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Elezioni nello Stato Spagnolo, il bipartitismo resiste ancora

di Jaime Pastor, da Viento Sur

Con un’astensione superiore del 4% a quella delle ultime elezioni legislative del 20 dicembre 2016 (69,84% di partecipazione rispetto al 73,2%), i risultati di quello che potremmo chiamare un “secondo turno”, con un Partito Popolare (PP-destra) che aumenta il numero dei suoi voti (600.000 voti in più e una percentuale del 33% dei votanti) e porta il suo numero di seggi a 137 (rispetto ai 123 precedenti), con un PSOE (22,7% dei votanti) che, malgrado 100.000 voti e 5 seggi in meno, resta la seconda forza politica del paese, fanno tirare un respiro di sollievo ad un regime che doveva fare fronte alla pressione di Unidos Podemos (UP), che perdendo più di un milione di voti, non è riuscito ad apparire come l’espressione politica del cambiamento. La buona notizia viene dall’arretramento di Ciudadanos che ha perso 400.000 voti ed 8 seggi a vantaggio del PP che a saputo sfruttare la spinta al “voto utile” contro il “cambiamento”.

In Catalogna non si può che constatare la persistenza di una maggioranza favorevole all’autonomia con il 56,6% dei voti per i partiti autonomisti/indipendentisti. E’ là che si esprime la crepa più evidente e che senza dubbio potrà allargarsi nei prossimi tempi se si riattiva un movimento che, speriamo, sappia unire la richiesta di un referendum e di un processo costituente con il netto rifiuto ai tagli sociali del nuovo governo statale e della destra catalana.

Occorrerà del tempo per analizzare i fattori che hanno determinato questo risultato, molto differente da quanto preannunciato dalla grande maggioranza dei sondaggi e sul quale ha pesato la vittoria della Brexit, in particolare sul voto di una parte degli indecisi a favore del principale partito conservatore. Possiamo già da subito però constatare che, a differenza dal voto di dicembre, non si è sviluppata la tendenza al cambiamento ma al contrario la bilancia si è inclinata verso la resistenza ad esso.

In ogni caso non è uno scenario di comoda governabilità quello che si apre: il PP deve poter contare non soltanto sull’appoggio di Ciudadanos (32 seggi) e della “Coalizione Canaria” (1 seggio), ma anche sul voto favorevole o sull’astensione del PNV basco (destra autonomista, con 5 seggi) e del PSOE (82 seggi) per formare un governo, anche solo con la maggioranza semplice. Ciudadanos e PSOE dovranno inoltre accettare, sotto pressione, che questo governo sia presieduto da un Rajoy (PP) che esce rafforzato da queste elezioni, dopo aver escluso questa ipotesi durante tutta la campagna. Una pressione che è già all’opera, particolarmente sul PSOE, da parte di mass media come El Pais (il più grande quotidiano spagnolo), che nel suo editoriale di oggi chiede al PSOE di “permettere, con la sua astensione, che governi chi ha i voti per farlo”.

Dobbiamo continuare a tenere presente, peraltro, un panorama nel quale, nel bel mezzo della incertezza creata dalla Brexit di fronte ad una Unione europea che appare un progetto fallito e di un’Eurozona sempre più asimmetrica e polarizzata tra “creditori” e “debitori”, non c’è nulla di più sicuro che l’aumento delle diseguaglianze e con esse del malessere sociale e della instabilità politica di fronte alla persistenza delle politiche di austerità. La sfida continua ad essere quella di capire quali saranno le forze capaci di canalizzare questo malessere: se saranno cioè quelle che sfruttano la “politica del risentimento” nei confronti di chi sta più in basso (rifugiati, migranti) per ricostruire neofascismi “comunitari” (come da tempo denuncia Boaventura de Sousa Santos) o, al contrario, nuove formazioni sociopolitiche alternative che puntino ad una rifondazione solidale dei legami tra i popoli, a cominciare da quelli dell’Europa del Sud, di fronte alla debitocrazia e alla xenofobia.

Per quanto riguarda Unidos Podemos (UP), al di là della riconferma come prima forza in Catalogna e in Euskadi, è incontestabile che le aspettative suscitate dalla coalizione di Podemos con Izquierda Unida (IU) non si sono riflesse nei voti e non si è prodotto il “sorpasso” del PSOE preannunciato dai sondaggi. Se ne dovranno analizzare le cause e capire su quali altre opzioni elettorali si è riversato il milione di voti e più che non sono stati raccolti da UP a questa tornata. Come prime note di risposta credo che le cause siano nella coesistenza e nella successione in poco tempo di diversi discorsi che hanno potuto sconcertare su più versanti il potenziale elettorato di UP. Così, dal discorso “nazional-popolare”, che mostrò i suoi limiti nelle elezioni catalane del 27 settembre 2015, si è passati all’altro discorso “plurinazionale” che è stato assunto al fine di esprimere un’idea di “patria” che, come abbiamo potuto verificare, non sembra si sia riusciti a far quagliare. Simultaneamente, a partire in particolare dalle elezioni di dicembre, si è iniziato a mettere da parte l’asse “popolo contro casta” per allinearsi alla sinistra nel senso più convenzionale, arrivando ad includere in essa perfino il PSOE come forza di cambiamento, e, nello stesso tempo, stringendo un patto con IU che aspirava a riconquistare lo spazio di una sinistra di rottura. Tutto ciò ha composto un caotico incastro di diversi discorsi di Pablo Iglesias che non sono riusciti a convincere una parte significativa di elettori di Podemos. Un Pablo Iglesias che, certamente, assieme a Íñigo Errejón (il leader di IU) ha continuato nel suo ruolo di protagonista ormai innegabilmente un po’ appannato, ragione di più perché ce ne sia da subito uno nuovo più pluralistico e condiviso.

I limiti e le contraddizioni di questa successione di discorsi diversi sono stati evidenti nell’ambiguità programmatica dimostrata di fronte a problemi di fondo come quello dell’atteggiamento verso la troika, al problema del debito, o sul bilancio critico che si sarebbe dovuto trarre già da tempo sulla sconfitta subita da Syriza in Grecia, solo per citare quelli più rilevanti. Ambiguità che si sono riflesse chiaramente nei negoziati con il PSOE dopo le elezioni di dicembre, con le conseguenti rinunce programmatiche giunte fino al punto di lasciare da parte l’aspirazione ad una rottura costituente.

Limiti che sono stati aggravati per non aver fatto conto sul radicamento territoriale che si sarebbe potuto ottenere con un altro modello di partito, diverso da quello uscito da Vistalegre (l’assemblea nazionale della fine del 2014 nella quale Podemos adottò i suoi principi organizzativi, ndt). Un “modello”, quello della “macchina da guerra elettorale” che in realtà è stato quello di un partito profondamente convenzionale, verticista, per niente pluralista, cosa che ha prodotto molteplici crisi e conflitti interni e che ha sottratto energie alla costruzione di una macchina organizzativa indispensabile per conquistare radicamento territoriale e per sostenere quello, necessario, ma non sufficiente, che veniva dalla presenza nei social network e alla televisione.

In ogni caso non è il momento di flagellarsi né di scatenare rese dei conti ma di costruire un ambito solidale e fraterno, di rispetto delle differenze e di ricerca di un nuovo asse di lavoro in comune perché “sí, se puede”, si può, anche se ci sarà bisogno di “guerre di posizione” su tutti i fronti possibili. E’ il momento dell’opposizione, di riformulare un discorso condiviso e proposte programmatiche coerenti, senza temere la radicalità, di rafforzare un municipalismo democratico e disobbediente, a partire dalle città del “Cambio” e di non fare passi indietro sulla strada delle convergenze, compreso con IU. E cercando sempre, sì, di ricostruire i legami con le organizzazioni sociali, a partire dai movimenti di resistenza che senza dubbio si produrranno di fronte alla austerità ordoliberale e a questo regime al suo servizio.