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Non saranno certo i militari a difendere la democrazia in Turchia

Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista

Il colpo di stato tentato nella serata del 15 luglio da un settore dell’esercito turco è clamorosamente fallito.
Il presidente Erdogan, dopo alcune ore nelle quali la situazione è rimasta incerta, ha riassunto il potere. Alcune centinaia di persone (civili, soldati e poliziotti) sono morte negli scontri e migliaia sono i militari arrestati e ora sottoposti a processo.

Nel corso degli anni, abbiamo sostenuto tutti i movimenti democratici e sindacali che si sono opposti alla politica sviluppata da Recep Tayyip Erdoğan e dal suo partito AKP. Abbiamo guardato alle manifestazioni di Piazza Taksim e a quelle in difesa del Parco Gezi dalla aggressione speculativa come i segnali più importanti dell’esistenza di un forte movimento per la democratizzazione del paese.

Abbiamo sostenuto e sosteniamo la lotta che il popolo curdo conduce per la propria unità e per la propria autodeterminazione, schiacciata dai regimi della regione.

Abbiamo condannato e condanniamo tutte le offese alla democrazia, alla libertà di organizzazione, di espressione e di stampa messe in atto da Erdogan e dal suo regime.

Consideriamo l’AKP e il suo leader pienamente coinvolti nella politica di austerità e di guerra dei principali paesi capitalisti europei e degli USA e della NATO. Non a caso l’AKP aderisce, seppure con lo status di osservatore, al Partito popolare europeo di Merkel, Junker e Berlusconi.

Non a caso la Turchia ha partecipato con ruoli importanti a tutte le avventure belliche degli ultimi decenni degli Stati Uniti e dei loro alleati, ovviamente in primo luogo a quelle nella regione mediorientale. 

E oggi l’esercito turco svolge un ruolo chiave nello scontro in corso nella Siria devastata da anni di guerra civile e di repressione dei movimenti democratici. 

Ed è impegnato nella feroce repressione delle forze della resistenza curda e delle zone da cui essa ha cacciato i miliziani di Daesh e che ha trasformato in zone liberate e laiche.

È grottesco come alcuni politici e giornalisti abbiano potuto ritenere che l’esercito turco potesse essere lo strumento per ripristinare una democrazia più concreta in Turchia. 

È grottesco sia perché quell’esercito, che per dimensione e importanza è il secondo della NATO, negli ultimi 50 anni è stato già protagonista di numerosi colpi di stato che hanno sempre peggiorato le condizioni democratiche del paese, sia perché anche il suo presunto “laicismo”, ammesso che sia mai realmente esistito negli ultimi decenni, è stato oramai largamente superato dalla ondata di islamizzazione che ha investito tutto il Medio Oriente e la stessa Turchia e che è stato alla base anche dei successi elettorali dell’AKP e di Erdogan. Non a caso gran parte dell’esercito e degli alti gradi militari si è schierata a difesa del regime, facendo rapidamente fallire il golpe.

La massiccia mobilitazione di piazza, certamente in buona parte suscitata dagli appelli del presidente in carica ma in qualche misura anche spontanea, dimostra come l’avventura dei golpisti non godeva di significativi appoggi popolari.

È significativo, ad esempio, che anche l’HDP, cioè il partito della sinistra curda più volte represso da Erdogan, e il suo leader Selahettin Demirtas si siano schierati contro il colpo di stato e abbiano perfino fatto appello a scendere in piazza.

L’effetto unico del fallito golpe rischia di essere quello di un ulteriore rafforzamento del regime, all’interno del paese con la crescita del suo sostegno popolare, e a livello internazionale con tutti i governi europei e non solo costretti a dichiarazioni di solidarietà con il governo “legittimo”.

Noi continuiamo a sostenere e a solidarizzare con le forze della sinistra turca, con i sindacati indipendenti e con i movimenti che si battono per la democrazia i diritti dei lavoratori, perché riaffermiamo la parola d’ordine della Prima Internazionale: “L’emancipazione dei lavoratori e dei popoli sarà opera dei lavoratori e dei popoli stessi”.