi di forze socialdemocratiche, e anche di quelle comuniste occidentali, zelantemente impegnate ad applicare le indicazioni di Mosca derivanti dalla spartizione del mondo in due sfere di interessi, e quindi a collaborare al rafforzamento del capitalismo nel proprio paese.

Il razzismo che escludeva “italiani e cani” da certi locali pubblici del Belgio, e che serviva a giustificare rapporti di lavoro quasi schiavistici, è stato poi apparentemente superato, ma solo perché sono comparsi altri bersagli. E comunque si è spostato tra di noi, e dovremo farci i conti. L’Austria, l’Ungheria, la Francia non sono lontane…

(a.m.)